La vita alla finestra

«Ci sono solitudini che si rivelano all’improvviso, come un colpo alla nuca. Pensi: sono solo. Non ora. Sempre. Solo. Questa parola afonica, rotonda. Ci sono anche le solitudini lente, quelle che si formano con il tempo. Ce ne sono altre che erano lì fin dall’inizio, quelle di cui siamo fatti. Di solito restano larvate sotto qualche ricordo difficile. Ogni tanto queste solitudini si svegliano, si raddrizzano e ti parlano all’orecchio. Allora senti dei segreti su te stesso. Inoltre, esiste, sai?, la solitudine di cui, a forza di provarla e di frequentarla a tutte le ore, finisci per avere bisogno come di una fedele, discreta compagnia. Una solitudine quasi amata che, quando se ne va, ci lascia soli per davvero.»

Andrés Neuman, La vita alla finestra

«Forse ti scrivo proprio per questo: per appropriarmi delle mie parole.» Che ne è delle nostre parole quando le inviamo agli altri? Chi può dire fino a che punto ci appartengano, dopo che le abbiamo lasciate andare? Dove vanno a finire quelli che amiamo, o che abbiamo amato, quando smettiamo di esistere per loro? E cos’è che ci spinge davvero a scrivere: il bisogno di conservare nella memoria o di dimenticare?

Finisco di leggere questo romanzo con la testa piena di domande e quella strana frenesia che mi lasciano addosso le storie, quando arrivano a me senza che sapessi di averne bisogno. E mi ricordo che accade questo a incontrare la vera letteratura: si sente risuonare qualcosa di noi nelle trame degli altri, si ritrova espresso in parole ciò che a noi resta incastrato, informe, nel pensiero.

A sbirciare dentro questa finestra, non so se vi accorgerete delle stesse cose che ho visto io, ma di certo vi capiterà di pensare che la vita è quella cosa che accade mentre siamo impegnati a dimenticare chi siamo stati.

Andrés Neuman, La vita alla finestra (Einaudi editore, traduzione di Silvia Sichel, illustrazione di copertina di Andrea De Santis).

Libri sull’editoria: una lista collaborativa

Libri che parlano di libri e altre amenità editoriali

Vecchi caratteri tipografici

Non ci stanchiamo mai di parlare di libri, né di continuare a leggere (e accumulare) libri che parlano di libri e di editoria. E con l’intento di aggiungere qualche tessera all’inventario dei desideri che ci fanno vivere meglio, ho cercato di riunire i pezzi più importanti della mia collezione libresca.

Come tutte le selezioni, non ha la pretesa di essere esaustiva né di porsi come una guida, ma è semplicemente un modo per mettere nero su bianco quanto sono fiera delle (poche) cose che so e che possiedo. Noterete che – dove il libro non sia fuori catalogo – ho inserito un link di affiliazione: se ci passate per acquistare (anche qualsiasi altra cosa), a me arrivano degli spiccioli, con i quali mi procurerò ancora un libro per accrescere la lista.

Fatte queste premesse, vi do il benvenuto tra gli scaffali della libreria che mi sono più cari. Si accettano volentieri consigli, perché il bello è proprio che non si finisce mai.

Storia dell’editoria

Monografie

Einaudi

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Donne di libri: l’altra metà dell’editoria

8 marzo, Festa della donna. Finché ci sarà bisogno di una ricorrenza da celebrare per restituire dignità e spazio all’altra metà della specie umana, l’8 marzo potrà essere l’occasione per un esercizio di memoria, un invito a prestare ascolto alle voci di donne – anche di un passato non troppo lontano – che sono rimaste in sordina o inascoltate.

Voci dei libri, voci dentro ai libri, voci intorno ai libri: sono molte, spesso quasi sconosciute, le donne che hanno investito il loro talento nelle professioni editoriali e che hanno impresso, con le loro idee e il loro impegno, una traccia nella storia culturale. Seguendo questa traccia si può tentare di rileggere – e riscrivere – da una più ampia prospettiva la storia, non solo della letteratura.

Grazia Cherchi e l’incanto della lettura

Cronista culturale, consulente editoriale, editor, appassionata e insaziabile lettrice, Grazia Cherchi è viva nella memoria di chi ha ricevuto i suoi giudizi lapidari e fulminei, ma sempre onesti, e il suo prezioso stimolo a scrivere. La sua vita è stata esempio di dedizione alle parole, di un amore per i libri contagioso, ben documentato nella raccolta Scompartimento per lettori e taciturni:

«In treno. Entro a Milano in uno scompartimento in cui una graziosa ragazza sta congedandosi dalla madre che le fa le ultime raccomandazioni. Apprendo tra l’altro che ha avuto voti brillantissimi alla maturità. Restiamo sole. Mi immergo nella correzione di un pacco di bozze. Ogni tanto la guardo: legge un fumetto, lo abbandona sul sedile accanto, mette le cuffiette di un walkman, se le toglie (ottima idea), sbadiglia, guarda fuori dal finestrino, mangia un sandwich, beve una coca, sbadiglia. A Bologna rompo gli indugi: “Vuole leggere qualcosa?” “Ho tanto letto per l’esame…” Deve essersi ripromessa un recupero di analfabetismo. “Però, effettivamente…” “Senta, facciamo un esperimento. Le do un libriccino. Lei prova a leggerlo, se dopo un quarto d’ora si stufa, me lo ridà”. E le allungo quel mirabile racconto che è L’incantatrice di Stevenson. “Scendo a Firenze”, comunico quindi alla giovinetta. Si mette a leggere. Oh, infallibile Stevenson, gioia di ogni lettore, anche del più recalcitrante! Quando il treno entra nella stazione di Santa Maria Novella, lei mi guarda supplichevole: fino a quel momento non ha alzato gli occhi dal libro. “D’accordo, lo tenga. Ma mi prometta di farlo circolare tra gli amici”».

Le Penelopi di Gina Lagorio

Conosciuta come scrittrice, saggista e giornalista, di Gina Lagorio è meno noto il lavoro editoriale nella casa editrice Garzanti, dove ha diretto per un decennio la collana dei Grandi Libri. Come si può scoprire leggendo la raccolta Penelope senza tela, la sua attenzione è sempre rivolta alle «mille oscure Penelopi che hanno vissuto nell’ombra spandendo intorno a sé la luce della loro intelligenza non espressa nei segni», e a tutte le parole non scritte, pronunciate dalla «singolare tribù dei favellatori che fanno rimpiangere, ogni volta che li si ascolta, perché mai non consentano a estendere attraverso la scrittura la gioia che dà l’ascoltarli».

Tra i suoi ritratti – imperdibile anche quello di Beppe Fenoglio – si incontra un’altra donna di editoria, Silvana Mauri Ottieri, che per lunghi anni ha gravitato intorno alla casa editrice Bompiani: «Chi riceve da lei una lettera, la conserva perché il garbo dell’affabulazione non si perde sulla pagina, né la freschezza della notazione concreta che rompe il rigore astratto delle idee. Basterebbe per dire la ricchezza d’amorosa intelligenza che da lei è fluita e a lei è ritornata, ricordare le lettere che le indirizzò uno straordinario amico dell’adolescenza, Pier Paolo Pasolini».

Carla Vasio, una voce in prestito

Libraia, scrittrice, poetessa, penna del Gruppo 63, Carla Vasio ha nutrito e raccontato il fermento culturale degli anni Sessanta, mettendo la sua voce al servizio delle vite degli altri – come nell’Autoritratto di Goffredo Petrassi – e riuscendo a fotografare il capitolo di storia dell’editoria da lei vissuto in prima persona. Come si legge nella sua raccolta Vita privata di una cultura, a proposito dei primi esperimenti di Cooperativa Prove 10: «Riusciamo a comprare una vecchia stampante offset monumentale, e ad affittare una specie di cantinone dove la si possa appoggiare direttamente sulla terra battuta, perché il suo peso avrebbe sfondato qualsiasi pavimento. Io ho funzioni di tecnico, di manovale e di stampatore: vuol dire che devo inventarmi direttamente sul campo tre mestieri difficili. Gli altri soci mi offrono da lontano un prudente sostegno morale. Invece la polizia è più concreta: fanno continui sopralluoghi, perché quel tipo di macchina è comunemente usato dai falsari per la stampa di monete cartacee di grosso taglio. Difficile convincerli che non siamo fabbricanti di banconote: siamo scrittori di romanzi, poesie, favole e canzoni».

Il fiuto editoriale di Laura Lepetit

Con La Tartaruga, Laura Lepetit ha segnato una felice eccezione al paradigma che vorrebbe il mestiere dell’editore appannaggio degli uomini. Partendo dalla «ferma convinzione che incontrare il libro giusto al momento giusto fosse un fatto fondamentale e necessario», ha fondato una casa editrice sulla voce delle donne, con l’obiettivo di far conoscere ai lettori solo «libri necessari».

È lei stessa a raccontare il piacere della ricerca, nell’Autobiografia di una femminista distratta: «Davanti ai libri mi sento come un cane da tartufi. Li cerco col naso, ne sento l’odore, capto i segnali che mandano e batto il terreno con il muso tra i cespugli. […] Quando mi chiedono in che ordine tengo i libri, rispondo perplessa nessuno. Infatti se cerco un libro comincio a sniffare tra gli scaffali e dopo un po’ quasi sempre trovo quello che cerco. Se mi metto a cercare in modo sistematico, non trovo un bel niente. Ogni tanto scopro di aver pubblicato dei libri di cui nemmeno avevo capito un gran che ma che al fiuto mi sembravano giusti e difatti è stato così. Un vero editore è dotato di questa capacità olfattiva, se pubblica per ragionamento o per calcolo non è bravo e ci se ne accorge.»

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San Valentino nei carteggi letterari del Novecento

Se a San Valentino ci fosse ancora qualcuno disposto ad affidare a carta e inchiostro un messaggio d’amore, troverebbe di che nutrire la propria ispirazione nelle effusioni affettuose e le passioni tormentate che attraversano i carteggi della letteratura.

A rovistare nei cassetti della corrispondenza d’autore, si può scoprire come l’arte di scrivere lettere – e di attenderle, tra congetture e sospiri – diventi tanto più dolce quando è intonata con gli accenti della poesia.

Ed è proprio dalla penna dei poeti che sono fiorite le pagine più intense, per quell’alchimia che fonde l’ordinarietà del quotidiano con l’espressione lirica, tra le rapide e i tornanti dei legami d’amore.

Giorgio Caproni e Rina

Sono permeate di una tenera malinconia le lettere che Giorgio Caproni scrive alla moglie Rina – al secolo Rosa Rettagliata – nel 1941, mentre attende di tornare a casa dal fronte. Le sue parole sono affidate a una serie di fogli strappati da un blocco a quadretti: «Cara Rinuccia mia, ti mando un fiorellino colto in questi boschi stamani. Ti penso sempre con grandissima nostalgia. Sopporto con gioia il mio sacrificio presente, perché mi pare di spartire così con te il sacrificio tuo, della tua gravidanza. […] Io faccio la vita aspra dei soldati veri, non imboscati negli uffici. Quando mi sentirò stanco penserò a te, al tuo sacrificio, e ritroverò la mia forza».

Ingeborg Bachmann e Paul Celan

Un legame ben più tormentato unisce per tutta la vita Ingeborg Bachmann e Paul Celan, dopo aver conosciuto i giorni più felici nella primavera del 1948. Se è vero che tutti gli amanti parlano un codice segreto, il loro racconta in versi un amore che non riesce mai a essere sincrono: pur sapendo di essere destinati l’uno all’altra, non riescono mai a raggiungersi.

Scrive Ingeborg Bachmann a Paul Celan, nel 1949: «Caro, tu, sono molto contenta che questa lettera sia arrivata – ora anche io ti ho fatto attendere di nuovo così a lungo, assolutamente senza intenzione e senza un solo pensiero poco gentile. Tu stesso sai che talvolta può succedere. Chissà perché. Due o tre volte ti ho scritto una lettera, poi, però, non l’ho spedita. Ma cosa importa, visto che noi ci pensiamo e, forse, continueremo a farlo ancora per lunghissimo tempo».

Quasi un decennio dopo, nel 1957, è come se la stessa conversazione proseguisse nelle parole di Paul Celan: «La vita non ci viene incontro, Ingeborg, attendere che ciò accada sarebbe per noi il modo meno adatto di esserci. Esserci, sì, questo noi possiamo e ne abbiamo il diritto. Esserci – l’uno per l’altro. E anche se sono soltanto poche parole, alla breve, una lettera, una volta al mese: il cuore saprà vivere».

Umberto Saba e Lina

Il carteggio tra Umberto Saba e Carolina Wölfler – la conosciamo come Lina – ripercorre una vita coniugale complicata non poco dall’omosessualità del poeta, mai dichiarata e dolorosamente convertita in una gelosia morbosa verso la moglie. L’ultima pagina, del 1956, vergata in una grafia fitta e spigolosa, contiene una promessa di suicidio – mai compiuta – che diventa un addio nel momento in cui la sorte vuole che sia lei a non sopravvivergli: «Lina mia, sei stata il caldo focolare della mia vita: la tua presenza nel mondo era tutto per me. Ma, specie negli ultimi tempi, soffrivo in un modo così disumano che se tu lo avessi compreso, mi avresti, potendolo, ucciso anche con un coltello da cucina. Era senza tregua e spaventoso. Non sono stato – lo so – un marito ideale; ma – ti giuro – non ho mai voluto farti del male. Mai, mai. […] Non so chi e quando ti leggerà questa lettera. Il mio non è stato, a propriamente parlare, un suicidio, ma la conseguenza naturale d’una malattia così spaventosa che non conduceva nemmeno alla morte. Bisognava che il malato stesso traesse da sé la sola possibile conseguenza».

Simone de Beauvoir e Paul Sartre

Tra le coppie letterarie più celebri, quella di Simone de Beauvoir e Paul Sartre è imperfetta, asimmetrica, ma retta da un sentimento necessario e inevitabile, capace di darsi la regola scritta dell’infedeltà come un dovere reciproco per tenere alla larga dalle menzogne, dai sotterfugi, dalle ipocrisie del matrimonio due persone che sanno di appartenersi.

Quando non sono insieme, il loro amore si esprime con parole appassionate. Simone de Beauvoir scrive a Paul Sartre, nel 1939: «Sono felice ogni volta che vedo qualcuno di nuovo, ma allo stesso tempo sono delusa, perché spero in un piacere che solo tu mi puoi dare. Vivo mutilata senza di te, amore mio. Non è esattamente doloroso, è triste. In tutto il mondo, solo tu conti per me».

Paul Sartre a Simone de Beauvoir, nel 1940: «Ti amo appassionatamente (nel senso pieno del termine). Non lo voglio dire ancora una volta perché l’espressione mi irrita, ma ricordalo bene, mia dolce, il mio piccolo fiore. Teneri baci per le tue piccole guance».

Anna Maria Ortese e Dario Bellezza

Per sfatare subito ogni equivoco, a legare Anna Maria Ortese e Dario Bellezza non è una storia d’amore, ma un’amicizia quasi fraterna. E non è forse l’amicizia l’espressione di amore più pura che sia mai esistita?

Nel 1986, Anna Maria Ortese scrive: «Carissimo Dario, in tutti questi ultimi mesi ho pensato spesso, assai spesso, a te; e in questi ultimi giorni, ti ho visto poi in una certa luce, che tu non immagini, ma molto bella. […] Non viaggiare troppo, se possibile. Se le Fate e i Folletti benefici (in cui credo) riappariranno – ti farò pervenire un diamante o uno zaffiro – dentro una noce. Ora, puoi perdonarmi per questa briciola di biscotto?».

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Una genuina felicità di scrivere

«Quel che ricordo con chiarezza dell’avere sedici anni è che si trattava di un’età particolarmente angosciante […]. Ricordo anche una tremenda e frustrante irritazione verso tutto ciò che leggevo in quel periodo – sa il cielo di cosa si trattava, a giudicare da certi libri che ho conservato –, tanto che una sera presi una decisione: dal momento che non esisteva al mondo nessun libro che valesse la pena di leggere, ne avrei scritto uno io.»

Shirley Jackson, La luna di miele di Mrs. Smith

È una gran fortuna che Shirley Jackson abbia tenuto fede al suo proposito per il resto della vita, regalandoci pagine straordinarie che continuano a saltare fuori da scatoloni impolverati.

I racconti che troverete dentro La luna di miele di Mrs. Smith fanno parte di una raccolta più ampia, in corso di pubblicazione per Adelphi, e sono stati scritti tra gli anni Trenta e Sessanta del Novecento, un momento storico in cui una donna avrebbe potuto essere abituata a credere troppo poco in sé stessa per lasciare la sua voce libera di esprimersi. È una gioia poter ritrovare quella di Shirley Jackson tra queste pagine, che miscelano alla perfezione ironia, inquietudine e una genuina felicità di scrivere.

Mi piace immaginarla – in tutte le ore della giornata che riusciva a ritagliarsi dalla cura della casa e dei figli – seduta alla sua macchina da scrivere, a picchiare sui tasti fino a notte fonda. E sorrido all’idea che mi sono fatta – non troppo lontana dalla realtà, credo – che lei stessa, come i suoi personaggi, sia stata solleticata di tanto in tanto dal desiderio di liberarsi di tutti e scappare lontano.

Leggete Shirley Jackson per ritrovare la sua intelligenza che sa smascherare i meccanismi con i quali deformiamo la realtà che ci sta stretta; leggetela per guardare con un po’ di sano cinismo alle idiozie che ci raccontiamo ogni giorno per andare avanti. Avvicinatevi a Shirley Jackson e vi prometto che – se l’avete perso – ritroverete il piacere di leggere.