Il 25 giugno del 1901 nasceva Giacomo Debenedetti e il secolo che ha attraversato – e letto, scritto, interpretato – non sempre gli ha riconosciuto il merito per la traccia che ha impresso nella cultura letteraria italiana.
Complice la ricorrenza, quest’anno ho deciso di conoscerlo meglio e ho provato a ricostruire un suo ritratto dalle pagine (tante) che ho studiato e che restituiscono la misura dell’intellettuale e del maestro, dalla voce di chi ha avuto la fortuna di incontrarlo.
Una stanza foderata di libri, isolata dal resto della famiglia da una «pesante porta doppia, scopertamente proustiana, che papà aveva voluto a protezione del suo lavoro»: così appare lo studio di Giacomo Debenedetti agli occhi del figlio Antonio, che lo descrive – nella biografia Giacomino, tra i tipi di Bompiani – come un «venerato e un po’ misterioso genitore», «un individuo così asincrono» con quella sua «vocazione a rendersi l’esistenza impossibile per eccesso d’interiorità».
Un padre difficile, ma che aveva il dono di mettere in comunicazione le personalità che hanno segnato la storia culturale del nostro paese: le case che la famiglia Debenedetti ha abitato – a Torino prima e a Roma poi – sono state il ritrovo, e anche il rifugio, di Umberto Saba, Bobi Bazlen, Elsa Morante, Alberto Savinio, Giorgio Caproni, solo per citare i frequentatori abituali di quelle stanze.
«L’estate s’avvicina e porta il sollievo d’una snervata apatia. Un giorno che un vento caldissimo m’aveva stremata, Salvatore m’ha condotto nella stanza dello scirocco. È un grande locale bianco, disadorno, che s’affaccia nel cortile interno. Vi si accede da una scaletta di pietra e non ci sono finestre, solo qualche fessura per dare un po’ di luce. Lo si tiene quasi segreto perché sia meglio riparato. […] In questa cella, o bianca cripta rugosa, il mondo non entra ed è come approdare dove non ci sarà più la storia.»
Soffia lo scirocco sul racconto con cui mi sono avvicinata – ancora una volta per il tramite di Leonardo Sciascia – alla scrittura di Domenico Campana, e alimenta il fuoco della nostalgia di casa. Tra queste pagine, le immagini si susseguono come in una sequenza cinematografica che gioca con il tempo, lo dilata e lo deforma, fino a che smette di andare in avanti e prende a ripetersi, ogni volta con qualche piccola variante.
Tutte le storie convergono verso il centro di quella stanza, che non è solo una particolarità architettonica, ma diventa una metafora dell’animo umano: perché contiene in sé la possibilità di accogliere la vita, e custodice allo stesso tempo il segreto per distruggerla.
Parafrasando le parole dell’autore, non si legge una storia che parla di sud «senza dare per scontata la furiosa incomprensibilità del mondo», e così io vi consiglio di recuperare questo piccolo gioiello che vi farà scoprire una voce che vale bene l’impresa di cercarla tra la polvere degli scaffali dell’usato.
«Ci sono solitudini che si rivelano all’improvviso, come un colpo alla nuca. Pensi: sono solo. Non ora. Sempre. Solo. Questa parola afonica, rotonda. Ci sono anche le solitudini lente, quelle che si formano con il tempo. Ce ne sono altre che erano lì fin dall’inizio, quelle di cui siamo fatti. Di solito restano larvate sotto qualche ricordo difficile. Ogni tanto queste solitudini si svegliano, si raddrizzano e ti parlano all’orecchio. Allora senti dei segreti su te stesso. Inoltre, esiste, sai?, la solitudine di cui, a forza di provarla e di frequentarla a tutte le ore, finisci per avere bisogno come di una fedele, discreta compagnia. Una solitudine quasi amata che, quando se ne va, ci lascia soli per davvero.»
«Forse ti scrivo proprio per questo: per appropriarmi delle mie parole.» Che ne è delle nostre parole quando le inviamo agli altri? Chi può dire fino a che punto ci appartengano, dopo che le abbiamo lasciate andare? Dove vanno a finire quelli che amiamo, o che abbiamo amato, quando smettiamo di esistere per loro? E cos’è che ci spinge davvero a scrivere: il bisogno di conservare nella memoria o di dimenticare?
Finisco di leggere questo romanzo con la testa piena di domande e quella strana frenesia che mi lasciano addosso le storie, quando arrivano a me senza che sapessi di averne bisogno. E mi ricordo che accade questo a incontrare la vera letteratura: si sente risuonare qualcosa di noi nelle trame degli altri, si ritrova espresso in parole ciò che a noi resta incastrato, informe, nel pensiero.
A sbirciare dentro questa finestra, non so se vi accorgerete delle stesse cose che ho visto io, ma di certo vi capiterà di pensare che la vita è quella cosa che accade mentre siamo impegnati a dimenticare chi siamo stati.
Andrés Neuman, La vita alla finestra (Einaudi editore, traduzione di Silvia Sichel, illustrazione di copertina di Andrea De Santis).
Libri che parlano di libri e altre amenità editoriali
Non ci stanchiamo mai di parlare di libri, né di continuare a leggere (e accumulare) libri che parlano di libri e di editoria. E con l’intento di aggiungere qualche tessera all’inventario dei desideri che ci fanno vivere meglio, ho cercato di riunire i pezzi più importanti della mia collezione libresca.
Come tutte le selezioni, non ha la pretesa di essere esaustiva né di porsi come una guida, ma è semplicemente un modo per mettere nero su bianco quanto sono fiera delle (poche) cose che so e che possiedo. Noterete che – dove il libro non sia fuori catalogo – ho inserito un link di affiliazione: se ci passate per acquistare (anche qualsiasi altra cosa), a me arrivano degli spiccioli, con i quali mi procurerò ancora un libro per accrescere la lista.
Fatte queste premesse, vi do il benvenuto tra gli scaffali della libreria che mi sono più cari. Si accettano volentieri consigli, perché il bello è proprio che non si finisce mai.
8 marzo, Festa della donna. Finché ci sarà bisogno di una ricorrenza da celebrare per restituire dignità e spazio all’altra metà della specie umana, l’8 marzo potrà essere l’occasione per un esercizio di memoria, un invito a prestare ascolto alle voci di donne – anche di un passato non troppo lontano – che sono rimaste in sordina o inascoltate.
Voci dei libri, voci dentro ai libri, voci intorno ai libri: sono molte, spesso quasi sconosciute, le donne che hanno investito il loro talento nelle professioni editoriali e che hanno impresso, con le loro idee e il loro impegno, una traccia nella storia culturale. Seguendo questa traccia si può tentare di rileggere – e riscrivere – da una più ampia prospettiva la storia, non solo della letteratura.
Grazia Cherchi e l’incanto della lettura
Cronista culturale, consulente editoriale, editor, appassionata e insaziabile lettrice, Grazia Cherchi è viva nella memoria di chi ha ricevuto i suoi giudizi lapidari e fulminei, ma sempre onesti, e il suo prezioso stimolo a scrivere. La sua vita è stata esempio di dedizione alle parole, di un amore per i libri contagioso, ben documentato nella raccolta Scompartimento per lettori e taciturni:
«In treno. Entro a Milano in uno scompartimento in cui una graziosa ragazza sta congedandosi dalla madre che le fa le ultime raccomandazioni. Apprendo tra l’altro che ha avuto voti brillantissimi alla maturità. Restiamo sole. Mi immergo nella correzione di un pacco di bozze. Ogni tanto la guardo: legge un fumetto, lo abbandona sul sedile accanto, mette le cuffiette di un walkman, se le toglie (ottima idea), sbadiglia, guarda fuori dal finestrino, mangia un sandwich, beve una coca, sbadiglia. A Bologna rompo gli indugi: “Vuole leggere qualcosa?” “Ho tanto letto per l’esame…” Deve essersi ripromessa un recupero di analfabetismo. “Però, effettivamente…” “Senta, facciamo un esperimento. Le do un libriccino. Lei prova a leggerlo, se dopo un quarto d’ora si stufa, me lo ridà”. E le allungo quel mirabile racconto che è L’incantatrice di Stevenson. “Scendo a Firenze”, comunico quindi alla giovinetta. Si mette a leggere. Oh, infallibile Stevenson, gioia di ogni lettore, anche del più recalcitrante! Quando il treno entra nella stazione di Santa Maria Novella, lei mi guarda supplichevole: fino a quel momento non ha alzato gli occhi dal libro. “D’accordo, lo tenga. Ma mi prometta di farlo circolare tra gli amici”».
Le Penelopi di Gina Lagorio
Conosciuta come scrittrice, saggista e giornalista, di Gina Lagorio è meno noto il lavoro editoriale nella casa editrice Garzanti, dove ha diretto per un decennio la collana dei Grandi Libri. Come si può scoprire leggendo la raccolta Penelope senza tela, la sua attenzione è sempre rivolta alle «mille oscure Penelopi che hanno vissuto nell’ombra spandendo intorno a sé la luce della loro intelligenza non espressa nei segni», e a tutte le parole non scritte, pronunciate dalla «singolare tribù dei favellatori che fanno rimpiangere, ogni volta che li si ascolta, perché mai non consentano a estendere attraverso la scrittura la gioia che dà l’ascoltarli».
Tra i suoi ritratti – imperdibile anche quello di Beppe Fenoglio – si incontra un’altra donna di editoria, Silvana Mauri Ottieri, che per lunghi anni ha gravitato intorno alla casa editrice Bompiani: «Chi riceve da lei una lettera, la conserva perché il garbo dell’affabulazione non si perde sulla pagina, né la freschezza della notazione concreta che rompe il rigore astratto delle idee. Basterebbe per dire la ricchezza d’amorosa intelligenza che da lei è fluita e a lei è ritornata, ricordare le lettere che le indirizzò uno straordinario amico dell’adolescenza, Pier Paolo Pasolini».
Carla Vasio, una voce in prestito
Libraia, scrittrice, poetessa, penna del Gruppo 63, Carla Vasio ha nutrito e raccontato il fermento culturale degli anni Sessanta, mettendo la sua voce al servizio delle vite degli altri – come nell’Autoritratto di Goffredo Petrassi – e riuscendo a fotografare il capitolo di storia dell’editoria da lei vissuto in prima persona. Come si legge nella sua raccolta Vita privata di una cultura, a proposito dei primi esperimenti di Cooperativa Prove 10: «Riusciamo a comprare una vecchia stampante offset monumentale, e ad affittare una specie di cantinone dove la si possa appoggiare direttamente sulla terra battuta, perché il suo peso avrebbe sfondato qualsiasi pavimento. Io ho funzioni di tecnico, di manovale e di stampatore: vuol dire che devo inventarmi direttamente sul campo tre mestieri difficili. Gli altri soci mi offrono da lontano un prudente sostegno morale. Invece la polizia è più concreta: fanno continui sopralluoghi, perché quel tipo di macchina è comunemente usato dai falsari per la stampa di monete cartacee di grosso taglio. Difficile convincerli che non siamo fabbricanti di banconote: siamo scrittori di romanzi, poesie, favole e canzoni».
Il fiuto editoriale di Laura Lepetit
Con La Tartaruga, Laura Lepetit ha segnato una felice eccezione al paradigma che vorrebbe il mestiere dell’editore appannaggio degli uomini. Partendo dalla «ferma convinzione che incontrare il libro giusto al momento giusto fosse un fatto fondamentale e necessario», ha fondato una casa editrice sulla voce delle donne, con l’obiettivo di far conoscere ai lettori solo «libri necessari».
È lei stessa a raccontare il piacere della ricerca, nell’Autobiografia di una femminista distratta: «Davanti ai libri mi sento come un cane da tartufi. Li cerco col naso, ne sento l’odore, capto i segnali che mandano e batto il terreno con il muso tra i cespugli. […] Quando mi chiedono in che ordine tengo i libri, rispondo perplessa nessuno. Infatti se cerco un libro comincio a sniffare tra gli scaffali e dopo un po’ quasi sempre trovo quello che cerco. Se mi metto a cercare in modo sistematico, non trovo un bel niente. Ogni tanto scopro di aver pubblicato dei libri di cui nemmeno avevo capito un gran che ma che al fiuto mi sembravano giusti e difatti è stato così. Un vero editore è dotato di questa capacità olfattiva, se pubblica per ragionamento o per calcolo non è bravo e ci se ne accorge.»