Microcosmo in blue

Marita Bartolazzi, La donna che pensava di essere triste (Exòrma, 2017)Capita più di qualche volta nella vita di imbattersi nella sensazione di essere spezzati, di non riuscire a mettere d’accordo le parti della nostra anima che reclamano attenzione. E se c’è un momento in cui è più facile avere accesso a questi anfratti impervi, è il sogno con la sua atmosfera rarefatta. Provare a immaginare che effetto fa trovarsi faccia a faccia con i propri nessuno e centomila è all’incirca quello che accade leggendo l’esordio narrativo dell’autrice romana Marita Bartolazzi, La donna che pensava di essere triste (Exòrma, 2017) che trova il fulcro nella divagazione onirica e arricchisce il prezioso catalogo dell’editore, dedito all’esplorazione del viaggio in tutte le sue declinazioni.

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Custodire il presente

Paolo Cognetti, Le otto montagnePuò essere dura tirare a campare quando senti che il tuo posto non è quello che abiti ogni giorno, ancora più dura, forse, se in quella terra ci sei nato senza mai riuscire ad allontanartene. Ed è dei modi in cui si può appartenere a un luogo – non semplicemente della montagna, dell’essere genitori e figli, del trovare un amico, del diventare grandi e cercare il proprio spazio nel mondo – che parla Paolo Cognetti nel suo esordio da romanziere, Le otto montagne (Einaudi), che è stato un caso editoriale prima ancora di approdare in libreria ed è valso all’autore il Premio Strega di quest’anno.

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Ritratto di donna che legge

Abolito il passato (e la memoria) è impossibile inventarsi un futuro.

Grazia Cherchi, Scompartimento per lettori e taciturni (minimum fax, 2017)C’è sempre qualcosa di emozionante nel ripercorrere la storia di chi ha dedicato la propria esistenza ai libri degli altri. E nonostante il rischio che nell’incanto della scrittura la verità sia offuscata dalla patina del mito, è bello credere che il mondo editoriale che rivive tra pagine come quelle di Scompartimento per lettori e taciturni sia esistito davvero, quasi inevitabile il rimpianto di non averlo abitato.

«Perché a nessuna società ferroviaria è mai venuto in mente di istituire scompartimenti per taciturni o per lettori?»: da queste parole di Peter Noll care a Grazia Cerchi è tratto il titolo della raccolta dei suoi scritti, tornata in libreria per minimum fax a vent’anni dall’edizione Feltrinelli curata da Roberto Rossi – ormai introvabile, tranne che per qualche copia logora tra gli scaffali dell’usato.

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Un buon non-compleanno a me

È trascorso più un mese da quando ho compiuto trent’anni e sto ancora cercando di abituarmi all’idea, perché – se escludiamo qualche capello bianco in mezzo alla criniera leonina – non mi sento adulta tanto quanto pensavo che avrei dovuto essere alle soglie di un nuovo decennio della vita.

E no, non sono servite le parole di incoraggiamento sugli anni più belli – che tornano puntuali e identiche a ogni fase di passaggio – né l’idea che la mia età sia statisticamente ben lontana dal mezzo del cammin dell’esistenza. Io sono una persona fortunata e scoppio di salute e d’amore, ma quest’anno m’è presa male. Perché se a vent’anni sentire di non aver trovato un posto nel mondo mi faceva camminare a testa alta verso un futuro carico di possibilità, a trenta inizia a sembrarmi un ruzzolone da un pendio ripido di brutto.

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Lasciarsi andare

Katie Kitamura, Una separazione (Bollati Boringhieri, 2017)Se si potesse avere il controllo delle proprie azioni al punto da saper distinguere in che misura ciò che facciamo sia espressione di una precisa volontà e quanto invece sia un riflesso condizionato, sarebbe risolta gran parte della difficoltà di stare al mondo.

Attorno a un momento di scelta ruota Una separazione, l’ultimo romanzo edito Bollati Boringhieri di Katie Kitamura, classe 1979, giapponese di nascita, ma cresciuta in California. La protagonista della storia è una donna senza nome e senza volto, è l’ombra di un legame, l’altra metà di qualcosa che è svanito: la incontriamo nell’attimo prima di porre fine al matrimonio con Christopher, sebbene i due siano separati – in segreto – probabilmente anche a causa dell’infedeltà di lui.

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La città dei lettori

A chi ama la lettura, e dedica ai libri un tempo sufficiente a considerarla un’ossessione, capita spesso di credere che il mondo sia diviso in due: da una parte chi legge senza stare troppo a crucciarsi per le ore della vita che non bastano mai, dall’altra chi forse ha sfogliato l’ultimo libro ai tempi della scuola o dell’università.

Per fortuna a Firenze esiste un posto in cui queste due metà del mondo possono riavvicinarsi. La città dei lettori funziona così: mentre sei a un evento culturale, a un concerto o sorseggi un aperitivo dopo una lunga giornata, ti regalano un libro che puoi portarti a casa, regalare a tua volta a qualcuno, farci gli origami o quello che ti pare, tanto meglio se lo leggi. Continua a leggere “La città dei lettori”

Per mari e per mondi

Emilio Salgari, Alla conquista della luna, Cliquot, 2016)Se dico Emilio Salgari – e lo dico con la pronuncia veneta che vuole l’accento sulla seconda a, a scanso di equivoci – penso alle avventure di pirati in località esotiche a un passo dall’Equatore. Ma quello che non si sa – o che si sa meno – circa l’autore che ha intrattenuto generazioni di lettori con le vicende dei Pirati della Malesia e del Corsaro Nero, è che la sua copiosissima produzione (oltre ottanta romanzi riconosciuti come autografi e pubblicati mentre era in vita) comprende anche un gran numero di racconti sommersi dati alle stampe presso vari editori, spesso sotto pseudonimo per sfuggire ai contratti editoriali in cui Salgari era impegnato, oppure apparsi su riviste.

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Messico e sigarette

ombradellombraL’ombra dell’ombra, Paco Ignacio Taibo II (la Nuova Frontiera)

Un pacco di Pall Mall, un paio di occhiali da vista, una cedrata e un libro, L’ombra dell’ombra, l’ultimo edito la Nuova Frontiera (che lo ha recuperato dopo quasi trent’anni dalla prima pubblicazione italiana Interno Giallo): con questo equipaggiamento essenziale Paco Ignacio Taibo II si è presentato all’incontro di un paio di giorni fa a cui ho avuto la fortuna di partecipare insieme a Laura, Roberta, Barbara e Simona.

Prima di iniziare a parlare, Paco si accende una sigaretta e va avanti così, una boccata dopo l’altra, a raccontarci il suo Messico, quella terra lontanissima e polverosa che lo ha adottato all’età di sedici anni. Seduta accanto a lui c’è Paloma, sua moglie. Si percepisce subito che si appartengono da sempre, e dopo qualche chiacchiera scopriamo che stanno insieme da quarantasei anni. Paloma ha uno sguardo dolcissimo, lo ascolta insieme a noi e sorride, annuisce, ogni tanto suggerisce qualche aneddoto divertente sulla loro vita di tutti i giorni. Come quando lui la sveglia nel cuore della notte per dirle: «Sono uno stronzo, ho fallito», ma poi ci ripensa e la sveglia di nuovo, dopo mezzora, dicendo: «Sono un genio!».

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Leggiamo insieme

Fioriscono le storie, sbocciano i libri e le pagine svolazzano nella prima brezza che sa di estate. Il cassetto dei calzini spaiati si agghinda a festa per partecipare al Maggio dei Libri, la campagna nazionale nata nel 2011 con l’obiettivo di promuovere il valore sociale della lettura per la crescita personale, culturale e civile.

Nell’edizione di quest’anno si parlerà di legalità, di paesaggio, di anniversari di scrittori e scrittrici illustri. E una ricorrenza in particolare è legata alla storia di come sia sbocciato il mio amore per i libri: centocinquant’anni fa nasceva Luigi Pirandello, un autore a cui devo molto di ciò che sono. Tra le sue pagine ho incontrato per la prima volta tutto quello che avrei cercato – non ho mai smesso – dentro i libri che ho amato, e nella sua voce ho iniziato a cogliere gli echi lontani di una terra che mi è particolarmente cara e della città in cui avrei poi scelto di vivere.

Ricordo ancora il momento in cui ho scoperto quei Sei personaggi che uscivano dalle pagine per comparire di fronte all’autore e rivendicare il proprio posto nel mondo. Mi sembrava – è ancora così – che il gioco della letteratura fosse un miracolo, come se scrivere significasse avere il potere di dare la vita e di compiere magie. Continua a leggere “Leggiamo insieme”

Saltando nelle pozzanghere

Mi sono innamorata della parola Hoppípolla che era il 2005, quando i Sigur Rós cantavano l’euforia innocente di saltare dentro una pozzanghera e inzupparsi senza indossare gli stivali di gomma. Risolto il problema lessicale con dodici anni di anticipo, perciò, sapevo cosa fare quando quella parolina magica è tornata a farmi visita con le sembianze di una scatola delle meraviglie.

Ma andiamo con ordine.

Hoppípolla

Da qualche tempo esiste un progetto che promette – e ci riesce – di elargire curiosità e ispirazione facendo conoscere cose belle e non è necessario masticare l’islandese per capire di che si tratta: Hoppípolla è “cultura indipendente per corrispondenza”, ossia una sorpresa da regalare (o regalarsi) una volta al mese per scoprire realtà creative (anche minuscole, ed è lì che si trovano le idee migliori) del panorama editoriale, grafico, artigianale, musicale e chi-più-ne-ha-più-ne-metta italiano.

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L’una e l’altra

«L’arte non fa succedere niente in un modo che fa sembrare che sia successo qualcosa.»

Ci ho messo un po’ – e sette mesi dall’uscita dell’edizione italiana SUR, dopo la prima pubblicazione in lingua originale nel 2014, sono un bel po’ di tempo – per decidermi a leggere L’una e l’altra di Ali Smith.

Ali Smith, L’una e l’altra (How to be both)

Avevo la sensazione che sarebbe stata una lettura importante, lo avvertivo nelle parole estasiate di chi lo ha letto prima di me. Eppure la possibilità di una delusione ha continuato a frenarmi, complice il timore di non riuscire a prevedere la mia esperienza di lettura: la particolarità più evidente – ma non è l’unica – di L’una e l’altra è che le due storie che compongono il romanzo sono disposte in maniera alternata fra due diverse tirature, per cui a libro chiuso non è dato sapere se si leggerà prima la storia contemporanea della sedicenne inglese George, a pochi mesi dalla morte di sua madre, oppure quella di un(’)artista della Ferrara di metà Quattrocento.

Poi un giorno, senza un motivo preciso, ho agito d’impulso e ne ho ordinata una copia su internet, lasciando che fosse il caso a darmi una mano. Quello che è successo dopo qualche riga è stato un innamoramento immediato, totale, inevitabile. E ho capito presto che, da qualunque parte avessi iniziato, sarei stata catturata con la stessa intensità dentro un gioco letterario raffinatissimo che si sviluppa come un disegno su più livelli, con un sotto e un sopra che si richiamano di continuo, come una superficie a specchio in cui è possibile cogliere contemporaneamente due facce della stessa immagine riflessa. Continua a leggere “L’una e l’altra”

La vita stretta tra le mani

Irmgard Keun, Gilgi, una di noi (L’orma editore, 2017)Colonia, 1931. Mentre la Repubblica di Weimar ha i giorni contati, Gilgi – al secolo Gisela – ha ventun anni e un’intera vita davanti. «La tiene stretta nelle mani, Gilgi, la sua piccola vita», o almeno così si ripete in maniera ossessiva, nelle sue giornate che scorrono tra il lavoro di dattilografa a cui si dedica con zelo, le amicizie e le ore di ritiro nella sua mansarda, dove legge, traduce e progetta il suo avvenire.

Nella sua vita non c’è spazio per sogni astratti, ma un irrinunciabile ottimismo la porta a non stare mai ferma. Gilgi incarna quello che negli anni Trenta è l’ideale della Neue Frau, la donna che rifiuta la morale dominante ed è pronta a difendere con ostinazione la sua indipendenza. L’idea del fallimento atterrisce Gilgi e al tempo stesso la fa entrare in empatia con i fallimenti degli altri. E come un ordigno meticolosamente congegnato, la sua vita minaccia di esplodere da un momento all’altro.

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Romanza senza parole

Quando ero bambina, l’8 marzo papà tornava a casa con un mazzolino di mimosa raccolto non lontano dal nostro giardino. Portava un ramoscello per ogni donna della famiglia, anche per me che prima di diventare una donna avrei dovuto aspettare ancora molto tempo. Era un piccolo rituale affettuoso, attraverso il quale imparavo senza accorgermene il senso di una ricorrenza che avrei capito solo qualche anno dopo, sui libri di storia.

Con la stessa dolcezza di quel gesto, oggi mi emoziono con le parole di Sof’ja Tolstaja in Romanza senza parole, che ho la fortuna di conoscere in anteprima per La Tartaruga / Baldini&Castoldi.

«Nuoto… vado… dove? …Sì, dove? Tanto, tanto tempo è passato da quando Ivan Ilič eseguiva la sonata, suggerendomi questa domanda: a cosa aspiro? È forse quell’aspirazione che ci trasporta nell’eternità appena la domanda sul “Dove?” è risolta per sempre? Poiché questa domanda è reale, deve anche esistere quel luogo misterioso. Qualcosa che cerchiamo di raggiungere con tutto il cuore e con tutta la forza, in quanto la domanda sul “Dove?” ci rende sempre felici.»

Romanza senza parole, Sof’ja Tolstaja

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Discorso di un albero sulla fragilità degli uomini

«Il futuro, come vedi, diventa difficile da coniugare per gli Zhang.»

Discorso di un albero sulla fragilità degli uomini, Olivier Bleys (Edizioni Clichy)

Una famiglia poverissima, dentro una catapecchia gelida nel mezzo di un inverno che non vuole finire, è riunita intorno a una scatola il cui contenuto potrebbe cambiare il destino, una volta per tutte. Arrivata a questa scena del Discorso di un albero sulla fragilità degli uomini di Olivier Bleys (Edizioni Clichy) non ho potuto fare a meno di pensare al piccolo Charlie Bucket e alla sua famiglia in La fabbrica di cioccolato.

L’atmosfera della favola è la stessa che si respira nel racconto di Roald Dahl, nonostante siamo nella periferia di Shenyang, una città industriale a nord-ovest della Cina, e la storia affondi le sue radici nella realtà contemporanea.

Come racconta l’autore, l’idea del libro è stata ispirata da un documentario televisivo in cui appare «una casa in mattoni rossi a un solo piano, piantata in mezzo al cantiere di un grattacielo in costruzione». È una di quelle che in Cina si chiamano “case chiodo”, e la famiglia Zhang che la abita continua a occuparla nonostante le sia stato intimato lo sfratto.

Simbolo di una resistenza ostinata allo sviluppo dell’ennesima megalopoli moderna, la casa degli Zhang si trova ai piedi dell’ultimo esemplare di sommacco, o albero della lacca, rimasto in città. Gli abitanti del quartiere lo chiamano «l’albero che piange», tanto tristi sono le condizioni in cui si trova «la creatura più miserabile del regno vegetale».

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Andare adagio, non piano

Dany Laferrière, L’arte ormai perduta del dolce far niente (66thand2nd, 2016)Quanto è importante avere il tempo di perdere tempo? Come si fa a resistere al procedere inesorabile dei giorni e tirare il freno per guardare la pioggia cadere, o mettersi seduti a guardare la vita mentre scorre? Il bisogno di coltivare l’arte dell’otium, caro all’umanità da che essa ne abbia memoria, torna a imporsi con sempre più forza negli anni liquidi che abitiamo oggigiorno. E lo sa bene Dany Laferrière che ha fatto del tempo il protagonista del suo L’arte ormai perduta del dolce far niente, pubblicato da 66thand2nd (traduzione di Federica Di Lella e Francesca Scala).

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