La solitudine è un posto molto speciale

Olivia Laing, Città sola (il Saggiatore, 2018)Chi vive in una grande città conosce sicuramente quella sensazione di essere solo al mondo, anche in mezzo a milioni di persone, e avrà sperimentato almeno un tentativo di scalfire il proprio guscio di ghiaccio, accorgendosi di non esistere per chi è intorno. Chi sperimenta la quotidianità della metropoli sa bene cosa significhi sentirsi asfissiato e allo stesso tempo circondato dal vuoto; è abituato a fare i conti con il desiderio di sparire, di diventare invisibile, l’attimo dopo aver ceduto all’istinto di mettersi in mostra.

«Solitari, questo libro è per voi»: Città sola di Olivia Laing (il Saggiatore, 2018) si rivolge a chiunque abbia mai ingaggiato una lotta contro il mostro policefalo della solitudine, cercando un appiglio – o un rifugio, magari una risposta – nel linguaggio dell’arte. Lo fa a partire dalla città di New York e da un momento buio nell’esistenza dell’autrice, tracciando una «mappa della solitudine» che intesse le vite di artisti del Novecento «particolarmente sensibili nei confronti delle barriere tra le persone, della sensazione di essere isolati nella folla».

Tra le pagine di questo libro ho cercato di decifrare le risposte laconiche di Edward Hopper e di leggere negli spazi lievemente distorti dei suoi dipinti «un simulacro della paranoica architettura della solitudine, che intrappola ed espone allo stesso tempo».

Edward Hopper, Night Windows (1928)
Edward Hopper, Night Windows (1928)

Ho incontrato Andy Warhol quando era ancora Andrej Warhola, un bambino, «pallido, quasi ultraterreno» che «voleva cambiarsi il nome in Andy Morningstar». L’ho seguito fin dentro casa, «un labirinto puzzolente costellato di tremolanti torri di carta e abitato da venti gatti siamesi, che si chiamavano tutti – tranne uno – Sam». Ho intravisto nella sua fissazione per gli oggetti quella tipica del nostro tempo: di preferire alla compagnia degli esseri umani quella delle cose. Mi sono rivista nel suo farsi scudo di Polaroid, registratori e videocamere per difendersi dagli altri, sfruttando la capacità della tecnologia di creare una distanza.

Andy Warhol

«L’unica cosa che lo rilassava era ascoltare i vecchi nastri mentre venivano trascritti. Andy trovava rassicuranti i rumori meccanici – otturatori e flash, suonerie e citofoni – ma il suo preferito in assoluto era il click-clack delle macchine da scrivere».

Città sola mi ha fatto scoprire David Wojnarowicz e ripercorrere «un approssimativo sentiero biografico» del suo passato dietro la maschera di Arthur Rimbaud. Mi ha fatto rabbrividire di fronte alle sue strane abitudini, come «appendersi al cornicione della finestra della sua camera da letto, al settimo piano, sospeso a corpo morto sulla 8th Avenue» per mettere alla prova i propri limiti.

David Wojnarowicz, Arthur Rimbaud in New York – Times Square (1978-79)
David Wojnarowicz, Arthur Rimbaud in New York – Times Square (1978-79)

Insieme a Olivia Laing ho esplorato il confine tra abitare il mondo e restare a guardarlo, tra «interazione perpetua e sorveglianza perpetua», come negli inquietanti esperimenti in stile Grande Fratello di Josh Harris che troppo somigliano al modo in cui oggi sgomitiamo nella rete e ne siamo vittime più o meno consenzienti.

Josh Harris, QUIET: We Live in Public (1999)
Josh Harris, QUIET: We Live in Public (1999)

Alla fine, insieme all’autrice, mi sono aggrappata a «un aspetto della solitudine: quella terribile speranza» di «unirsi a qualcosa, di riunificarsi, di raccogliere ciò che altrimenti sarebbe scisso, abbandonato, spezzato». E ho benedetto il potere dell’arte di farci «intravedere la bellezza pronta a schiudersi se ammettiamo con onestà di essere umani e, come tali, bisognosi degli altri». Fino ad arrivare, un passetto per volta, a «comprendere che la solitudine e il bisogno non equivalgono al fallimento, ma indicano che siamo vivi».

Questa lettura mi lascia con la sensazione di aver riacchiappato qualcosa che mi ero persa per strada e – come ogni buon libro che si rispetti – con una lista di appunti per nuovi mondi da esplorare.

#Playlist

Playlist, il cassetto dei calzini spaiatiDennis Wilson, Pacific Ocean Blue
Antony and the Johnsons, I Am a Bird Now
Billie Holiday, Strange Fruit
Justin Vivian Bond, In the End
Arthur Russell, Love Comes Back
Saint-Saëns, Samson et Dalila
Henry Purcell, King Arthur

#Readinglist

Reading list, il cassetto dei calzini spaiatiGail Levin, Edward Hopper. Biografia intima (Johan & Levi, 2009)
Edward Hopper, Scritti, interviste, testimonianze (Abscondita, 2010)
Luc Sante, C’era una volta New York (Alet Edizioni, 2010)
Billie Holiday, La signora canta il blues (Feltrinelli, 2002)

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Libri in valigia

«Ogni estate, i preparativi più laboriosi prima della partenza per il mare, erano quelli della pesante valigia dei libri»: come per Amedeo – in L’avventura di un lettore di Italo Calvino – che pregusta una vacanza da trascorrere appollaiato sopra uno scoglio a leggere, così per ogni lettore torna puntuale al congedo dalla città il dilemma dei libri da portare in viaggio.

È vero che la tecnologia ha semplificato il problema degli ingombri, eppure occorre sempre ponderare le scelte perché il tempo dell’ozio libresco non ci sfugga via prima ancora di essere arrivato. Cercando un compromesso tra il bisogno di riposare e il desiderio di stimoli, ecco qualche titolo che porterò con me nella valigia delle vacanze:

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Alla mensa del Führer

«Che vuoi fare da grande? L’assaggiatrice di Hitler»

Le assaggiatrici di Rosella Postorino (Feltrinelli)Autunno del 1943. A Gross-Partsch, un villaggio vicino alla Wolfsschanze – la Tana del Lupo, il quartier generale di Hitler nascosto nella foresta – dieci donne siedono a tavola in attesa di ricevere il pranzo. Mangiano tutti i giorni per tre volte al giorno, il che è un privilegio per quegli anni in Germania, in cui si muore di fame a causa della guerra. Un privilegio che tiene in vita, ma al tempo stesso la mette a rischio un boccone dopo l’altro, perché è a un banchetto con la morte che queste donne sono invitate, cavie al servizio del Führer per garantirgli di non essere avvelenato a ogni pasto.

«Ad ascoltarlo con gli occhi chiusi, il suono della mensa sarebbe stato un suono buono. Il tinnire delle forchette sui piatti, il fruscio dell’acqua versata, il rintocco del vetro sul legno, il ruminare delle bocche, l’acciottolio di passi sul pavimento, l’accavallarsi di voci e versi di uccelli e cani che abbaiano, il rugghio distante di un trattore colto dalle finestre aperte. Sarebbe stato nient’altro che il tempo del convivio; fa tenerezza il bisogno umano di cibarsi per non morire.
Ma se riaprivo gli occhi li vedevo, i guardiani in divisa, le armi cariche, i confini della nostra gabbia, e il rumore di stoviglie tornava a riecheggiare scarno, il suono compresso di qualcosa che sta per esplodere».

Da qualche mese è in libreria per i tipi di Feltrinelli Le assaggiatrici, il romanzo con cui Rosella Postorino ha dato voce alla storia (inventata) di Rosa Sauer, ispirata a quella (vera) di Margot Wölk, che in gioventù fu assaggiatrice di Hitler nella caserma di Krausendorf e sopravvissuta fino all’età di novantasei anni – appena qualche giorno prima che l’autrice riuscisse a procurarsi il suo indirizzo per incontrarla.

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Cosa leggeva Italo Calvino

L’immaginario dello scrittore:
i libri d’infanzia e dell’adolescenza

C’è qualcosa di emozionante nel ripercorrere la biblioteca di un lettore alla luce del suo essere diventato una delle penne più importanti del nostro Novecento. Tanto più che, a leggere i racconti e i romanzi di Italo Calvino, nulla sembra trasparire del suo scrivere «con molta fatica» – come dirà a Costanzo Costantini in un’intervista del 1982 – perché le sue opere sembrano essere scaturite in maniera spontanea da uno squisito esercizio di lettura.

I libri di Italo Calvino rappresentano un’eccezione tra le biblioteche d’autore da un punto di vista materiale e geografico, dal momento che gli oltre settemila volumi conservati nella sua abitazione romana si presentano ancora come lui li ha lasciati: ordinati in doppie file tra scaffali di legno e di vetro in quasi tutte le stanze della casa e persino sulle scale, secondo un criterio di collocazione in cui era il solo a orientarsi. Una mole di libri che lo scrittore ha costantemente sottoposto a selezione per via dei suoi spostamenti tra le città che ha abitato, ma in cui è difficile distinguere nettamente le letture per diletto, per studio e per mestiere. Una biblioteca che oggi non è aperta al pubblico – a meno che non si trovi il coraggio di citofonare all’interno 6 di piazza Campo Marzio 5, dove il secondo campanello dall’alto a sinistra riporta ancora i nomi Calvino e Singer – ma che si può ricostruire tra le lettere, le interviste, gli scritti in cui l’autore l’ha raccontata.

Italo Calvino nella veranda della sua abitazione romana

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Biblioteche d’autore

Cosa leggevano gli scrittori

Trompe l’oeil che rappresenta le ante di una libreria appartenuta a Padre Giambattista Martini. Museo internazionale e biblioteca della musica di BolognaQuand’è che una collezione privata di libri diventa una biblioteca? Per provare a tracciare una soglia, occorrerebbe tener conto di una certa consistenza numerica e scomodare parametri di qualità, ma forse sarebbe utile ricorrere anche a trovate più fantasiose. Prendere a misura gli spazi, per esempio, e cercare di risalire al momento in cui, dalla libreria vera e propria, sia avvenuto lo sconfinamento verso altri luoghi del vivere domestico, o stabilire da che punto in avanti, dentro e fuori le pagine, si sia iniziata a tessere una rete di rimandi da farne un sistema.

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Alla ricerca di Marie

«La felicità, la felicità, che cos’è la felicità?»

Madeleine Bourdouxhe, Marie aspetta Marie (Adelphi, 2018)Ci sono storie che arrivano in libreria cogliendo un’occasione che ne offra il pretesto, ma così piene di senso da pretendere che non ce ne si dimentichi una volta esaurita la discussione intorno al tema del momento. Il 13 febbraio – nel mese dedicato alle donne e alla vigilia del giorno in cui si celebra l’amore – è uscito Marie aspetta Marie, il secondo romanzo di Madeleine Bourdouxhe che ho avuto la fortuna di leggere in anteprima per Adelphi.

Si tratta di un’opera scritta nel 1940 e apparsa per la prima volta in Belgio nel 1943, che oggi arriva in Italia diversi anni dopo il primo e unico altro romanzo dell’autrice, La donna di Gilles, sempre edito Adelphi, nel 2005.

Colpisce l’indicazione nella quarta di Marie aspetta Marie che si apre con queste parole: «Chi ha letto La donna di Gilles sa», perché lascia intuire come per comprendere appieno il romanzo non si possa fare a meno di leggere quello che lo ha preceduto. Ed è straordinario il modo in cui le due storie si completano, rimandando l’una all’altra continuamente.

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Nelle vite d’altri

Carla Vasio, Autoritratto di Goffredo Petrassi (Mucchi Editore, 2017)Esiste un confine oltre il quale non è dato spingersi per dare voce al ricordo di una storia che non è la propria? Non è semplice restituire attraverso le parole un’esistenza votata all’arte, tanto più se si tratta di quella di un compositore come Goffredo Petrassi che ha segnato nel profondo il Novecento musicale italiano ed europeo. Ma se a trasferirla sulla pagina è la penna finissima di Carla Vasio, quello che emerge è un ritratto che somiglia alla vita, pur procedendo al ritmo di un romanzo.

Non a caso Autoritratto di Goffredo Petrassi inaugura la collana “Diorami”, pregevole operazione dell’editore modenese Mucchi che attinge alle quinte della letteratura per riportare alla luce “Testi su artifici, mondi nuovi e altre invenzioni” – come recita il sottotitolo – a metà tra il rigore del saggio e l’invenzione letteraria.

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Sommersi dalle cose

horror vacui ‹òrror vàkui› (lat. «orrore del vuoto»). – Frase con la quale si espresse un concetto fondamentale della fisica aristotelica che, in polemica con la fisica democritea, asseriva l’inesistenza di spazî vuoti (la natura aborre dal vuoto); si ripete talvolta con allusione alla tendenza a eliminare ogni spazio vuoto nell’ornamentazione, nell’arredamento e simili. [Treccani.it]

Quanto le cose che possediamo – o che desideriamo possedere – contribuiscono a definire la nostra identità e il posto che occupiamo nel mondo? Quanto siamo inclini a procrastinare la vita che vorremmo, in attesa di quello che non possiamo permetterci?

Mi capita di pensarci ogni volta che riordino le mie cose, la libreria, la scrivania, l’armadio e fatico a disfarmi di quanto possiedo in eccesso, perché non mi serve più o – ancora peggio – perché non l’ho mai utilizzato. E mi ritrovo a dover ammettere con gran fatica che il mio accumulo è solo un pigro tentativo di somigliare alla persona che vorrei essere e che non trovo il coraggio di diventare.

Se anche a voi accade di sentirvi un po’ più vuoti ogni volta che riempite casa – o il carrello di Amazon – con una quantità di cose di cui probabilmente non avete bisogno, potreste iniziare ad affrontare il problema attraverso un testo decisamente più letterario – ma meno rassicurante – di un best seller à la Marie Kondo.

Nel 1965, con il suo romanzo Le coseGeorges Perec ci ha fornito un punto di vista cinico da cui partire per riflettere su quanto noi esseri umani (occidentali) siamo capaci di dare forma alla nostra stessa infelicità, allontanandoci un pezzetto per volta dal futuro ideale che crediamo di meritare. E a quasi sessant’anni di distanza, mi pare che a cambiare siano solo gli strumenti tecnologici di cui disponiamo, mentre l’idea di vita perfetta che ci costringiamo a inseguire è la stessa.

Un paio di giorni fa ho provato a spiegarvi perché questo romanzo mi abbia tanto colpita, in una diretta estemporanea dei #librispaiati su Instagram. Ora potete trovarla anche qui. Buona visione!

Un Natale da brivido

Ho scritto questo articolo per il calendario dell’avvento letterario di Manuela.

Manca poco più di una settimana a Natale, quel momento dell’anno che, per me che non ho mai smesso di essere una fuori sede, significa soltanto una cosa: tornare a casa. Questo implica ore di coccole estreme, annegamenti nella cioccolata e frequenti attacchi di narcolessia sul divano – e anche esperienze di viaggio ai confini del narrabile, abbuffate senza senso e crisi esistenziali che si ripresentano tra un’ora di ozio e l’altra – ma soprattutto poter andare a letto mentre c’è qualcuno ancora sveglio in casa.

Da che ero una bambina, ho sempre avuto il vizio di prendere sonno più facilmente con almeno un altro paio di occhi aperti nella stanza accanto. E questo ha a che fare anche con i libri che leggo prima di dormire, perché sono una fifona e tendo a concedermi il piacere di letture da avere paura solo quando sono sicura che mamma, papà o il gatto non siano ancora addormentati.

È così che è iniziata, un Natale di un paio di anni fa, la storia del mio innamoramento per Shirley Jackson, grande maestra americana del terrore, ingiustamente meno nota – perlomeno in Italia – rispetto al suo celeberrimo discepolo Stephen King.

Shirley Jackson con i suoi figli, North Bennington, Vermont, 1956 [Erich Hartmann/Magnum Photos]
Shirley Jackson con i suoi figli, North Bennington, Vermont, 1956 [Erich Hartmann/Magnum Photos]
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Microcosmo in blue

Marita Bartolazzi, La donna che pensava di essere triste (Exòrma, 2017)Capita più di qualche volta nella vita di imbattersi nella sensazione di essere spezzati, di non riuscire a mettere d’accordo le parti della nostra anima che reclamano attenzione. E se c’è un momento in cui è più facile avere accesso a questi anfratti impervi, è il sogno con la sua atmosfera rarefatta. Provare a immaginare che effetto fa trovarsi faccia a faccia con i propri nessuno e centomila è all’incirca quello che accade leggendo l’esordio narrativo dell’autrice romana Marita Bartolazzi, La donna che pensava di essere triste (Exòrma, 2017) che trova il fulcro nella divagazione onirica e arricchisce il prezioso catalogo dell’editore, dedito all’esplorazione del viaggio in tutte le sue declinazioni.

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Custodire il presente

Paolo Cognetti, Le otto montagnePuò essere dura tirare a campare quando senti che il tuo posto non è quello che abiti ogni giorno, ancora più dura, forse, se in quella terra ci sei nato senza mai riuscire ad allontanartene. Ed è dei modi in cui si può appartenere a un luogo – non semplicemente della montagna, dell’essere genitori e figli, del trovare un amico, del diventare grandi e cercare il proprio spazio nel mondo – che parla Paolo Cognetti nel suo esordio da romanziere, Le otto montagne (Einaudi), che è stato un caso editoriale prima ancora di approdare in libreria ed è valso all’autore il Premio Strega di quest’anno.

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Ritratto di donna che legge

Abolito il passato (e la memoria) è impossibile inventarsi un futuro.

Grazia Cherchi, Scompartimento per lettori e taciturni (minimum fax, 2017)C’è sempre qualcosa di emozionante nel ripercorrere la storia di chi ha dedicato la propria esistenza ai libri degli altri. E nonostante il rischio che nell’incanto della scrittura la verità sia offuscata dalla patina del mito, è bello credere che il mondo editoriale che rivive tra pagine come quelle di Scompartimento per lettori e taciturni sia esistito davvero, quasi inevitabile il rimpianto di non averlo abitato.

«Perché a nessuna società ferroviaria è mai venuto in mente di istituire scompartimenti per taciturni o per lettori?»: da queste parole di Peter Noll care a Grazia Cerchi è tratto il titolo della raccolta dei suoi scritti, tornata in libreria per minimum fax a vent’anni dall’edizione Feltrinelli curata da Roberto Rossi – ormai introvabile, tranne che per qualche copia logora tra gli scaffali dell’usato.

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Un buon non-compleanno a me

È trascorso più un mese da quando ho compiuto trent’anni e sto ancora cercando di abituarmi all’idea, perché – se escludiamo qualche capello bianco in mezzo alla criniera leonina – non mi sento adulta tanto quanto pensavo che avrei dovuto essere alle soglie di un nuovo decennio della vita.

E no, non sono servite le parole di incoraggiamento sugli anni più belli – che tornano puntuali e identiche a ogni fase di passaggio – né l’idea che la mia età sia statisticamente ben lontana dal mezzo del cammin dell’esistenza. Io sono una persona fortunata e scoppio di salute e d’amore, ma quest’anno m’è presa male. Perché se a vent’anni sentire di non aver trovato un posto nel mondo mi faceva camminare a testa alta verso un futuro carico di possibilità, a trenta inizia a sembrarmi un ruzzolone da un pendio ripido di brutto.

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Lasciarsi andare

Katie Kitamura, Una separazione (Bollati Boringhieri, 2017)Se si potesse avere il controllo delle proprie azioni al punto da saper distinguere in che misura ciò che facciamo sia espressione di una precisa volontà e quanto invece sia un riflesso condizionato, sarebbe risolta gran parte della difficoltà di stare al mondo.

Attorno a un momento di scelta ruota Una separazione, l’ultimo romanzo edito Bollati Boringhieri di Katie Kitamura, classe 1979, giapponese di nascita, ma cresciuta in California. La protagonista della storia è una donna senza nome e senza volto, è l’ombra di un legame, l’altra metà di qualcosa che è svanito: la incontriamo nell’attimo prima di porre fine al matrimonio con Christopher, sebbene i due siano separati – in segreto – probabilmente anche a causa dell’infedeltà di lui.

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La città dei lettori

A chi ama la lettura, e dedica ai libri un tempo sufficiente a considerarla un’ossessione, capita spesso di credere che il mondo sia diviso in due: da una parte chi legge senza stare troppo a crucciarsi per le ore della vita che non bastano mai, dall’altra chi forse ha sfogliato l’ultimo libro ai tempi della scuola o dell’università.

Per fortuna a Firenze esiste un posto in cui queste due metà del mondo possono riavvicinarsi. La città dei lettori funziona così: mentre sei a un evento culturale, a un concerto o sorseggi un aperitivo dopo una lunga giornata, ti regalano un libro che puoi portarti a casa, regalare a tua volta a qualcuno, farci gli origami o quello che ti pare, tanto meglio se lo leggi. Continua a leggere “La città dei lettori”