Alla ricerca di Marie

«La felicità, la felicità, che cos’è la felicità?»

Madeleine Bourdouxhe, Marie aspetta Marie (Adelphi, 2018)Ci sono storie che arrivano in libreria cogliendo un’occasione che ne offra il pretesto, ma così piene di senso da pretendere che non ce ne si dimentichi una volta esaurita la discussione intorno al tema del momento. Il 13 febbraio – nel mese dedicato alle donne e alla vigilia del giorno in cui si celebra l’amore – è uscito Marie aspetta Marie, il secondo romanzo di Madeleine Bourdouxhe che ho avuto la fortuna di leggere in anteprima per Adelphi.

Si tratta di un’opera scritta nel 1940 e apparsa per la prima volta in Belgio nel 1943, che oggi arriva in Italia diversi anni dopo il primo e unico altro romanzo dell’autrice, La donna di Gilles, sempre edito Adelphi, nel 2005.

Colpisce l’indicazione nella quarta di Marie aspetta Marie che si apre con queste parole: «Chi ha letto La donna di Gilles sa», perché lascia intuire come per comprendere appieno il romanzo non si possa fare a meno di leggere quello che lo ha preceduto. Ed è straordinario il modo in cui le due storie si completano, rimandando l’una all’altra continuamente.

Complementari innanzitutto da un punto di vista geografico: La donna di Gilles è uscito in Francia per Gallimard nel 1937 ed è ambientato a Liegi, città d’origine dell’autrice; Marie aspetta Marie si svolge nella Parigi degli anni Trenta ed è stato pubblicato in Belgio da un piccolo editore, poiché a quel tempo Madeleine Bourdouxhe aveva interrotto i rapporti con Gallimard a seguito dello scoppio della Seconda guerra mondiale che l’aveva coinvolta nella resistenza a Bruxelles.

Ma i romanzi si completano soprattutto nelle vicende che raccontano, perché la seconda storia sembra offrire una possibilità di riscatto alla prima, o meglio i due diversi intrecci rappresentano il medesimo dramma di amare senza essere amati.

Un tentativo di riassunto: La donna di Gilles racconta l’annientamento di una donna che viene tradita dall’uomo che ha sposato e di come la disperazione per aver perso il suo amore la conduca a un gesto estremo; Marie aspetta Marie mette in scena il moto di rivalsa di una donna, sposata, che corre il rischio di esprimere liberamente la sua passione per uno sconosciuto e che arriverà in questo modo a riscoprire e affermare la propria identità.

Un riscatto che si può cogliere anche prestando attenzione al titolo di questi romanzi: a una donna senza nome, definita unicamente nel suo appartenere a un uomo, La donna di Gilles, segue la ricerca di un’individualità – nella traduzione italiana Marie aspetta Marie, in lingua originale À la recherche de Marie, in omaggio a Proust.

È come se Marie arrivasse per salvare Élisa (la donna di Gilles, appunto) e placare il suo tormento, ma a una lettura più attenta ci si accorge di come il dramma di queste donne sia lo stesso: entrambe non possono salvarsi che da sé, senza chiedere aiuto a nessuno.

Quella di Élisa è la storia di una donna che lotta fino a che ne ha le forze, dando prova di una capacità di sopportazione che ha dell’eroico: «Élisa si esercitò a soffrire senza piangere». Il tormento di Marie vive nel confronto tra come la sua vita è e come invece potrebbe essere: da un lato i «gesti il cui intimo significato è noto, realtà addomesticata… Aura soave, fatta della dolcezza e del calore delle cose familiari», dall’altro «una realtà da indovinare, da afferrare, da fare propria. Il mondo del possibile; il fascino, la vertigine di un mondo nuovo».

È come se i due romanzi raccontassero un’unica storia, quella di una vita segnata dal tradimento. Ma ancora prima di questo, affrontano l’esplorazione dolorosa dell’incapacità di amare che è propria di chi non conosce altro che sottomissione e condiscendenza.

Entrambe le protagoniste scoprono che dietro le loro vite ordinate si cela una profonda infelicità, entrambe si accorgono di aver soffocato ciò che sono, interpretando il ruolo di mogli e madri esemplari. Entrambe capiscono che per amare non basta professare una devozione nel profondo del proprio cuore, ma che l’amore è un continuo divenire e può crescere solo se si è in due a dargli continuo alimento. Entrambe sanno che la felicità è possibile solo quando si abbia la fortuna di imbattersi in un sentimento totale, che può anche durare un attimo oppure non arrivare mai. Entrambe ci insegnano che la bellezza di un amore non è, come dice Marie, «nel momento in cui nasce o in cui muore, ma nel momento in cui vive».

Madeleine Bourdouxhe

Forse i romanzi di Madeleine Bourdouxhe non sono adatti a tutti, ma sono convinta che una donna non possa esimersi dal leggerli, sapendo che non c’è modo di proteggersi dal dolore che fanno provare. Nelle due storie si compie un percorso di conoscenza di sé che agisce nei pensieri che queste donne non osano esprimere ad alta voce. Sono donne che non hanno conosciuto la libertà e nelle vite delle quali oggi stentiamo a riconoscerci, anche se basta leggere qualche pagina per avere paura di trovarvi dentro la propria anima riflessa, quel «mistero della propria vita» che «ciascuno porta con sé, come una seconda presenza».

La forza di queste vicende sta nel modo in cui sono narrate: Madeleine Bourdouxhe dà prova di una voce autentica, di uno stile squisitamente personale che si esprime, per esempio, in una particolarissima commistione di tempi verbali, e nello spostamento del punto di vista tra i personaggi, compiendo delle incursioni ora nella mente dell’uno ora dell’altro, come se potessimo seguirli con una cinepresa e leggere nei loro pensieri più intimi. In un’esplorazione dei recessi dell’anima che passa sempre attraverso l’insistenza sugli oggetti, sulla realtà minuta delle cose:

Madeleine Bourdouxhe, La donna di Gilles (Adelphi, 2005)«Sapeva di dover agire, ma non intendeva decidere subito esattamente in che senso. Innanzitutto doveva abituarsi all’idea. Continuava a ripetersi la stessa cosa, poi si rimetteva all’opera, sforzandosi di ritrovare un equilibrio esteriore in un mondo di oggetti domestici, di gesti abituali, di operazioni quotidiane» (La donna di Gilles).

«C’è una sorta d’intesa perfetta, un rapporto di amicizia tra le sue mani e gli oggetti che toccano. Marie è convinta che, qualunque sia l’ambito in cui un essere umano possa realizzarsi, la sua comprensione del mondo rimarrà sempre incompleta se tra le sue mani e le cose non esiste questa intesa, e che è proprio questa intesa a determinare l’esito del gesto. Ama le mani che comprendono il linguaggio degli oggetti immobili, quelle che sanno parlare alle cose vive» (Marie aspetta Marie).

C’è un’altra grande voce del Novecento europeo con cui dialogano questi romanzi, ed è Simone de Beauvoir, alla quale dobbiamo, tra l’altro, il non aver dimenticato il nome di Madeleine Bourdouxhe fino ai nostri giorni. A questo punto a me non resta che proseguire verso la donna di cui conosco soltanto la straordinaria metà che fu Jean Paul Sartre. A voi, se non avete ancora incontrato Madeleine Bourdouxhe, di scegliere da quale di queste storie iniziare. Senza immaginarvi che vi lasceranno con il sorriso, perché sarebbe impossibile aspettarselo da storie tanto vicine alla vita vera e, come tali, senza possibilità di giustizia né di pietà.

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