Anime di Sicilia

La Sicilia non è la terra in cui sono nata, eppure è un posto in cui mi capita spesso di sentirmi a casa. Sarà per questo che mi ritrovo a cercarla nei libri, ancora di più in questo tempo sospeso in cui tutto sembra così lontano.

Quando si poteva ancora uscire di casa, ho pescato da uno scaffale di libri usati una bellissima edizione Einaudi di saggi dedicati a «scrittori e cose della Sicilia» di Leonardo Sciascia. E l’ho scoperto come non lo conoscevo, finissimo saggista e critico letterario, attraverso questa raccolta che restituisce la misura della sua capacità di indagare il lato più segreto e inquieto delle cose, e delle opere, della sua terra.

Leonardo Sciascia, La corda pazza

La corda pazza si presta a essere affrontata a piccoli morsi, e pur senza averla ancora letta per intero, mi ha regalato passaggi come questo, in cui Pirandello – parlando di Verga – dice qualcosa di molto vero a proposito dei siciliani: «Avvertono con diffidenza il contrasto tra il loro animo chiuso e la natura intorno aperta, chiara di sole, e più si chiudono in sé, perché di questo aperto, che da ogni parte è il mare che li isola, cioè che li taglia fuori e li fa soli, diffidano, e ognuno è e si fa isola da sé, e da sé si gode – ma appena, se l’ha – la sua poca gioia; da sé, taciturno, senza cercare conforti, si soffre il suo dolore, spesso disperato.».

Un altro incontro siciliano che rimandavo dalla scorsa estate, invece, me lo sono gustato fino all’ultima pagina. Ho conosciuto finalmente Carlo Levi, «i suoi gesti calmi e fraterni, il suo viso chiaro dall’espressione confortante» e l’amore che è la forza dirompente della sua scrittura: «l’amore per tutto quanto è umano, acutamente umano, vale a dire debole e doloroso, vale a dire nobile», come lo racconta Vincenzo Consolo nella prefazione.

Carlo Levi, Le parole sono pietreNon dev’essere certo questo un approccio canonico a Carlo Levi, ma è bello anche lasciarsi stregare dalla potenza di un titolo per scoperchiare universi ignoti. Così è stato per me con Le parole sono pietre, che racconta di un viaggio in Sicilia in tre tempi, tra il 1951, il 1952 e il 1955, e in poche pagine racchiude tutte le contraddizioni e la meraviglia di una terra capace di contenere in sé lo splendore e la miseria più feroce.

«Mi pare che qui tutto debba sempre essere stato così e che sempre sarà così. La morte è sempre presente, con questo vulcano e col mare, ma è come se non ci fosse, perché il destino di quelli che rimarranno vivi sarà uguale a quello dei morti: avranno gli stessi gesti, lo stesso modo di accettare le cose, lo stesso modo di avvolgersi nello scialle e di camminare con la grazia degli animali o dei principi. Per questo, questo piccolo paese mi sembra eterno e bellissimo.»

Entrambe queste letture dicono molto su ciò che amo, ma soprattutto sono la conferma – semmai ce ne fosse bisogno – che i libri sanno sempre quando trovarci. Ho preso questi incontri, e voglio lasciarne traccia qui, come un monito e un auspicio per questi giorni inquieti: perché la distanza che ci separa non faccia di noi delle isole, e perché possiamo tornare a stringerci più forte. Presto.

Una cosa molto vicina alla vita

Al mondo esistono persone in grado di irradiare luce, e altre, che quella luce sono capaci di catturarla, prima che si dissolva nelle spire del tempo. Vivian Maier apparteneva a questa seconda categoria di esseri umani, e in tutta la sua vita ha fatto dell’ombra il suo spazio esistenziale, il punto da cui accorgersi – non vista – degli istanti più luminosi delle vite degli altri.

Il cassetto dei calzini spaiati, Dai tuoi occhi solamente (Francesca Diotallevi)Fino a qualche giorno fa, poco o niente sapevo di lei, prima di immergermi in Dai tuoi occhi solamente di Francesca Diotallevi (Neri Pozza, 2018), uno di quei libri da cui non si torna indietro e che, mentre li attraversi, senti che qualcosa dentro di te è cambiato per sempre. Questa storia non ha la pretesa di essere una biografia accurata di Vivian Maier: l’intenzione dell’autrice, infatti, è stata di «tracciare non la vita, bensì l’immagine» di questa artista che si è dedicata alla fotografia «anima e corpo, custodendo però gelosamente il proprio lavoro senza mostrarlo o utilizzarlo per comunicare con il prossimo». Ora che l’ho conosciuta, vorrei poterle chiedere com’è che si fa a entrare dentro una vita senza fare troppo rumore, ma lasciando una traccia impossibile da cancellare.

«Custodisco le storie che le persone non sanno di vivere»: questa è l’espressione che meglio racchiude il profilo di Vivian Maier tracciato in queste pagine. Il suo talento era vegliare «sulle esistenze di quelli che la circondavano senza sfiorarle, senza interferire, comprendendo ciò che a loro stessi sfuggiva, il mistero di quella vita che passava come una folata di vento, e come il vento risultava altrettanto inafferrabile. A meno che non lo si imprimesse su una pellicola».

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Quando siete felici, fateci caso

Milano, stazione centrale: frotte di persone accomunate dal dono del silenzio.
Casetta nostra così bella, tutta scale e legno, mi tiene compagnia ogni volta che scricchiola.
Il temporale della prima notte.
La luce rosa e viola delle giornate di settembre. Quanto durano a Milano le giornate, a settembre?
I portici a Saronno, i mattoncini rossi di Santa Maria delle Grazie, il legno che scricchiola nelle stanze Dispari. Se non scatto una foto ogni giorno, non sono contenta.
Nuove finestre su cose nuove.
Ricordarsi di tutto – ma proprio di tutto – tranne che dei calzini, ironia della sorte.
Gli appunti e gli abbracci da Pelledoca, le pagine ancora da leggere e da raccontare.
I treni in orario. I treni in ritardo. I treni puntuali quando sono in ritardo, perché i minuti qui durano sessanta secondi.
La musica sempre nelle orecchie. Un quaderno da riempire fino all’ultima riga. Due nuovi Supercoralli sul comodino.
La metro uno rossa, la metro due verde, la metro tre gialla. La metro quattro che non c’è. La metro cinque lilla, non viola.
Nella prossima valigia: il pigiama a maniche lunghe, una tazza per il tè.
Mangio un gelato mentre cammino sotto la pioggia.
Sono felice.

L’estate di Arturo

Quando dico che arrivo sempre in ritardo sulle cose, non esagero. Ma è il mio modo per non rovinarmi la sorpresa, se decido di concedermi un libro che tutti conoscono così bene da averlo dimenticato.

È un agosto strano e scorre con il respiro interrotto, questo del mio approdo su L’isola di Arturo, in lista da così tante estati eppure mi sono decisa a leggerlo solo ora che ho azzardato una vacanza senza pagine di carta e con un’intera biblioteca digitale in valigia – di questo piccolo esperimento si è accorto addirittura Il Fatto Quotidiano.

#librispaiati

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Che fatica, crescere!

Irmgard Keun, Una bambina da non frequentare (L’orma editore)

Quando viene dato alle stampe il suo terzo romanzo, Irmgard Keun ha trentun anni e ha già conosciuto il successo e il declino sotto il regime nazista. È il 1936 e l’autrice è esiliata in Olanda, ma con questa storia torna indietro al 1918, nella sua Colonia devastata dalla guerra.

Con Una bambina da non frequentare (2018) – tradotto per la prima volta in italiano da Eleonora Tomassini ed Eusebio Trabucchi – L’orma editore prosegue il suo eccellente percorso di riscoperta di una delle autrici più originali del Novecento tedesco. E la piccola peste protagonista di questa storia ha molto in comune con le sorelle maggiori Gilgi, una di noi e Doris, la ragazza misto seta. Come loro, ha uno spirito indipendente e fiero che si nutre di sogni e di speranze di felicità: «Di libri ne ho letti abbastanza e sono andata anche a teatro e lo so: l’amore vuol dire tenere qualcuno stretto tra le proprie braccia».

«Devo imparare a prendere la vita sul serio. Ma com’è che si fa?». Diventare grandi è una faccenda complicata, lo sai bene se hai dieci anni e ti sembra di non capirci niente a sentire gli adulti che ti stanno col fiato sul collo. Sempre a dirti che cosa non puoi fare, ma è difficile imparare a cavarsela in mezzo al groviglio delle loro regole insensate.

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