Trent’anni dopo Natalia Ginzburg

Natalia Ginzburg, trent’anni dopo la sua morte. Quelli che ami non muoiono mai: lo sapeva bene Natalia Ginzburg, che con le ombre di chi le è stato caro ha trascorso gran parte della sua storia. Una storia iniziata sotto il segno della letteratura, fin dal nome che le è toccato in sorte, in omaggio alla protagonista di Guerra e pace.

Nata nel 1916, in terra siciliana per pura coincidenza, i suoi primi ricordi iniziano solo a Torino, nella casa di via Pastrengo resa celebre dal suo Lessico famigliare. Ed è nell’austerità piemontese che prende forma il suo temperamento, che inizia quella convivenza con i fantasmi che ne farà scrittrice della memoria: «Qui a casa nostra, nella nostra città, nella città dove abbiamo trascorso la giovinezza, ci rimangono ormai poche cose viventi, e siamo accolti da una folla di memorie e di ombre».

Natalia Ginzburg
Natalia Ginzburg

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Il secolo lungo di Giacomino

Il 25 giugno del 1901 nasceva Giacomo Debenedetti e il secolo che ha attraversato – e letto, scritto, interpretato – non sempre gli ha riconosciuto il merito per la traccia che ha impresso nella cultura letteraria italiana.

Complice la ricorrenza, quest’anno ho deciso di conoscerlo meglio e ho provato a ricostruire un suo ritratto dalle pagine (tante) che ho studiato e che restituiscono la misura dell’intellettuale e del maestro, dalla voce di chi ha avuto la fortuna di incontrarlo.

Un padre difficile

Una stanza foderata di libri, isolata dal resto della famiglia da una «pesante porta doppia, scopertamente proustiana, che papà aveva voluto a protezione del suo lavoro»: così appare lo studio di Giacomo Debenedetti agli occhi del figlio Antonio, che lo descrive – nella biografia Giacomino, tra i tipi di Bompiani – come un «venerato e un po’ misterioso genitore», «un individuo così asincrono» con quella sua «vocazione a rendersi l’esistenza impossibile per eccesso d’interiorità».

Un padre difficile, ma che aveva il dono di mettere in comunicazione le personalità che hanno segnato la storia culturale del nostro paese: le case che la famiglia Debenedetti ha abitato – a Torino prima e a Roma poi – sono state il ritrovo, e anche il rifugio, di Umberto Saba, Bobi Bazlen, Elsa Morante, Alberto Savinio, Giorgio Caproni, solo per citare i frequentatori abituali di quelle stanze.

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La stanza dello scirocco

«L’estate s’avvicina e porta il sollievo d’una snervata apatia. Un giorno che un vento caldissimo m’aveva stremata, Salvatore m’ha condotto nella stanza dello scirocco. È un grande locale bianco, disadorno, che s’affaccia nel cortile interno. Vi si accede da una scaletta di pietra e non ci sono finestre, solo qualche fessura per dare un po’ di luce. Lo si tiene quasi segreto perché sia meglio riparato. […] In questa cella, o bianca cripta rugosa, il mondo non entra ed è come approdare dove non ci sarà più la storia.»

Domenico Campana, La stanza dello scirocco

Soffia lo scirocco sul racconto con cui mi sono avvicinata – ancora una volta per il tramite di Leonardo Sciascia – alla scrittura di Domenico Campana, e alimenta il fuoco della nostalgia di casa.
Tra queste pagine, le immagini si susseguono come in una sequenza cinematografica che gioca con il tempo, lo dilata e lo deforma, fino a che smette di andare in avanti e prende a ripetersi, ogni volta con qualche piccola variante.

Tutte le storie convergono verso il centro di quella stanza, che non è solo una particolarità architettonica, ma diventa una metafora dell’animo umano: perché contiene in sé la possibilità di accogliere la vita, e custodice allo stesso tempo il segreto per distruggerla.

Parafrasando le parole dell’autore, non si legge una storia che parla di sud «senza dare per scontata la furiosa incomprensibilità del mondo», e così io vi consiglio di recuperare questo piccolo gioiello che vi farà scoprire una voce che vale bene l’impresa di cercarla tra la polvere degli scaffali dell’usato.

Domenico Campana, La stanza dello scirocco (Sellerio Editore)

La vita alla finestra

«Ci sono solitudini che si rivelano all’improvviso, come un colpo alla nuca. Pensi: sono solo. Non ora. Sempre. Solo. Questa parola afonica, rotonda. Ci sono anche le solitudini lente, quelle che si formano con il tempo. Ce ne sono altre che erano lì fin dall’inizio, quelle di cui siamo fatti. Di solito restano larvate sotto qualche ricordo difficile. Ogni tanto queste solitudini si svegliano, si raddrizzano e ti parlano all’orecchio. Allora senti dei segreti su te stesso. Inoltre, esiste, sai?, la solitudine di cui, a forza di provarla e di frequentarla a tutte le ore, finisci per avere bisogno come di una fedele, discreta compagnia. Una solitudine quasi amata che, quando se ne va, ci lascia soli per davvero.»

Andrés Neuman, La vita alla finestra

«Forse ti scrivo proprio per questo: per appropriarmi delle mie parole.»Che ne è delle nostre parole quando le inviamo agli altri? Chi può dire fino a che punto ci appartengano, dopo che le abbiamo lasciate andare? Dove vanno a finire quelli che amiamo, o che abbiamo amato, quando smettiamo di esistere per loro? E cos’è che ci spinge davvero a scrivere: il bisogno di conservare nella memoria o di dimenticare?

Finisco di leggere questo romanzo con la testa piena di domande e quella strana frenesia che mi lasciano addosso le storie, quando arrivano a me senza che sapessi di averne bisogno. E mi ricordo che accade questo a incontrare la vera letteratura: si sente risuonare qualcosa di noi nelle trame degli altri, si ritrova espresso in parole ciò che a noi resta incastrato, informe, nel pensiero.

A sbirciare dentro questa finestra, non so se vi accorgerete delle stesse cose che ho visto io, ma di certo vi capiterà di pensare che la vita è quella cosa che accade mentre siamo impegnati a dimenticare chi siamo stati.

Andrés Neuman, La vita alla finestra (Einaudi editore, traduzione di Silvia Sichel, illustrazione di copertina di Andrea De Santis).

Libri sull’editoria: una lista collaborativa

Libri che parlano di libri e altre amenità editoriali

Vecchi caratteri tipografici

Non ci stanchiamo mai di parlare di libri, né di continuare a leggere (e accumulare) libri che parlano di libri e di editoria. E con l’intento di aggiungere qualche tessera all’inventario dei desideri che ci fanno vivere meglio, ho cercato di riunire i pezzi più importanti della mia collezione libresca.

Come tutte le selezioni, non ha la pretesa di essere esaustiva né di porsi come una guida, ma è semplicemente un modo per mettere nero su bianco quanto sono fiera delle (poche) cose che so e che possiedo. Noterete che – dove il libro non sia fuori catalogo – ho inserito un link di affiliazione: se ci passate per acquistare (anche qualsiasi altra cosa), a me arrivano degli spiccioli, con i quali mi procurerò ancora un libro per accrescere la lista.

Fatte queste premesse, vi do il benvenuto tra gli scaffali della libreria che mi sono più cari. Si accettano volentieri consigli, perché il bello è proprio che non si finisce mai.

Storia dell’editoria

Monografie

Einaudi

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