Mistero Buzzati

Arriva Mistero Buzzati, un percorso di lettura che mi accompagnerà lungo il 2026, per celebrare i centoventi anni dalla nascita dell’autore: la prima tappa al Laboratorio della Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori di Milano, all’interno della mostra “Dino Buzzati e l’aldilà”.

Sarà l’occasione per riaprire lo scrigno fantastico di Buzzati e provare a restituirne un ritratto, attraverso le sue pagine meno note.

L’appuntamento è sabato 28 marzo alle 16:30, durante l’incontro potrete esplorare il percorso espositivo.

Non vedo l’ora di vedervi? Sì.

La mia libreria

Una stanza tutta per me, la mia libreria che sempre più somiglia a una biblioteca: vi do il benvenuto tra i miei scaffali, pieni di libri spaiati.

Dentro il giardino

Non incontravo una partita a scacchi in un libro dalle pagine di Pontiggia e Bontempelli. Mai avrei immaginato di ritrovarla qui, ora che è di nuovo estate e io cerco nelle parole un conforto che non riesco a trovare altrove. Eppure non c’è consolazione in questo racconto che maneggia il dolore come una materia oscura e molle, da restare appiccicata alle dita.

È una storia (un memoir?) che finisce di continuo, mentre si chiede dove comincia la fine, che si apre e si chiude dicendo non so. Racconta di un figlio e di un padre-giardino, della terra che seppellisce e ridona indietro la vita in germogli, foglie e radici. Di fiori come periscopi segreti, attraverso cui chi è di là può continuare a sbirciare chi è rimasto di qua. Di felicità che dura poco, come lo spendore dei narcisi e dei gigli. Di pagine di quaderno riempite di motivi per cui vale la pena vivere. Di tutte le volte che seppelliamo chi ci ha messo al mondo, per allontanare il momento in cui dovremo farlo davvero. Di tutte le cose che la morte ha in comune con la vita, come il suo essere fatta di prime volte: il primo Natale, il primo compleanno, il primo viaggio da quando non ci sei.

È una storia (un romanzo?) che si domanda se esistiamo ancora quando se ne va l’ultima persona che ci ricorda bambini. E perché mai nessuno ci insegna a invecchiare, invece che a cercare, fallendo, di ingannare lo scorrere del tempo. Una storia (un diario?) in cui ci si accorge che crescere allontana dalle cose e le rimpicciolisce, proprio come accade dentro un giardino. Che è più semplice, quando siamo alti come le rose e i tulipani, guardare il mondo da vicino, perché siamo alla sua altezza e lui alla nostra. Che il più delle volte si arriva in fondo alla partita senza aver imparato le regole del gioco.

Una storia (comunque vogliate chiamarla) che dovreste leggere, per scoprire che è proprio come dice Georgi Gospodinov: quando serve, le parole ci trovano.

Il giardiniere e la morte è pubblicato da Voland nella traduzione di Giuseppe Dell’Agata.

Vedi alla voce pendolare

Björn Larsson è un pendolare. Uno di noi, che attraversiamo banchine, tornelli e confini, avanti e indietro sui mezzi pubblici a intervalli regolari. Per nostra fortuna è anche uno scrittore, e ha saputo trovare le parole per raccontare quello che sperimentiamo, a ogni latitudine, da un capolinea all’altro.

Quando ho avuto l’occasione di conoscerlo, gli ho detto che sono una pendolare al quadrato. Perché non solo vivo in provincia e lavoro in città, ma sono una migrante e di tutto ciò di cui ha scritto – treni, aerei, autobus, metro, tram, ponti e traghetti – non c’è niente che non abbia sperimentato.

Lo sappiamo tutti, e Björn Larsson non fa eccezione, che la vita del pendolare è un esercizio continuo, sfiancante, di perseveranza. Ma è stato divertente scoprire quante cose abbiamo in comune, oltre a un certo disprezzo per le automobili e il malcontento quotidiano per il freddo, la pioggia, gli imprevisti, le attese, gli scioperi, le corse cancellate, i ritardi. Per esempio, quello strano conforto che proviamo nel disporre di una porzione di tempo sospeso che, quando la sorte ci assiste con il privilegio di un posto a sedere, diventa un rifugio per leggere, un pretesto per guardare fuori dal finestrino e lasciare correre i pensieri.

Soprattutto, Björn Larsson ha dato voce a un’idea su cui non avevo riflettuto abbastanza: la vita del pendolare si può scegliere e non solo subire, pur con tutti i suoi disagi, per mettere una distanza di sicurezza tra il lavoro e la casa, tra il movimento e il riposo, tra la solitudine e lo stare con gli altri.

Leggendo queste pagine ho ritrovato linee di autobus che passano dalle mie parti, scrittori che occupano un posto speciale sui miei scaffali – Fabio Stassi, per dirne uno, che non sapevo scrivesse i suoi libri in treno – e ho colto un invito alla solidarietà tra anonimi compagni di sventura. Ché a concedersi un sorriso, in mezzo agli sguardi torvi delle 7 del mattino, aumentano le possibilità di riceverne indietro un altro.

Se anche voi siete dei nostri, fareste bene a procurarvi Filosofia minima del pendolare (Iperborea) e godervi il viaggio.

A Roccamare

La scrivania delle Lezioni americane, quella dove Italo Calvino se ne stava appollaiato a scrivere, nella sua casa al mare, dopo essersi inerpicato su per una scala pericolosissima: ho portato in viaggio con me Ultima estate a Roccamare per concedermi il regalo di immagini come questa e altre in cui non mi era ancora capitato di imbattermi.

Ho scoperto, per esempio, che Italo comprava i vestiti al mercato; che di giorno si poteva vederlo in giro con i sacchetti della spesa sul manubrio della bici o a mangiare sarde con l’aceto in piazza; di notte a camminare in spiaggia, i pantaloni azzurri e la camicia chiara, con in mano una torcia e una mappa delle costellazioni. Ho trovato conferme su idee che mi ero fatta altrove: che era «una persona che ti chiedeva scusa lui», che la sua leggerezza è sopravvalutata, che Palomar è il personaggio che più gli somiglia, che le sue parole magiche erano echi d’infanzia – beudo, ubago.

Tra queste pagine non incontrerete solo Italo Calvino, perché nella pineta di Roccamare si aggira un gruppo di anime a cui potreste già essere affezionati – Natalia Ginzburg che non sapeva nuotare, Pietro Citati che guidava come un pazzo – o che potrebbe venirvi voglia di andare a cercare – Rosetta Loy che amava Cesare Garboli, Alberto Savinio e Giovanni Mariotti che presto o tardi anch’io mi deciderò a leggere.

Ma il cuore di questo libro resta il quartetto delle sere d’estate: Calvino, Citati, Fruttero, Scarpelli. Discutevano spesso, il più delle volte non di libri: «Il nostro linguaggio, quando ci capitava (raramente) di parlare di letteratura, era ridotto a poche formule banalissime: “Cammina?”, “Prende?”, “Sta in piedi?”, “Funziona?”» (Fruttero). Leggevano sempre: «Mi faceva leggere tutto, è stato così fino alla fine. Quando è morto stava scrivendo un libro sui cinque sensi, mi aveva fatto leggere il racconto sull’olfatto» (Citati). Partivano per gite in barca anche se nessuno ne possedeva una, noleggiando vecchi pescherecci riadattati.

Dovreste leggere Ultima estate a Roccamare di Alberto Riva (Neri Pozza) non come si leggono le storie di morti, ma come si sfoglia un album di fotografie piene di sole, che profumano di pini e rosmarino.