Romanza senza parole

Quando ero bambina, l’8 marzo papà tornava a casa con un mazzolino di mimosa raccolto non lontano dal nostro giardino. Portava un ramoscello per ogni donna della famiglia, anche per me che prima di diventare una donna avrei dovuto aspettare ancora molto tempo. Era un piccolo rituale affettuoso, attraverso il quale imparavo senza accorgermene il senso di una ricorrenza che avrei capito solo qualche anno dopo, sui libri di storia.

Con la stessa dolcezza di quel gesto, oggi mi emoziono con le parole di Sof’ja Tolstaja in Romanza senza parole, che ho la fortuna di conoscere in anteprima per La Tartaruga / Baldini&Castoldi.

«Nuoto… vado… dove? …Sì, dove? Tanto, tanto tempo è passato da quando Ivan Ilič eseguiva la sonata, suggerendomi questa domanda: a cosa aspiro? È forse quell’aspirazione che ci trasporta nell’eternità appena la domanda sul “Dove?” è risolta per sempre? Poiché questa domanda è reale, deve anche esistere quel luogo misterioso. Qualcosa che cerchiamo di raggiungere con tutto il cuore e con tutta la forza, in quanto la domanda sul “Dove?” ci rende sempre felici.»

Romanza senza parole, Sof’ja Tolstaja

È una storia travolgente che si legge tutta d’un fiato e che parla dell’amore, del potere dirompente della musica, di Tolstoj, ma soprattutto di Sonja, la donna che rinunciò alle sue ambizioni letterarie per stare accanto – o all’ombra – dello scrittore che ci ha regalato alcuni tra i più grandi capolavori della letteratura dell’Ottocento.

La voce di questa donna è tutto tranne che dimessa e in quest’opera c’è molto di quell’amore burrascoso che la legò al suo «Lëvočka» per quarantotto anni di vita. Fu per questo che, secondo la volontà dell’autrice, l’opera sarebbe stata pubblicata postuma. Così Romanza senza parole è rimasta sepolta in un archivio di Mosca fino al 2010, quando è stata pubblicata in Germania in occasione del centenario della morte di Tolstoj.

Dovreste leggerlo se vi è capitato di smarrirvi dentro una Sonata a Kreutzer o se non riuscite a trattenere l’emozione mentre il suono dolcissimo di un pianoforte vi accarezza il cuore con la Romanza senza parole in Sol di Mendelssohn.

Discorso di un albero sulla fragilità degli uomini

«Il futuro, come vedi, diventa difficile da coniugare per gli Zhang.»

Discorso di un albero sulla fragilità degli uomini, Olivier Bleys (Edizioni Clichy)

Una famiglia poverissima, dentro una catapecchia gelida nel mezzo di un inverno che non vuole finire, è riunita intorno a una scatola il cui contenuto potrebbe cambiare il destino, una volta per tutte. Arrivata a questa scena del Discorso di un albero sulla fragilità degli uomini di Olivier Bleys (Edizioni Clichy) non ho potuto fare a meno di pensare al piccolo Charlie Bucket e alla sua famiglia in La fabbrica di cioccolato.

L’atmosfera della favola è la stessa che si respira nel racconto di Roald Dahl, nonostante siamo nella periferia di Shenyang, una città industriale a nord-ovest della Cina, e la storia affondi le sue radici nella realtà contemporanea.

Come racconta l’autore, l’idea del libro è stata ispirata da un documentario televisivo in cui appare «una casa in mattoni rossi a un solo piano, piantata in mezzo al cantiere di un grattacielo in costruzione». È una di quelle che in Cina si chiamano “case chiodo”, e la famiglia Zhang che la abita continua a occuparla nonostante le sia stato intimato lo sfratto.

Simbolo di una resistenza ostinata allo sviluppo dell’ennesima megalopoli moderna, la casa degli Zhang si trova ai piedi dell’ultimo esemplare di sommacco, o albero della lacca, rimasto in città. Gli abitanti del quartiere lo chiamano «l’albero che piange», tanto tristi sono le condizioni in cui si trova «la creatura più miserabile del regno vegetale».

Per la famiglia Zhang il vecchio albero che scricchiola sotto i colpi del vento e lacrima gocce di resina marcia è il monumento della loro memoria. Tra quelle radici sono sepolte le vecchie generazioni, al di sopra della terra prendono vita i sogni delle nuove:

«A casa Zhang i vivi e i morti andavano d’accordo; si potrebbe perfino dire che vivevano a stretto contatto, tante erano le notizie che si scambiavano a loro insaputa (gli uni calpestando il suolo del giardino, gli altri spingendo talpe e lombrichi verso il sole o toccando la punta delle radici del sommacco) e i segnali che creavano tra loro una sorta d’intimità. In fondo cosa significava vivere o essere morti? Una linea era stata tracciata, la superficie del suolo: si stava da una parte o dall’altra, ma sempre al confine, senza salire né sprofondare troppo, gli uni in piedi al di sopra, gli altri sdraiati a un metro o due dal confine straniero.»

L’albero è anche il simbolo di una rivoluzione che è avvenuta troppo in fretta, spazzando case, villaggi e storie alla velocità di un treno in corsa. E resistere è essenzialmente ciò che fanno il capofamiglia Wei, sua moglie Yun e gli altri membri della famiglia Zhang. Resistere alle frustate di un inverno così lungo da far dimenticare le stagioni che lo hanno preceduto. Resistere su un minuscolo quadrato di terra al boato assordante della modernità che avanza. Resistere ai morsi della fame e alla povertà che prude sotto i vestiti logori.

Resistere tutti insieme, in uno spazio vitale così ridotto che in casa non c’è un posto dove tenere il broncio e per entrare nel letto si segue un ordine per limitare gli scavalcamenti tra i materassi; dove anche fare l’amore – «tutto ciò che rimane ai poveri per godere un po’ della vita» – significa far respirare nel sonno l’odore dello «iodio amoroso» al resto della famiglia addormentata.

Discorso di un albero sulla fragilità degli uomini è una storia di sacrificio e di coraggio, in cui anche procurarsi del carbone per stare al caldo è un’impresa che può costare la vita. È la storia di una famiglia disgraziata, le cui infelicità – una volta tanto – hanno origine fuori dalle mura di casa.

La favola moderna di Olivier Bleys ha l’odore acre del signor Wei, «un odore misto ma abbastanza costante, dove dominavano il sudore fresco e il suo doppio corrotto, il vecchio sudore, macerato nelle pieghe dell’abito lavato poco». Ma ha il sapore di una storia dolcissima sui rischi che siamo disposti a correre per prenderci cura delle persone che amiamo. E, come una favola, lascia con il sorriso, facendoci scoprire che la sola cosa che conta a questo mondo sono gli esseri umani.

Sommacco, o albero della lacca

C’era una svolta

Alzi la mano chi, come me, inizia a novembre ad addobbare casa a festa e a febbraio non ha ancora trovato il coraggio di riporre il calendario dell’avvento, le lucine e i pupazzi di neve. In fin dei conti, il Natale è uno stato d’animo e in questa domenica uggiosa è tornato a trovarmi grazie a un libro speciale.

C’era una svolta è il frutto di un progetto realizzato da “Quelli del Sabato”, un’associazione di volontari che da più di vent’anni si incontrano ogni settimana insieme a ragazzi disabili di Bellinzago Novarese per «inventarsi imprese da vivere», per sfidare le loro paure e far germogliare il loro entusiasmo.

Gabriella, Manuela, Tiziana, Dalila, Antonino, Cosimo, Nicoletta, Andrea, Massimo, Mauro, Luigi, Renata, Roberta, Isabella, Ilaria, Ylenia, Fabio ed Eva sono i diciotto ragazzi che hanno immaginato – sotto la guida di Francesco Baldi, autore e attore teatrale – un dettaglio diverso, un imprevisto, una svolta per diciotto favole che siamo abituati a farci raccontare in maniera diversa. Le storie sono state affidate alla penna di diciotto scrittori – Ester Armanino, Biagio Autieri, Christian Mascheroni, Luigi Romolo Carrino, Lella Costa, Barbara Di Gregorio, Emiliano Poddi, Eleonora Sottili, Linda Griva, Fulvio Ervas, Ivano Porpora, Maria Paola Colombo, Raffaele Riba, Cristina Di Canio, Eduardo Savarese, Errico Buonanno, Isabella Dilavello, Martino Gozzi – e alla matita di Hikimi (Roberto Blefari), che le hanno fatte diventare dei piccoli capolavori colorati.

Andate a conoscere le imprese sorprendenti di “Quelli del Sabato” e lasciatevi incantare dal modo in cui sanno raccontarvi che vale la pena di sentirsi vivi fino a che siamo capaci di immaginare.

 

Tentativi di botanica degli “Oggetti solidi”

Mi capita spesso di parlare del mio amore per Virginia Woolf, che negli ultimi tempi ha ricevuto nuova linfa, complice qualche incontro libresco particolarmente fortunato.

Con l’occasione di festeggiare l’anniversario della sua nascita, Flanerí ha pubblicato le mie impressioni di lettura di Oggetti solidi, la raccolta integrale dei Racconti e altre prose di Virginia Woolf, edita da Racconti edizioni.

Tra i mille modi in cui ci si può immergere dentro questa raccolta che pullula di suggestioni fantastiche, a me è piaciuto esplorarla come un giardino rigoglioso. Così, per gioco, ho iniziato a prendere nota di tutte le specie di fiori e di arbusti che fanno capolino tra un racconto e l’altro. E quello che ne è venuto fuori è una piccola botanica degli Oggetti solidi, per provare a prolungare quelle impressioni anche lontano dalle pagine.

Dodici per duemilasedici

Non amo le classifiche e i bilanci di fine anno e sono una pessima compilatrice di propositi virtuosi per il futuro. Quello che mi riesce particolarmente bene, invece, è guardare indietro e sorridere delle cose belle che ho incontrato.

Che il prossimo anno ci arricchisca tutti di sentimenti preziosi, come quelli che ho conosciuto leggendo questi libri:

Dodici libri che ho amato nel 2016

La porta di Magda Szabó (Einaudi), una storia dolcissima e senza tempo che ha per protagonisti l’amore, il silenzio e la scrittura.
Martin il romanziere di Marcel Aymé (L’orma editore), perché abbiamo bisogno di tenere in allenamento la nostra capacità di immaginare per restare vivi.
Panorama di Tommaso Pincio (NN editore), un romanzo claustrofobico sull’ossessione per l’amore e per la lettura, ideale per perdersi tra le strade di Roma.
Il posto di Annie Ernaux (L’orma editore), un libro che parla con coraggio di cosa significhi essere figli, perché per essere quello che siamo non possiamo dimenticare da dove siamo venuti.
Abbiamo sempre vissuto nel castello (Adelphi), perché nessuno meglio di Shirley Jackson sa giocare con le nostre inquietudini.
Lolita di Vladimir Nabokov (Adelphi), una favola amara che parla di amore e prigionia, in cui non si può fare a meno di stare dalla parte del cattivo.
Gli amori difficili (Mondadori), perché un anno senza una pagina di Italo Calvino è un anno che non merita di essere vissuto.
L’arte di scomparire di Pierre Zaoui (il Saggiatore), perché il nostro tempo avvelenato dal protagonismo e dalla spettacolarizzazione della banalità ci impone di riflettere sull’importanza della discrezione.
Fisica della malinconia di Georgi Gospodinov (Voland), un labirinto in cui non vedrete l’ora di perdervi, anche se vi mancherà l’aria per respirare.
Specie di spazi di Georges Perec (Bollati Boringhieri), un libro di esercizi di osservazione, per imparare ad accorgerci delle cose che abbiamo sotto gli occhi ma che spesso ci sono invisibili.
Dalla parte di Swann di Marcel Proust (Mondadori), perché è vero quello che dicono tutti: la Recherche cambierà per sempre il vostro modo di leggere.
La nausea (Einaudi), perché solo facendoci tenere per mano da Sartre possiamo riuscire ad affacciarci verso il vuoto dentro il quale siamo condannati a vivere, senza farci troppo male.

Le stanze degli altri

[Consiglio di lettura: Alicia Giménez-Bartlett, Una stanza tutta per gli altri (trad. Maria Nicola), Sellerio editore, 2003
Consiglio d’ascolto: Johannes Brahms, Piano trio n. 1 op. 8
Consiglio in infusione: tisana echinacea]

Mi piace l’umore di certe giornate di novembre, in cui la luce grigia e il ticchettio della pioggia creano l’alchimia perfetta per incontrare un nuovo libro. Come spesso mi accade, avevo voglia di sbirciare alla mia finestra preferita: quella della stanza di Virginia Woolf. E per farlo ho scelto un’angolazione diversa dal solito, leggendo Una stanza tutta per gli altri di Alicia Giménez-Bartlett.

Ci sono autori le cui vicende private sono altrettanto, se non più emozionanti di quelle dei personaggi che hanno inventato. Questo mi sembra particolarmente vero nel caso di Virginia Woolf, alla cui vita mi ero già appassionata leggendo il Diario di una scrittrice (BEAT, 2011) che continuò a scrivere fino a poco prima della sua morte.

Una stanza tutta per gli altri è qualcosa di più che un ritratto insolito di Virginia Woolf. Non è un romanzo nel senso tradizionale del termine, ma un intreccio tra pagine di diario, lettere ed episodi narrativi, che prende l’avvio da una finzione letteraria: Alicia Giménez-Bartlett immagina di aver ritrovato il diario di Nelly Boxall – la domestica che dal 1916 al 1934 servì i Woolf – e ricostruisce a partire da quelle pagine vent’anni di vita nella loro casa.

Non so se sia una coincidenza il mio appassionarmi ai rapporti tra scrittrici e domestiche o se invece debba recuperare una bibliografia completa sul tema, visti gli esiti della lettura di un altro libro – La porta di Magda Szabó – che mi ha ugualmente emozionata. Ma in questo caso si tratta di una scrittura meno letteraria, sebbene non per questo meno poetica, da cui emerge un ritratto di Virginia Woolf tanto più appassionato, forse proprio perché non filtrato dalla lente dell’attendibilità della ricostruzione biografica.

Nulla sfugge allo sguardo cinico di Nelly, attraverso il quale scorgiamo le figure che hanno animato il gruppo di Bloomsbury: Leonard Woolf, Lytton Strachey, Vanessa Bell, Katherine Mansfield, Vita Sackville-West. Agli occhi della domestica, gli incontri del gruppo di intellettuali più influenti del Novecento non sono altro che una fatica in più per le cene da preparare, e la leggendaria Hogarth Press un’altra stanza polverosa, piena di caratteri tipografici da mettere in ordine:

«Credevo che il torchio fosse più grande. Non vedo come con un aggeggio come questo possano pensare di diventare milionari. […] Per il momento la stamperia significherà solo più lavoro, dovremo pulire la stanza, la macchina, i cassetti dei caratteri, andare alla posta coi pacchi dei libri.»

Vanessa Bell, The Memoir Club
Vanessa Bell, The Memoir Club [fonte: Artuk.org]
Ma prima ancora di restituirci uno spaccato sugli anni a cavallo tra le due guerre mondiali in una Londra umida e fuligginosa, questa storia racconta il legame controverso tra la scrittrice e la sua domestica, che nasce come un’adorazione morbosa di Nelly per Virginia e si trasforma progressivamente in odio, nutrito da un desiderio contraddittorio di liberarsene e di assomigliare alla sua padrona:

«È possibile che lei sia un’artista e sappia molte cose che io non saprò mai, ma un diario? Un diario posso benissimo scriverlo anch’io.»

«Magari è lei che sente le cose in modo diverso dalle altre donne, così come fa cose diverse, come passare ore e ore chiusa a scrivere nella sua stanza. L’altro giorno, quando le ho chiesto: “Non si annoia, signora, sempre a scrivere?” mi ha guardata sorridendo e ha detto: “È la cosa più appassionante che faccio”.»

Tra le mura di casa Woolf aleggia spesso un silenzio inquieto e una malinconia che fa ammalare l’anima:

«Credo che la signora abbia ragione, certi giorni sembra che il sole non tornerà mai più.»

Le due donne condivideranno i momenti peggiori della guerra, il malumore delle giornate di nebbia, e a forza di starle vicino, Nelly arriverà a conoscere sempre più le ombre di Virginia, cogliendo quella stranezza che oggi ha il nome clinico di psicosi maniaco-depressiva:

«Non sopporto di vederla con quello sguardo triste che si perde nell’aria. […] È come se le uscisse l’anima dagli occhi tanto li tiene spalancati […], quegli occhi tristissimi che sembra abbiano visto le cose più orrende e va’ a sapere che cosa vede lei nella sua povera testa.»

Se c’è un grande assente in questo diario-romanzo, è forse l’amore. Una stanza tutta per gli altri è un racconto di solitudini che riescono solo accidentalmente a incontrarsi: Virginia chiusa nella scrittura e nella sua malattia, Leonard in un riserbo impenetrabile, Nelly alla ricerca di uno spazio solo per sé, consapevole che si tratti di quanto di più ambizioso una serva come lei possa desiderare. E non è un caso che i rapporti tra le due donne si deterioreranno definitivamente quando Nelly, dopo l’ennesima lite, oserà rivolgersi con quell’«Esca dalla mia stanza» che Virginia non riuscirà mai a perdonarle.

Le parole con cui Alicia Giménez-Bartlett chiude il diario di Nelly, ormai a servizio da qualche anno presso un’altra famiglia, sono tremende:

«Ho una stanza tutta per me, un armadio pieno di vestiti e il mio servizio da tè. Ho della dignità. Quanto a lei… da tre settimane era in fondo al fiume, l’hanno trovata il 18 aprile [1941] dei bambini, galleggiava giù a valle, gonfia e deforme come le mucche che affogano nelle alluvioni, il naso e i lobi delle orecchie mangiati dai pesci, i vestiti mezzi strappati e mezzi marci, questa è stata la sua dignità alla fine.»

È un addio senza pietà, dopo un rapporto travagliato che dall’ammirazione si è trasformato in quel tipo di disprezzo che solo i legami indissolubili possono suscitare. E ci lascia intendere che dietro ai capolavori che abbiamo amato ci siano state sempre delle persone, con le proprie abitudini e nevrosi, forse meno perfette, ma sicuramente più vere di quanto siamo tentati di immaginare.

Perec, Specie di spazi

Inventario di spazi

[Per non disimparare a guardare
Consiglio di lettura: Georges Perec, Specie di spazi (trad. R. Delbono), Bollati Boringhieri, 2015
Consiglio d’ascolto: Georges Bizet, Carmen – Sur la place chacun passe
Consiglio in infusione: tisana allo zenzero]

Se un giorno dovessi trasferirmi su un’isola deserta, anche solo per un periodo di tempo limitato, immagino che dovrei essere pronta a scegliere almeno un libro da portare con me. Potrei optare per uno di quei tomoni che racchiudono universi completi, finiti, dove sembra che tutto sia stato scritto e in cui mi basterebbe immergermi per trovare ristoro; eppure credo che sarei più propensa a scegliere un libriccino di dimensioni più contenute, ma ricco di suggestioni per tenere in allenamento la mia capacità di immaginare. Sicuramente con una saga familiare di Thomas Mann o i tormenti di Anna Karenina avrei di che appassionarmi e non mi sentirei sola, ma credo che farebbe più al caso mio un compendio di esercizi per lo sguardo come quello realizzato da Georges Perec intorno al 1970, che conosciamo con il titolo Specie di spazi.

Mi sono innamorata di Perec poco più di un anno fa, dopo aver letto il suo più famoso La vita istruzioni per l’uso (BUR, 2005). E si potrebbe considerare Specie di spazi un piccolo manuale introduttivo a quel testo, un libretto di istruzioni alle Istruzioni per iniziare a familiarizzare con il tema del romanzo. Tanto è vero che a un certo punto si trova un riferimento esplicito, un abbozzo di idea di quel labirinto di camere con vista:

«Progetto di romanzo
Immagino un palazzo parigino di cui sia stata tolta la facciata […] in modo che, dal pianterreno alle mansarde, tutte le stanze che si trovano dietro la facciata siano immediatamente e simultaneamente visibili.»

Specie di spazi nasce con l’intento di realizzare un bestiario dei luoghi, quasi che gli spazi avessero una loro genealogia e si potessero osservare, descrivere e classificare come le specie viventi. Perec si prende la briga di scrivere meticolosamente degli spazi che abitiamo ogni giorno, realizzando uno studio dell’ordinario a partire da uno straordinario esercizio di osservazione della realtà, con lo sforzo costante di «esaurire l’argomento», di riuscire a notare ogni minimo dettaglio, anche dove sembra che non ci sia niente da vedere.

È un’indagine che procede per spazi via via più grandi, da quello della pagina allo spazio del mondo, passando per il comodino, il letto, la casa, la strada, il quartiere, la città. In questo modo Perec descrive i meccanismi della vita di tutti i giorni, restituendoci la poesia che non sempre siamo capaci di cogliere nelle cose che abbiamo sotto gli occhi – le porte, le finestre, le strade, le scale:

«Non si pensa abbastanza alle scale.
Niente era più bello, nelle vecchie case, delle scale. Niente è più brutto, più freddo, più ostile, più meschino, nei palazzi d’oggi.
Si dovrebbe imparare a vivere di più nelle scale. Ma come?»

Partendo dall’idea che gli spazi che abitiamo dicano molto su ciò che siamo, Perec riesce a realizzare un sorprendente inventario del quotidiano, e mentre distingue e classifica e cerca di mettere ogni cosa al proprio posto, ci insegna a interessarci alle cose, a guardarle con attenzione per capirle meglio e in questo modo capire anche il tempo in cui viviamo.

E lo fa procedendo spesso per sforzi improbabili, come quello di fare l’inventario di tutti i luoghi in cui abbia dormito. O progettando esperimenti come quello di descrivere gli stessi posti più volte nel tempo, e poi catalogare queste descrizioni di anno in anno seguendo un preciso algoritmo che consenta «primo, di descrivere ciascuno di questi luoghi in un diverso mese dell’anno, secondo, di non descrivere mai nello stesso mese la stessa coppia di luoghi» fino a raggiungere un totale di 288 testi: «Saprò allora se ne valeva la pena: infatti, non mi aspetto nient’altro che la traccia di un triplice invecchiamento: quello dei luoghi stessi, quello dei miei ricordi e quello della mia scrittura».

Osservare gli spazi per conoscere meglio sé stessi; guardare per misurare, per orientarsi, registrando i cambiamenti per non perdere la memoria; imparare che lo spazio è esercizio del dubbio, è «ciò che arresta lo sguardo, ciò su cui inciampa la vista: l’ostacolo».

Yelena Bryksenkova, drawing of Georges Perec
Yelena Bryksenkova, drawing of Georges Perec (2009). Fonte: goo.gl/hdXUTW.

Con l’obiettivo ben preciso di «scacciare ogni idea preconcetta. Smettere di pensare in termini bell’e fatti, dimenticare quanto è stato detto», lo studio di Perec sembra riuscire nell’impresa di individuare una grammatica minima universale, deducendo cosa cambia e cosa resta uguale mentre ci si muove da uno spazio all’altro, attraversando frontiere e riuscendo a cogliere il senso del movimento anche quando sembra che non stia accadendo nulla. E poi imparare a decifrare la città, le azioni, i meccanismi che fanno funzionare le nostre vite; immaginare anche quello che sta dietro – o sotto, o dentro – le cose di cui neanche ci accorgiamo.

La sua osservazione lo conduce anche a riflessioni sorprendenti, come quando scopre – per esempio – che «lo spazio sembra essere, o più addomesticato, o più inoffensivo del tempo: s’incontrano dappertutto persone con un orologio e solo molto di rado persone con una bussola. […] Eppure, di tanto in tanto, bisognerebbe chiedersi dove si sia (arrivati): fare il punto: non solo sui propri stati d’animo, la propria salute, le proprie ambizioni, credenze e ragioni d’essere, ma semplicemente sulla propria posizione topografica, e non tanto rispetto agli assi sopraccitati, ma piuttosto rispetto a un luogo o a un essere al quale si pensa, o al quale ci si metterà così a pensare.»

C’è qualcosa nella scrittura di Perec che mi dà la stessa sensazione di conforto che provo leggendo Calvino, perché mentre leggo so con certezza che se anche il mondo un giorno dovesse esaurire le parole per raccontarsi, basterebbe continuare ad attingere alle riserve immaginifiche che questi giganti ci hanno lasciato, per ricominciare a vedere:

«Osservare la strada, di tanto in tanto, magari con una cura un po’ sistematica.
Applicarsi. Fare tutto con calma.
[…] Annotare quello che si vede. Quello che succede di notevole. Sappiamo vedere quello che è notevole? C’è qualcosa che ci colpisce?
Niente ci colpisce. Non sappiamo vedere.»

Credo proprio che avrei bisogno di un equipaggiamento di questo tipo per partire verso l’ignoto. Perché sia che tornassi indietro sia che decidessi di restare, non vorrei disimparare a tenere gli occhi aperti e immaginare, né dimenticarmi che «vivere è passare da uno spazio all’altro cercando di non farsi troppo male».

Leggere, recensire

Virginia Woolf a proposito della bellezza e dell’arte di parlare dei libri degli altri.

«Perché poi la bellezza debba avere su di noi questo particolare effetto, nessuno lo sa dire. Molti ci hanno provato, e forse una delle invariabili proprietà della bellezza è di lasciare nell’animo il desiderio di rendere altri partecipi. Un’offerta, bisogna presentare un’offerta; dedicare un gesto, fosse pur solo attraversare la stanza e rigirare tra le dita la rosa nel bicchiere, la rosa che, incidentalmente, ha lasciato cadere i suoi petali.»

«Già ora il recensore sta attaccato per un filo alla coda dell’aquilone della politica. Presto verrà completamente spazzato via. Il suo lavoro sarà svolto (e in molti giornali è già così) da un efficiente funzionario armato di forbici e colla che verrà chiamato (chissà) lo Spremitore. Lo Spremitore scriverà una breve relazione sul libro; con un estratto della trama (se è un romanzo); una scelta di versi (se è un libro di poesie); un paio di aneddoti (se è una biografia). A questo ciò che resta del recensore – magari lo si chiamerà l’Assaggiatore – apporrà un timbro: una stellina in segno di approvazione, una crocetta di disapprovazione. Il risultato – Timbro più Spremitura – sostituirà il discordante e insensato chiacchiericcio che regna attualmente.
[…] Il sistema Timbro e Spremitura, eliminando ciò che oggi passa per critica letteraria (quelle due parole dedicate al “perché mi piace o non mi piace questo libro”), farà risparmiare spazio. Nel giro di un paio di mesi si potrebbe arrivare a risparmiare fino a quattro o cinquemila parole. E con quello spazio a disposizione l’editore potrà non solo esprimere il proprio rispetto per la letteratura ma dimostrarlo concretamente

Virginia Woolf, Leggere, recensire (marcos y marcos, 1991).

Virginia Woolf, last picture

Virginia Woolf: detail from her final session with a professional photographer, Gisèle. Fonte: The Telegraph.

Buon compleanno, Sartre

Jean-Paul Sartre, La nausea

Pochi giorni fa ricorreva il centoundicesimo anniversario della nascita di Jean-Paul Sartre e questo è stato il motivo del tutto casuale per cui mi sono imbattuta nel capolavoro che è La nausea. Ho appena finito di leggerlo e ci sarebbero milioni di modi in cui potrei parlarne.

Potrei dirvi, tanto per cominciare, che è il diario di uno storico, Antoine Roquentin, e il racconto del suo tentativo di portare a compimento un’opera sul controverso personaggio del marchese di Rollebon. Potrei parlarvene come di un romanzo metaletterario, in cui il tema dell’opera incompiuta si intreccia a più livelli dentro e fuori la storia. Oppure potrei dirvi che è l’incursione nella vita di un uomo solo, che si ritrova a riflettere sull’inutilità di vivere, in una esplorazione disillusa e sorprendente della materia prima di cui è fatta l’esistenza. Potrei raccontarvi del suo sguardo impietoso sulla realtà e sul vuoto che vi si cela dietro, che non lascia scampo. O ancora, potrei parlarvi della storia di un amore interrotto e mai sopito, di quel confine labile che talvolta intercorre tra un arrivederci e un addio, di quanto possa risultare odiosa una vita quando alla linfa che la anima si sostituisce un moto di inerzia per cui semplicemente le «si sopravvive». Potrei dirvi delle riflessioni sulla scelta ineluttabile di fronte alla quale si è posti nell’atto di scrivere: o vivere o narrarsi; o dell’indagine impietosa del quotidiano e di quanto sia faticoso trascinarsi avanti nel momento in cui si smette di perseguire un progetto. Oppure ancora, di quanto possa essere difficile sentirsi liberi con la consapevolezza che si tratti di una libertà fasulla, basata sul nulla. E solo alla fine, provare a parlarvi di quella Nausea che è una dimensione quasi metafisica, una condizione che si colloca fuori dell’individuo, una materia odiosa che permea tutto lo spazio entro il quale la realtà si manifesta, il sentimento dell’evidenza che le cose sono gratuite, che tutto – persino l’esistenza – è “di troppo” a questo mondo.

Ma non sarei capace di restituirvi la grandezza, la profondità, l’acutezza con cui Sartre ci porta al cuore di un’angoscia che è poi anche il senso dell’esistenza. Preferisco lasciarvi con delle curiosità collaterali, che vi spingano a cercare – dopo aver letto quest’opera imprescindibile – una continuazione nei mondi che le ruotano intorno.

A partire dal titolo, che nelle intenzioni dell’autore avrebbe dovuto essere Melancholia, in omaggio all’incisione cinquecentesca di Albrecht Dürer (famosissima e piena zeppa di riferimenti simbolici e alchemici – di cui lascio che a parlarvene sia qualcuno che ne sa ben più di me).

Dell’aneddoto, attraverso un breve carteggio, di come si sia arrivati all’idea della Nausea per intuizione dell’editore Gallimard:

«Signore, alleghiamo a questa lettera un contratto per la vostra opera intitolata Melancholia. Vi chiediamo di cambiare questo titolo che ci pare poco favorevole per il lancio dell’opera. Volete rifletterci un momento?…» (Gaston Gallimard, 17 giugno 1937).

«Caro Brice-Parain, ti invio il contratto firmato. Poiché Melancholia non vi piace, cosa ne pensate di Le avventure straordinarie d’Antoine Roquentin? Si potrebbe scrivere sulla fascetta: “Non ci son più avventure” o qualcosa del genere. Ma, forse, ti parrà che, per la fascetta, m’immischio in cose che non mi riguardano.» (Jean-Paul Sartre, senza data, ma fine giugno).

«Caro Sartre, ho ricevuto lettera e contratto. Il titolo mi pare andare; poiché è un poco lungo, si potrebbe sopprimere “straordinarie”? Quanto alla fascetta: “Non ci son più avventure” sarebbe indicata solo se si volesse far scappare il pubblico! Abbiamo tutto il tempo di trovarne una.» (Brice-Parain, 1° luglio 1937).

«Caro Sartre, Gaston Gallimard propone per il tuo libro un titolo che trovo eccellente: La Nausée…» (Bruce-Parain, 12 ottobre 1937).

Del meraviglioso ragtime dentro le cui note Antoine Roquentin si rifugia in un caffè di Bouville e che è una commovente ed elegantissima celebrazione di quegli addii che non riescono mai davvero a diventare più che un semplice arrivederci.

E poi un’istantanea dell’amore che legò Sartre e Simone de Beauvoir per tutta la vita.

Simone De Beauvoir e Jean-Paul Sartre a Roma il 22 ottobre 1963.
Simone De Beauvoir e Jean-Paul Sartre a Roma il 22 ottobre 1963 [Fonte: gettyimages.it].
Erano una coppia imperfetta, asimmetrica, ma retta da un sentimento necessario e inevitabile, capace di darsi la regola scritta dell’infedeltà come un dovere reciproco per tenere alla larga dalle menzogne, i sotterfugi, le ipocrisie del matrimonio due persone che sapevano di appartenersi al di là di ogni evidenza borghese.

Perché, come forse vuole lasciarci intendere l’autore di questa storia immensa, è l’amore l’unica cosa con cui possiamo sperare – e non è detto che ci riusciamo – di riempire il vuoto dentro il quale siamo condannati a vivere.

Il mestiere di essere figli

Annie Ernaux, Il posto (Yvetot)

[Consiglio di lettura: Annie Ernaux, Il posto (trad. Lorenzo Flabbi), L’orma editore, 2014
Consiglio d’ascolto: Fryderyk Chopin, Ballade n. 2
Consiglio in infusione: tè verde alla menta piperita]

Stando a quello che so – che non si spinge oltre il sentito dire – diventare genitori dev’essere una delle cose più difficili al mondo. Nella mia breve esperienza di vita, però, posso dire con una certa cognizione di causa che anche essere figli non è cosa da poco.

Se è vero che per natura noi esseri umani siamo dotati di un corredo biologico che ci rende idonei a procreare, il margine di arbitrio sul diventare padre o madre è abbastanza ampio da poter scegliere di non sperimentare l’ebbrezza dell’impresa. Dall’essere figli invece nessuno può sperare di sottrarsi in alcun modo. Non solo, essere figli condiziona inevitabilmente ciò che siamo, ciò che vorremmo essere, fino a darci a volte la misura di ciò a cui non vorremmo somigliare.

Penso a questo appena ho finito di rileggere Il posto di Annie Ernaux, di cui sono bastate poche pagine perché diventasse uno dei tasselli fondamentali della mia identità di lettrice.

Di rado ho incontrato libri che sapessero parlare con tanta verità e intensità di cosa significhi essere figli – penso alle Correzioni di Franzen, un’altra rilettura che ho sentito il bisogno di affrontare di recente, seppure ancora non abbia trovato le parole per scriverne. E quando mi capita di provare un’immedesimazione così forte in quello che leggo, non intendo tanto un’aderenza alle vicende della vita – non potrei avere meno cose in comune con una donna nata nel 1940 che ha conosciuto la povertà e la guerra – quanto piuttosto la capacità che hanno certi scrittori di dire certe cose che non sapevamo di avere dentro, o che semplicemente non trovavamo il modo di esprimere.

In questo la scrittura di Annie Ernaux è quasi terapeutica – per sé stessa forse, per chi la legge sicuramente – perché possiede la chiave per scavare in un vissuto senza incadere nel luogo comune, indagando quello strappo spesso doloroso che si apre quando un figlio inizia a diventare altro rispetto a chi lo ha messo al mondo.

La Ernaux ha trovato le parole giuste per raccontare la storia del padre, ma credo ancor prima la propria, a partire dal distacco da un mondo semplice e quasi immobile a cui non sentiva di appartenere. In questo passaggio – che è anche ascesa sociale attraverso il difficilissimo non-mestiere della cultura – Annie racconta la ricerca di una direzione, di una lingua, di una voce che non le fosse estranea. E sebbene questa presa di coscienza avvenga nel momento del distacco dalle proprie origini, sarà dal riappropriarsi di quella memoria rifiutata con vergogna che inizieranno a sciogliersi i primi nodi. Ecco allora che la scelta diviene precisa e manifesta:

«Scrivere riguardo a mio padre, alla sua vita, e a questa distanza che si è creata durante l’adolescenza tra lui e me. Una distanza di classe, ma particolare, che non ha nome. Come dell’amore separato.»

Scrivere attraverso uno stile asciutto, tagliente, alternando momenti di incursione nella storia, delle pause per prendersi il tempo di ragionare sul processo della scrittura. Una scrittura che vuole essere «piatta», ma che è uno specchio d’acqua immobile solo all’apparenza, sotto le cui increspature sottilissime il lettore fa presto a trasferire l’intero universo che porta dentro di sé.

Nella scrittura di Annie Ernaux c’è la ripulsa verso il proprio mondo di origine («Constatazione dello stato di cose, alternare la litania dell’evidenza con qualche battuta ben rodata»). C’è l’eterno rituale del ritorno e quello sforzo vano eppure inevitabile di farsi trovare ogni volta migliori di ciò che si è: «Diventare all’improvviso estranei, e il tentativo di reazione di continuare a recitare il proprio ruolo come se il tempo non fosse passato». C’è la sensazione dolorosa di tornare a casa e ritrovare ciò che non è risolto esattamente dove lo si è lasciato: «Mi sentivo separata da me stessa». C’è una distanza che il tempo rischia di rendere sempre più difficile da colmare, ma c’è anche poi lo stupore di scoprirsi in un ritaglio di giornale meticolosamente custodito e riuscire per la prima volta a vedersi attraverso gli occhi del proprio padre.

Ciò che resta dopo la fitta è un bagliore di luce, un invito a riflettere su quanto siamo disposti a lasciare irrisolto per non affrontare la fatica di renderci più comprensibili per chi abbiamo lasciato a casa. Con la speranza, forse, che non siamo soli a cercare quella cosa che ci manca in questo mondo: un posto.