C’era una svolta

Alzi la mano chi, come me, inizia a novembre ad addobbare casa a festa e a febbraio non ha ancora trovato il coraggio di riporre il calendario dell’avvento, le lucine e i pupazzi di neve. In fin dei conti, il Natale è uno stato d’animo e in questa domenica uggiosa è tornato a trovarmi grazie a un libro speciale.

C’era una svolta è il frutto di un progetto realizzato da “Quelli del Sabato”, un’associazione di volontari che da più di vent’anni si incontrano ogni settimana insieme a ragazzi disabili di Bellinzago Novarese per «inventarsi imprese da vivere», per sfidare le loro paure e far germogliare il loro entusiasmo.

Gabriella, Manuela, Tiziana, Dalila, Antonino, Cosimo, Nicoletta, Andrea, Massimo, Mauro, Luigi, Renata, Roberta, Isabella, Ilaria, Ylenia, Fabio ed Eva sono i diciotto ragazzi che hanno immaginato – sotto la guida di Francesco Baldi, autore e attore teatrale – un dettaglio diverso, un imprevisto, una svolta per diciotto favole che siamo abituati a farci raccontare in maniera diversa. Le storie sono state affidate alla penna di diciotto scrittori – Ester Armanino, Biagio Autieri, Christian Mascheroni, Luigi Romolo Carrino, Lella Costa, Barbara Di Gregorio, Emiliano Poddi, Eleonora Sottili, Linda Griva, Fulvio Ervas, Ivano Porpora, Maria Paola Colombo, Raffaele Riba, Cristina Di Canio, Eduardo Savarese, Errico Buonanno, Isabella Dilavello, Martino Gozzi – e alla matita di Hikimi (Roberto Blefari), che le hanno fatte diventare dei piccoli capolavori colorati.

Andate a conoscere le imprese sorprendenti di “Quelli del Sabato” e lasciatevi incantare dal modo in cui sanno raccontarvi che vale la pena di sentirsi vivi fino a che siamo capaci di immaginare.

 

Tentativi di botanica degli “Oggetti solidi”

Mi capita spesso di parlare del mio amore per Virginia Woolf, che negli ultimi tempi ha ricevuto nuova linfa, complice qualche incontro libresco particolarmente fortunato.

Con l’occasione di festeggiare l’anniversario della sua nascita, Flanerí ha pubblicato le mie impressioni di lettura di Oggetti solidi, la raccolta integrale dei Racconti e altre prose di Virginia Woolf, edita da Racconti edizioni.

Tra i mille modi in cui ci si può immergere dentro questa raccolta che pullula di suggestioni fantastiche, a me è piaciuto esplorarla come un giardino rigoglioso. Così, per gioco, ho iniziato a prendere nota di tutte le specie di fiori e di arbusti che fanno capolino tra un racconto e l’altro. E quello che ne è venuto fuori è una piccola botanica degli Oggetti solidi, per provare a prolungare quelle impressioni anche lontano dalle pagine.

Dodici per duemilasedici

Non amo le classifiche e i bilanci di fine anno e sono una pessima compilatrice di propositi virtuosi per il futuro. Quello che mi riesce particolarmente bene, invece, è guardare indietro e sorridere delle cose belle che ho incontrato.

Che il prossimo anno ci arricchisca tutti di sentimenti preziosi, come quelli che ho conosciuto leggendo questi libri:

Dodici libri che ho amato nel 2016

La porta di Magda Szabó (Einaudi), una storia dolcissima e senza tempo che ha per protagonisti l’amore, il silenzio e la scrittura.
Martin il romanziere di Marcel Aymé (L’orma editore), perché abbiamo bisogno di tenere in allenamento la nostra capacità di immaginare per restare vivi.
Panorama di Tommaso Pincio (NN editore), un romanzo claustrofobico sull’ossessione per l’amore e per la lettura, ideale per perdersi tra le strade di Roma.
Il posto di Annie Ernaux (L’orma editore), un libro che parla con coraggio di cosa significhi essere figli, perché per essere quello che siamo non possiamo dimenticare da dove siamo venuti.
Abbiamo sempre vissuto nel castello (Adelphi), perché nessuno meglio di Shirley Jackson sa giocare con le nostre inquietudini.
Lolita di Vladimir Nabokov (Adelphi), una favola amara che parla di amore e prigionia, in cui non si può fare a meno di stare dalla parte del cattivo.
Gli amori difficili (Mondadori), perché un anno senza una pagina di Italo Calvino è un anno che non merita di essere vissuto.
L’arte di scomparire di Pierre Zaoui (il Saggiatore), perché il nostro tempo avvelenato dal protagonismo e dalla spettacolarizzazione della banalità ci impone di riflettere sull’importanza della discrezione.
Fisica della malinconia di Georgi Gospodinov (Voland), un labirinto in cui non vedrete l’ora di perdervi, anche se vi mancherà l’aria per respirare.
Specie di spazi di Georges Perec (Bollati Boringhieri), un libro di esercizi di osservazione, per imparare ad accorgerci delle cose che abbiamo sotto gli occhi ma che spesso ci sono invisibili.
Dalla parte di Swann di Marcel Proust (Mondadori), perché è vero quello che dicono tutti: la Recherche cambierà per sempre il vostro modo di leggere.
La nausea (Einaudi), perché solo facendoci tenere per mano da Sartre possiamo riuscire ad affacciarci verso il vuoto dentro il quale siamo condannati a vivere, senza farci troppo male.

Le stanze degli altri

[Consiglio di lettura: Alicia Giménez-Bartlett, Una stanza tutta per gli altri (trad. Maria Nicola), Sellerio editore, 2003
Consiglio d’ascolto: Johannes Brahms, Piano trio n. 1 op. 8
Consiglio in infusione: tisana echinacea]

Mi piace l’umore di certe giornate di novembre, in cui la luce grigia e il ticchettio della pioggia creano l’alchimia perfetta per incontrare un nuovo libro. Come spesso mi accade, avevo voglia di sbirciare alla mia finestra preferita: quella della stanza di Virginia Woolf. E per farlo ho scelto un’angolazione diversa dal solito, leggendo Una stanza tutta per gli altri di Alicia Giménez-Bartlett.

Ci sono autori le cui vicende private sono altrettanto, se non più emozionanti di quelle dei personaggi che hanno inventato. Questo mi sembra particolarmente vero nel caso di Virginia Woolf, alla cui vita mi ero già appassionata leggendo il Diario di una scrittrice (BEAT, 2011) che continuò a scrivere fino a poco prima della sua morte.

Una stanza tutta per gli altri è qualcosa di più che un ritratto insolito di Virginia Woolf. Non è un romanzo nel senso tradizionale del termine, ma un intreccio tra pagine di diario, lettere ed episodi narrativi, che prende l’avvio da una finzione letteraria: Alicia Giménez-Bartlett immagina di aver ritrovato il diario di Nelly Boxall – la domestica che dal 1916 al 1934 servì i Woolf – e ricostruisce a partire da quelle pagine vent’anni di vita nella loro casa.

Non so se sia una coincidenza il mio appassionarmi ai rapporti tra scrittrici e domestiche o se invece debba recuperare una bibliografia completa sul tema, visti gli esiti della lettura di un altro libro – La porta di Magda Szabó – che mi ha ugualmente emozionata. Ma in questo caso si tratta di una scrittura meno letteraria, sebbene non per questo meno poetica, da cui emerge un ritratto di Virginia Woolf tanto più appassionato, forse proprio perché non filtrato dalla lente dell’attendibilità della ricostruzione biografica.

Nulla sfugge allo sguardo cinico di Nelly, attraverso il quale scorgiamo le figure che hanno animato il gruppo di Bloomsbury: Leonard Woolf, Lytton Strachey, Vanessa Bell, Katherine Mansfield, Vita Sackville-West. Agli occhi della domestica, gli incontri del gruppo di intellettuali più influenti del Novecento non sono altro che una fatica in più per le cene da preparare, e la leggendaria Hogarth Press un’altra stanza polverosa, piena di caratteri tipografici da mettere in ordine:

«Credevo che il torchio fosse più grande. Non vedo come con un aggeggio come questo possano pensare di diventare milionari. […] Per il momento la stamperia significherà solo più lavoro, dovremo pulire la stanza, la macchina, i cassetti dei caratteri, andare alla posta coi pacchi dei libri.»

Vanessa Bell, The Memoir Club
Vanessa Bell, The Memoir Club [fonte: Artuk.org]
Ma prima ancora di restituirci uno spaccato sugli anni a cavallo tra le due guerre mondiali in una Londra umida e fuligginosa, questa storia racconta il legame controverso tra la scrittrice e la sua domestica, che nasce come un’adorazione morbosa di Nelly per Virginia e si trasforma progressivamente in odio, nutrito da un desiderio contraddittorio di liberarsene e di assomigliare alla sua padrona:

«È possibile che lei sia un’artista e sappia molte cose che io non saprò mai, ma un diario? Un diario posso benissimo scriverlo anch’io.»

«Magari è lei che sente le cose in modo diverso dalle altre donne, così come fa cose diverse, come passare ore e ore chiusa a scrivere nella sua stanza. L’altro giorno, quando le ho chiesto: “Non si annoia, signora, sempre a scrivere?” mi ha guardata sorridendo e ha detto: “È la cosa più appassionante che faccio”.»

Tra le mura di casa Woolf aleggia spesso un silenzio inquieto e una malinconia che fa ammalare l’anima:

«Credo che la signora abbia ragione, certi giorni sembra che il sole non tornerà mai più.»

Le due donne condivideranno i momenti peggiori della guerra, il malumore delle giornate di nebbia, e a forza di starle vicino, Nelly arriverà a conoscere sempre più le ombre di Virginia, cogliendo quella stranezza che oggi ha il nome clinico di psicosi maniaco-depressiva:

«Non sopporto di vederla con quello sguardo triste che si perde nell’aria. […] È come se le uscisse l’anima dagli occhi tanto li tiene spalancati […], quegli occhi tristissimi che sembra abbiano visto le cose più orrende e va’ a sapere che cosa vede lei nella sua povera testa.»

Se c’è un grande assente in questo diario-romanzo, è forse l’amore. Una stanza tutta per gli altri è un racconto di solitudini che riescono solo accidentalmente a incontrarsi: Virginia chiusa nella scrittura e nella sua malattia, Leonard in un riserbo impenetrabile, Nelly alla ricerca di uno spazio solo per sé, consapevole che si tratti di quanto di più ambizioso una serva come lei possa desiderare. E non è un caso che i rapporti tra le due donne si deterioreranno definitivamente quando Nelly, dopo l’ennesima lite, oserà rivolgersi con quell’«Esca dalla mia stanza» che Virginia non riuscirà mai a perdonarle.

Le parole con cui Alicia Giménez-Bartlett chiude il diario di Nelly, ormai a servizio da qualche anno presso un’altra famiglia, sono tremende:

«Ho una stanza tutta per me, un armadio pieno di vestiti e il mio servizio da tè. Ho della dignità. Quanto a lei… da tre settimane era in fondo al fiume, l’hanno trovata il 18 aprile [1941] dei bambini, galleggiava giù a valle, gonfia e deforme come le mucche che affogano nelle alluvioni, il naso e i lobi delle orecchie mangiati dai pesci, i vestiti mezzi strappati e mezzi marci, questa è stata la sua dignità alla fine.»

È un addio senza pietà, dopo un rapporto travagliato che dall’ammirazione si è trasformato in quel tipo di disprezzo che solo i legami indissolubili possono suscitare. E ci lascia intendere che dietro ai capolavori che abbiamo amato ci siano state sempre delle persone, con le proprie abitudini e nevrosi, forse meno perfette, ma sicuramente più vere di quanto siamo tentati di immaginare.

Perec, Specie di spazi

Inventario di spazi

[Per non disimparare a guardare
Consiglio di lettura: Georges Perec, Specie di spazi (trad. R. Delbono), Bollati Boringhieri, 2015
Consiglio d’ascolto: Georges Bizet, Carmen – Sur la place chacun passe
Consiglio in infusione: tisana allo zenzero]

Se un giorno dovessi trasferirmi su un’isola deserta, anche solo per un periodo di tempo limitato, immagino che dovrei essere pronta a scegliere almeno un libro da portare con me. Potrei optare per uno di quei tomoni che racchiudono universi completi, finiti, dove sembra che tutto sia stato scritto e in cui mi basterebbe immergermi per trovare ristoro; eppure credo che sarei più propensa a scegliere un libriccino di dimensioni più contenute, ma ricco di suggestioni per tenere in allenamento la mia capacità di immaginare. Sicuramente con una saga familiare di Thomas Mann o i tormenti di Anna Karenina avrei di che appassionarmi e non mi sentirei sola, ma credo che farebbe più al caso mio un compendio di esercizi per lo sguardo come quello realizzato da Georges Perec intorno al 1970, che conosciamo con il titolo Specie di spazi.

Mi sono innamorata di Perec poco più di un anno fa, dopo aver letto il suo più famoso La vita istruzioni per l’uso (BUR, 2005). E si potrebbe considerare Specie di spazi un piccolo manuale introduttivo a quel testo, un libretto di istruzioni alle Istruzioni per iniziare a familiarizzare con il tema del romanzo. Tanto è vero che a un certo punto si trova un riferimento esplicito, un abbozzo di idea di quel labirinto di camere con vista:

«Progetto di romanzo
Immagino un palazzo parigino di cui sia stata tolta la facciata […] in modo che, dal pianterreno alle mansarde, tutte le stanze che si trovano dietro la facciata siano immediatamente e simultaneamente visibili.»

Specie di spazi nasce con l’intento di realizzare un bestiario dei luoghi, quasi che gli spazi avessero una loro genealogia e si potessero osservare, descrivere e classificare come le specie viventi. Perec si prende la briga di scrivere meticolosamente degli spazi che abitiamo ogni giorno, realizzando uno studio dell’ordinario a partire da uno straordinario esercizio di osservazione della realtà, con lo sforzo costante di «esaurire l’argomento», di riuscire a notare ogni minimo dettaglio, anche dove sembra che non ci sia niente da vedere.

È un’indagine che procede per spazi via via più grandi, da quello della pagina allo spazio del mondo, passando per il comodino, il letto, la casa, la strada, il quartiere, la città. In questo modo Perec descrive i meccanismi della vita di tutti i giorni, restituendoci la poesia che non sempre siamo capaci di cogliere nelle cose che abbiamo sotto gli occhi – le porte, le finestre, le strade, le scale:

«Non si pensa abbastanza alle scale.
Niente era più bello, nelle vecchie case, delle scale. Niente è più brutto, più freddo, più ostile, più meschino, nei palazzi d’oggi.
Si dovrebbe imparare a vivere di più nelle scale. Ma come?»

Partendo dall’idea che gli spazi che abitiamo dicano molto su ciò che siamo, Perec riesce a realizzare un sorprendente inventario del quotidiano, e mentre distingue e classifica e cerca di mettere ogni cosa al proprio posto, ci insegna a interessarci alle cose, a guardarle con attenzione per capirle meglio e in questo modo capire anche il tempo in cui viviamo.

E lo fa procedendo spesso per sforzi improbabili, come quello di fare l’inventario di tutti i luoghi in cui abbia dormito. O progettando esperimenti come quello di descrivere gli stessi posti più volte nel tempo, e poi catalogare queste descrizioni di anno in anno seguendo un preciso algoritmo che consenta «primo, di descrivere ciascuno di questi luoghi in un diverso mese dell’anno, secondo, di non descrivere mai nello stesso mese la stessa coppia di luoghi» fino a raggiungere un totale di 288 testi: «Saprò allora se ne valeva la pena: infatti, non mi aspetto nient’altro che la traccia di un triplice invecchiamento: quello dei luoghi stessi, quello dei miei ricordi e quello della mia scrittura».

Osservare gli spazi per conoscere meglio sé stessi; guardare per misurare, per orientarsi, registrando i cambiamenti per non perdere la memoria; imparare che lo spazio è esercizio del dubbio, è «ciò che arresta lo sguardo, ciò su cui inciampa la vista: l’ostacolo».

Yelena Bryksenkova, drawing of Georges Perec
Yelena Bryksenkova, drawing of Georges Perec (2009). Fonte: goo.gl/hdXUTW.

Con l’obiettivo ben preciso di «scacciare ogni idea preconcetta. Smettere di pensare in termini bell’e fatti, dimenticare quanto è stato detto», lo studio di Perec sembra riuscire nell’impresa di individuare una grammatica minima universale, deducendo cosa cambia e cosa resta uguale mentre ci si muove da uno spazio all’altro, attraversando frontiere e riuscendo a cogliere il senso del movimento anche quando sembra che non stia accadendo nulla. E poi imparare a decifrare la città, le azioni, i meccanismi che fanno funzionare le nostre vite; immaginare anche quello che sta dietro – o sotto, o dentro – le cose di cui neanche ci accorgiamo.

La sua osservazione lo conduce anche a riflessioni sorprendenti, come quando scopre – per esempio – che «lo spazio sembra essere, o più addomesticato, o più inoffensivo del tempo: s’incontrano dappertutto persone con un orologio e solo molto di rado persone con una bussola. […] Eppure, di tanto in tanto, bisognerebbe chiedersi dove si sia (arrivati): fare il punto: non solo sui propri stati d’animo, la propria salute, le proprie ambizioni, credenze e ragioni d’essere, ma semplicemente sulla propria posizione topografica, e non tanto rispetto agli assi sopraccitati, ma piuttosto rispetto a un luogo o a un essere al quale si pensa, o al quale ci si metterà così a pensare.»

C’è qualcosa nella scrittura di Perec che mi dà la stessa sensazione di conforto che provo leggendo Calvino, perché mentre leggo so con certezza che se anche il mondo un giorno dovesse esaurire le parole per raccontarsi, basterebbe continuare ad attingere alle riserve immaginifiche che questi giganti ci hanno lasciato, per ricominciare a vedere:

«Osservare la strada, di tanto in tanto, magari con una cura un po’ sistematica.
Applicarsi. Fare tutto con calma.
[…] Annotare quello che si vede. Quello che succede di notevole. Sappiamo vedere quello che è notevole? C’è qualcosa che ci colpisce?
Niente ci colpisce. Non sappiamo vedere.»

Credo proprio che avrei bisogno di un equipaggiamento di questo tipo per partire verso l’ignoto. Perché sia che tornassi indietro sia che decidessi di restare, non vorrei disimparare a tenere gli occhi aperti e immaginare, né dimenticarmi che «vivere è passare da uno spazio all’altro cercando di non farsi troppo male».

Leggere, recensire

Virginia Woolf a proposito della bellezza e dell’arte di parlare dei libri degli altri.

«Perché poi la bellezza debba avere su di noi questo particolare effetto, nessuno lo sa dire. Molti ci hanno provato, e forse una delle invariabili proprietà della bellezza è di lasciare nell’animo il desiderio di rendere altri partecipi. Un’offerta, bisogna presentare un’offerta; dedicare un gesto, fosse pur solo attraversare la stanza e rigirare tra le dita la rosa nel bicchiere, la rosa che, incidentalmente, ha lasciato cadere i suoi petali.»

«Già ora il recensore sta attaccato per un filo alla coda dell’aquilone della politica. Presto verrà completamente spazzato via. Il suo lavoro sarà svolto (e in molti giornali è già così) da un efficiente funzionario armato di forbici e colla che verrà chiamato (chissà) lo Spremitore. Lo Spremitore scriverà una breve relazione sul libro; con un estratto della trama (se è un romanzo); una scelta di versi (se è un libro di poesie); un paio di aneddoti (se è una biografia). A questo ciò che resta del recensore – magari lo si chiamerà l’Assaggiatore – apporrà un timbro: una stellina in segno di approvazione, una crocetta di disapprovazione. Il risultato – Timbro più Spremitura – sostituirà il discordante e insensato chiacchiericcio che regna attualmente.
[…] Il sistema Timbro e Spremitura, eliminando ciò che oggi passa per critica letteraria (quelle due parole dedicate al “perché mi piace o non mi piace questo libro”), farà risparmiare spazio. Nel giro di un paio di mesi si potrebbe arrivare a risparmiare fino a quattro o cinquemila parole. E con quello spazio a disposizione l’editore potrà non solo esprimere il proprio rispetto per la letteratura ma dimostrarlo concretamente

Virginia Woolf, Leggere, recensire (marcos y marcos, 1991).

Virginia Woolf, last picture

Virginia Woolf: detail from her final session with a professional photographer, Gisèle. Fonte: The Telegraph.

Buon compleanno, Sartre

Jean-Paul Sartre, La nausea

Pochi giorni fa ricorreva il centoundicesimo anniversario della nascita di Jean-Paul Sartre e questo è stato il motivo del tutto casuale per cui mi sono imbattuta nel capolavoro che è La nausea. Ho appena finito di leggerlo e ci sarebbero milioni di modi in cui potrei parlarne.

Potrei dirvi, tanto per cominciare, che è il diario di uno storico, Antoine Roquentin, e il racconto del suo tentativo di portare a compimento un’opera sul controverso personaggio del marchese di Rollebon. Potrei parlarvene come di un romanzo metaletterario, in cui il tema dell’opera incompiuta si intreccia a più livelli dentro e fuori la storia. Oppure potrei dirvi che è l’incursione nella vita di un uomo solo, che si ritrova a riflettere sull’inutilità di vivere, in una esplorazione disillusa e sorprendente della materia prima di cui è fatta l’esistenza. Potrei raccontarvi del suo sguardo impietoso sulla realtà e sul vuoto che vi si cela dietro, che non lascia scampo. O ancora, potrei parlarvi della storia di un amore interrotto e mai sopito, di quel confine labile che talvolta intercorre tra un arrivederci e un addio, di quanto possa risultare odiosa una vita quando alla linfa che la anima si sostituisce un moto di inerzia per cui semplicemente le «si sopravvive». Potrei dirvi delle riflessioni sulla scelta ineluttabile di fronte alla quale si è posti nell’atto di scrivere: o vivere o narrarsi; o dell’indagine impietosa del quotidiano e di quanto sia faticoso trascinarsi avanti nel momento in cui si smette di perseguire un progetto. Oppure ancora, di quanto possa essere difficile sentirsi liberi con la consapevolezza che si tratti di una libertà fasulla, basata sul nulla. E solo alla fine, provare a parlarvi di quella Nausea che è una dimensione quasi metafisica, una condizione che si colloca fuori dell’individuo, una materia odiosa che permea tutto lo spazio entro il quale la realtà si manifesta, il sentimento dell’evidenza che le cose sono gratuite, che tutto – persino l’esistenza – è “di troppo” a questo mondo.

Ma non sarei capace di restituirvi la grandezza, la profondità, l’acutezza con cui Sartre ci porta al cuore di un’angoscia che è poi anche il senso dell’esistenza. Preferisco lasciarvi con delle curiosità collaterali, che vi spingano a cercare – dopo aver letto quest’opera imprescindibile – una continuazione nei mondi che le ruotano intorno.

A partire dal titolo, che nelle intenzioni dell’autore avrebbe dovuto essere Melancholia, in omaggio all’incisione cinquecentesca di Albrecht Dürer (famosissima e piena zeppa di riferimenti simbolici e alchemici – di cui lascio che a parlarvene sia qualcuno che ne sa ben più di me).

Dell’aneddoto, attraverso un breve carteggio, di come si sia arrivati all’idea della Nausea per intuizione dell’editore Gallimard:

«Signore, alleghiamo a questa lettera un contratto per la vostra opera intitolata Melancholia. Vi chiediamo di cambiare questo titolo che ci pare poco favorevole per il lancio dell’opera. Volete rifletterci un momento?…» (Gaston Gallimard, 17 giugno 1937).

«Caro Brice-Parain, ti invio il contratto firmato. Poiché Melancholia non vi piace, cosa ne pensate di Le avventure straordinarie d’Antoine Roquentin? Si potrebbe scrivere sulla fascetta: “Non ci son più avventure” o qualcosa del genere. Ma, forse, ti parrà che, per la fascetta, m’immischio in cose che non mi riguardano.» (Jean-Paul Sartre, senza data, ma fine giugno).

«Caro Sartre, ho ricevuto lettera e contratto. Il titolo mi pare andare; poiché è un poco lungo, si potrebbe sopprimere “straordinarie”? Quanto alla fascetta: “Non ci son più avventure” sarebbe indicata solo se si volesse far scappare il pubblico! Abbiamo tutto il tempo di trovarne una.» (Brice-Parain, 1° luglio 1937).

«Caro Sartre, Gaston Gallimard propone per il tuo libro un titolo che trovo eccellente: La Nausée…» (Bruce-Parain, 12 ottobre 1937).

Del meraviglioso ragtime dentro le cui note Antoine Roquentin si rifugia in un caffè di Bouville e che è una commovente ed elegantissima celebrazione di quegli addii che non riescono mai davvero a diventare più che un semplice arrivederci.

E poi un’istantanea dell’amore che legò Sartre e Simone de Beauvoir per tutta la vita.

Simone De Beauvoir e Jean-Paul Sartre a Roma il 22 ottobre 1963.
Simone De Beauvoir e Jean-Paul Sartre a Roma il 22 ottobre 1963 [Fonte: gettyimages.it].
Erano una coppia imperfetta, asimmetrica, ma retta da un sentimento necessario e inevitabile, capace di darsi la regola scritta dell’infedeltà come un dovere reciproco per tenere alla larga dalle menzogne, i sotterfugi, le ipocrisie del matrimonio due persone che sapevano di appartenersi al di là di ogni evidenza borghese.

Perché, come forse vuole lasciarci intendere l’autore di questa storia immensa, è l’amore l’unica cosa con cui possiamo sperare – e non è detto che ci riusciamo – di riempire il vuoto dentro il quale siamo condannati a vivere.

Il mestiere di essere figli

Annie Ernaux, Il posto (Yvetot)

[Consiglio di lettura: Annie Ernaux, Il posto (trad. Lorenzo Flabbi), L’orma editore, 2014
Consiglio d’ascolto: Fryderyk Chopin, Ballade n. 2
Consiglio in infusione: tè verde alla menta piperita]

Stando a quello che so – che non si spinge oltre il sentito dire – diventare genitori dev’essere una delle cose più difficili al mondo. Nella mia breve esperienza di vita, però, posso dire con una certa cognizione di causa che anche essere figli non è cosa da poco.

Se è vero che per natura noi esseri umani siamo dotati di un corredo biologico che ci rende idonei a procreare, il margine di arbitrio sul diventare padre o madre è abbastanza ampio da poter scegliere di non sperimentare l’ebbrezza dell’impresa. Dall’essere figli invece nessuno può sperare di sottrarsi in alcun modo. Non solo, essere figli condiziona inevitabilmente ciò che siamo, ciò che vorremmo essere, fino a darci a volte la misura di ciò a cui non vorremmo somigliare.

Penso a questo appena ho finito di rileggere Il posto di Annie Ernaux, di cui sono bastate poche pagine perché diventasse uno dei tasselli fondamentali della mia identità di lettrice.

Di rado ho incontrato libri che sapessero parlare con tanta verità e intensità di cosa significhi essere figli – penso alle Correzioni di Franzen, un’altra rilettura che ho sentito il bisogno di affrontare di recente, seppure ancora non abbia trovato le parole per scriverne. E quando mi capita di provare un’immedesimazione così forte in quello che leggo, non intendo tanto un’aderenza alle vicende della vita – non potrei avere meno cose in comune con una donna nata nel 1940 che ha conosciuto la povertà e la guerra – quanto piuttosto la capacità che hanno certi scrittori di dire certe cose che non sapevamo di avere dentro, o che semplicemente non trovavamo il modo di esprimere.

In questo la scrittura di Annie Ernaux è quasi terapeutica – per sé stessa forse, per chi la legge sicuramente – perché possiede la chiave per scavare in un vissuto senza incadere nel luogo comune, indagando quello strappo spesso doloroso che si apre quando un figlio inizia a diventare altro rispetto a chi lo ha messo al mondo.

La Ernaux ha trovato le parole giuste per raccontare la storia del padre, ma credo ancor prima la propria, a partire dal distacco da un mondo semplice e quasi immobile a cui non sentiva di appartenere. In questo passaggio – che è anche ascesa sociale attraverso il difficilissimo non-mestiere della cultura – Annie racconta la ricerca di una direzione, di una lingua, di una voce che non le fosse estranea. E sebbene questa presa di coscienza avvenga nel momento del distacco dalle proprie origini, sarà dal riappropriarsi di quella memoria rifiutata con vergogna che inizieranno a sciogliersi i primi nodi. Ecco allora che la scelta diviene precisa e manifesta:

«Scrivere riguardo a mio padre, alla sua vita, e a questa distanza che si è creata durante l’adolescenza tra lui e me. Una distanza di classe, ma particolare, che non ha nome. Come dell’amore separato.»

Scrivere attraverso uno stile asciutto, tagliente, alternando momenti di incursione nella storia, delle pause per prendersi il tempo di ragionare sul processo della scrittura. Una scrittura che vuole essere «piatta», ma che è uno specchio d’acqua immobile solo all’apparenza, sotto le cui increspature sottilissime il lettore fa presto a trasferire l’intero universo che porta dentro di sé.

Nella scrittura di Annie Ernaux c’è la ripulsa verso il proprio mondo di origine («Constatazione dello stato di cose, alternare la litania dell’evidenza con qualche battuta ben rodata»). C’è l’eterno rituale del ritorno e quello sforzo vano eppure inevitabile di farsi trovare ogni volta migliori di ciò che si è: «Diventare all’improvviso estranei, e il tentativo di reazione di continuare a recitare il proprio ruolo come se il tempo non fosse passato». C’è la sensazione dolorosa di tornare a casa e ritrovare ciò che non è risolto esattamente dove lo si è lasciato: «Mi sentivo separata da me stessa». C’è una distanza che il tempo rischia di rendere sempre più difficile da colmare, ma c’è anche poi lo stupore di scoprirsi in un ritaglio di giornale meticolosamente custodito e riuscire per la prima volta a vedersi attraverso gli occhi del proprio padre.

Ciò che resta dopo la fitta è un bagliore di luce, un invito a riflettere su quanto siamo disposti a lasciare irrisolto per non affrontare la fatica di renderci più comprensibili per chi abbiamo lasciato a casa. Con la speranza, forse, che non siamo soli a cercare quella cosa che ci manca in questo mondo: un posto.

Nutrirsi di inutile per sopravvivere

Marcel Bénabou, Perché non ho scritto nessuno dei miei libri (Theoria)

[Per i giorni in cui non si può fare a meno di scrivere
Consiglio di lettura: Marcel Bénabou, Perché non ho scritto nessuno dei miei libri (trad. A Pasquali), Theoria, 1991
Consiglio d’ascolto: Edith Piaf, Mon manège à moi
Consiglio in infusione: tisana alla liquirizia]

Cos’è che fa di uno scrittore uno scrittore? Ha più valore per l’ingresso nell’olimpo delle Lettere la consegna ai posteri del feticcio dell’opera compiuta, la conquista del posto su uno scaffale a tempo determinato, o piuttosto il lavorio estenuante di una vita, fatto di ripensamenti e continue riscritture, alla ricerca della propria voce?

Ho incontrato Perché non ho scritto nessuno dei miei libri in maniera del tutto fortuita, riconoscendo tra pile di libri impolverati il nome di un editore che ha avuto vita breve, ma la cui luce riesce a risplendere ancora sui banchetti dell’usato. Non avevo mai sentito parlare di Marcel Bénabou, ma ora che me ne sono innamorata aggiungo al piacere della scoperta il conforto di sapere che è ancora in vita – il che, in questi tempi orfani di punti di riferimento, mi sembra una cosa degna di nota.

Dopo averlo letto, mi sono chiesta se ci fosse davvero bisogno di scrivere su un libro in cui si scrive dello scrivere, ma poi ho pensato che cedere alla tentazione di chiudere il cerchio (o rincorrere il gatto finché cerca di acchiapparsi la coda) sarebbe stato il modo più divertente di continuare il gioco da cui sono stata catturata.

È lecito aspettarsi da un libro che mette insieme una serie di buoni motivi per smettere di scrivere – o per non provarci affatto – che si svolga come un elogio funebre della scrittura o un noioso esercizio di stile. Invece Bénabou è riuscito a fare l’opposto: rappresentando la parodia impietosa dello scrittore nell’atto di scrivere ricominciando ogni volta da capo, riesce a celebrare la scrittura scrivendo dell’impossibilità di scrivere.

La costruzione di Bénabou è un artificio, un gioco metaletterario, ma questa finzione è tanto più istruttiva nel tempo liquido che viviamo, in cui i tre quarti della nostra vita si svolgono su un palcoscenico virtuale, di fronte a una platea giudicante per cui un pollice alzato in più o uno in meno può fare la differenza rispetto al posto che occupiamo nel mondo. Il guaio di questa ansia da prestazione senza precedenti che ci siamo autoinflitti è che non ci è più consentito il lusso di essere speciali, perché fare i conti con la vergogna di avere un sogno e ammettere a sé stessi che sono le cose inutili a tenerci in vita, è un’attività costosa che ci si può permettere solo se si è parecchio fortunati.

Mai come oggi, un bravo scrittore (o aspirante tale) credo debba convivere con la necessità di esorcizzare il demone della scrittura e – a dispetto di tutti gli insipidi decaloghi di regole che pretendono di svelare il segreto della scrittura come una ricetta preconfezionata – il libro di Bénabou fa riflettere sul fatto che è assai più lunga la lista dei buoni motivi per smettere di scrivere, piuttosto che per iniziare. Con la sua capacità di celare, dietro una scrittura finissima e cinica, la fatica e l’umiltà del lavoro di scrittore-artigiano, sembra che Bénabou voglia dire a tutti noi con il pallino della scrittura: fermati un attimo, rileggi, cancella, continua a studiare e poi riprova. Per cui quello che rimane è un invito a prendere sul serio i propri sogni nel cassetto, una riflessione sul fatto che si cresce meglio e più in fretta procedendo per tentativi continui e fallimenti colossali. Ciò che conta è ricordare che anche i sogni richiedono allenamento, perché a forza di non sentirsene all’altezza, il rischio è che si finisca per disimparare a sognare.

Mentre vi invito a recuperare Perché non ho scritto nessuno dei miei libri, vi regalo il risvolto di copertina dell’edizione Theoria, che già da solo è un condensato di scrittura magistrale:

«Scrivere un libro per raccontare perché non si è mai scritto un libro: il primo paradosso Marcel Bénabou ce lo consegna già nel titolo di quest’opera divertente, improbabile, piena di deliziose incongruenze. La vena ludica e combinatoria – che gli deriva dalla frequentazione con i sofisticati congegni metaletterari dell’Oulipo – è però solo una delle tante maschere di scena dell’autore: più ancora che a un libro al quadrato, o a un iper-romanzo, quello di Bénabou assomiglia a una sorta di confessione ipocondriaca che ha per oggetto non il corpo, ma la Scrittura e, in particolare, due forme morbose che si potrebbero definire “la vertigine dell’Opera prima” e “l’allucinazione del Libro ultimo”. Al contrario di Shahrazàd che per sopravvivere era costretta a inventare un racconto al giorno, il nostro eroe deve inventare storie per procrastinare all’infinito il suo ingresso nel mondo della narrazione, e restare così appeso alla loquacissima onnipotenza dell’eterno esordiente. Perfezionista, colto, ossessivo, Bénabou enumera meticolosamente tutti gli ostacoli (logici, psicologici, epistemologici) che si frappongono tra lui e l’Opera: ed è un’impietosa autoanalisi che egli compie, una vitale dichiarazione di impotenza che parte dalle proprie esperienze più intime e arriva al centro della questione stessa della scrittura, ai principî ultimi che regolano l’artificio letterario.
Come quei pittori che amano rappresentare sé stessi sulla tela nell’atto di dipingere, Bénabou è qui a ricordarci che la letteratura è prima di tutto il luogo della finzione e dell’inganno, una specie di elegantissima finestra con ampia vista sul nulla.»

Oltre quella porta

Magda Szabó, La porta

[Per i giorni di neve e di vento freddo
Consiglio di lettura: Magda Szabó, La porta
Consiglio d’ascolto: Händel/Halvorsen, Passacaglia
Consiglio in infusione: tè verde zenzero e arancia]

Sono nata in una famiglia numerosa: mio padre è il terzo di otto fratelli e provare a contare tutti i miei cugini significa più o meno perdere il conto intorno a cinquanta. Anche se cresci in una famiglia meno affollata della mia, hai l’occasione di scoprire presto che se c’è una cosa da cui non puoi sottrarti, è avere a che fare con i parenti che ti sono capitati. Ma cosa accadrebbe se potessimo avere un piccolo margine di manovra sui legami di sangue? Non dico cancellare quelli che ci sono già, ma provare ad arricchire la collezione casuale dei parenti in senso stretto con quelli che decidiamo di adottare. È così che negli anni, invece che procedere per sottrazione, mi sono ritrovata con zii acquisiti sul pianerottolo di casa, zii per telefono, zii lettori, zii musicisti, zii immaginari.

Ed è a quella parte di famiglia che ho scelto che ho pensato, appena finito di leggere La porta di Magda Szabó, perché in queste pagine ho ritrovato il mio stesso tentativo di aggrapparmi con legami arbitrari a persone speciali alle cui vite ho desiderato di appartenere. Dietro l’attaccamento morboso di Magda e Emerenc – le due protagoniste di questa storia senza tempo – si nasconde lo stesso desiderio di appartenersi pur abitando mondi incredibilmente lontani.

Ti sembra di vederle sulle rive opposte di un fiume, a tendersi la mano senza riuscire ad afferrarsi mai: Magda, la scrittrice, con il suo mondo fatto di libri, che sa cosa deve fare solo sui fogli di carta; Emerenc che non conosce altra realtà che la fatica della schiena e delle mani, con quella saggezza tipica delle persone di poche parole e un’energia che non ammette riposo, che è diffidente, solitaria, irrigidita dagli avvenimenti di una vita così diversa da quella trascorsa dietro i tasti di una macchina da scrivere. Emerenc che è capace di ferire con il suo silenzio impenetrabile – «perché per una persona è molto più doloroso sentirsi indegna persino di una parola, di una domanda, di una spiegazione» – e Magda che accoltella con una risposta tagliente e non conosce rispetto per la vergogna. Emerenc con quel suo modo di essere impenetrabile e un amore verso il prossimo che si esprime preparando un piatto caldo o spalando la neve sul vialetto di casa. Magda con la sua fragilità e quella paura terribile di riuscire a essere con gli altri nulla di più che cordiale. Emerenc l’eroina granitica che ha fatto della solitudine la sua scelta di vita, eppure sa bene che «non vale la pena vivere se non hai nessuno felice d’aspettarti quando rincasi»; Magda che si ritrova a chiedersi quanto nel proprio modo di essere sia sincero e quanto recitato a memoria per educazione.

Quando due donne così diverse si incontrano e si guardano negli occhi, a stento riescono a decifrarsi, eppure non possono fare a meno di tendersi la mano. Quello che di prezioso ho trovato in questa storia è l’incontro tra due solitudini, l’amore impossibile tra due anime affini intrappolate in esistenze inavvicinabili. Un amore che per paura di farsi male diventa tanto più forte quanto più ci si tiene a distanza. Un amore che si consolida intorno a un segreto, una volta concesso di aprire quella porta che solo a pochi è dato il privilegio di varcare. Trascorreranno insieme vent’anni di vita e alla fine avranno imparato due grandi verità l’una dall’altra: Magda da Emerenc che «non bisogna mai amare nessuno perdutamente perché altrimenti si causa la sua rovina», Emerenc da Magda che «una passione non si può esprimere pacatamente, disciplinatamente, morigeratamente, e nessuno può definirne la forma al posto di un altro».

Mi rammarico di aver conosciuto Magda Szabó tanto tardi, ma in fondo è bello che scrittrici così immense si incontrino solo a un certo punto del percorso, come una perla scoperta per caso, un dono straordinario per lettori ostinati.