Per mari e per mondi

Emilio Salgari, Alla conquista della luna, Cliquot, 2016)Se dico Emilio Salgari – e lo dico con la pronuncia veneta che vuole l’accento sulla seconda a, a scanso di equivoci – penso alle avventure di pirati in località esotiche a un passo dall’Equatore. Ma quello che non si sa – o che si sa meno – circa l’autore che ha intrattenuto generazioni di lettori con le vicende dei Pirati della Malesia e del Corsaro Nero, è che la sua copiosissima produzione (oltre ottanta romanzi riconosciuti come autografi e pubblicati mentre era in vita) comprende anche un gran numero di racconti sommersi dati alle stampe presso vari editori, spesso sotto pseudonimo per sfuggire ai contratti editoriali in cui Salgari era impegnato, oppure apparsi su riviste.

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Messico e sigarette

ombradellombraL’ombra dell’ombra, Paco Ignacio Taibo II (la Nuova Frontiera)

Un pacco di Pall Mall, un paio di occhiali da vista, una cedrata e un libro, L’ombra dell’ombra, l’ultimo edito la Nuova Frontiera (che lo ha recuperato dopo quasi trent’anni dalla prima pubblicazione italiana Interno Giallo): con questo equipaggiamento essenziale Paco Ignacio Taibo II si è presentato all’incontro di un paio di giorni fa a cui ho avuto la fortuna di partecipare insieme a Laura, Roberta, Barbara e Simona.

Prima di iniziare a parlare, Paco si accende una sigaretta e va avanti così, una boccata dopo l’altra, a raccontarci il suo Messico, quella terra lontanissima e polverosa che lo ha adottato all’età di sedici anni. Seduta accanto a lui c’è Paloma, sua moglie. Si percepisce subito che si appartengono da sempre, e dopo qualche chiacchiera scopriamo che stanno insieme da quarantasei anni. Paloma ha uno sguardo dolcissimo, lo ascolta insieme a noi e sorride, annuisce, ogni tanto suggerisce qualche aneddoto divertente sulla loro vita di tutti i giorni. Come quando lui la sveglia nel cuore della notte per dirle: «Sono uno stronzo, ho fallito», ma poi ci ripensa e la sveglia di nuovo, dopo mezzora, dicendo: «Sono un genio!».

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Leggiamo insieme

Fioriscono le storie, sbocciano i libri e le pagine svolazzano nella prima brezza che sa di estate. Il cassetto dei calzini spaiati si agghinda a festa per partecipare al Maggio dei Libri, la campagna nazionale nata nel 2011 con l’obiettivo di promuovere il valore sociale della lettura per la crescita personale, culturale e civile.

Nell’edizione di quest’anno si parlerà di legalità, di paesaggio, di anniversari di scrittori e scrittrici illustri. E una ricorrenza in particolare è legata alla storia di come sia sbocciato il mio amore per i libri: centocinquant’anni fa nasceva Luigi Pirandello, un autore a cui devo molto di ciò che sono. Tra le sue pagine ho incontrato per la prima volta tutto quello che avrei cercato – non ho mai smesso – dentro i libri che ho amato, e nella sua voce ho iniziato a cogliere gli echi lontani di una terra che mi è particolarmente cara e della città in cui avrei poi scelto di vivere.

Ricordo ancora il momento in cui ho scoperto quei Sei personaggi che uscivano dalle pagine per comparire di fronte all’autore e rivendicare il proprio posto nel mondo. Mi sembrava – è ancora così – che il gioco della letteratura fosse un miracolo, come se scrivere significasse avere il potere di dare la vita e di compiere magie. Continua a leggere “Leggiamo insieme”

Saltando nelle pozzanghere

Mi sono innamorata della parola Hoppípolla che era il 2005, quando i Sigur Rós cantavano l’euforia innocente di saltare dentro una pozzanghera e inzupparsi senza indossare gli stivali di gomma. Risolto il problema lessicale con dodici anni di anticipo, perciò, sapevo cosa fare quando quella parolina magica è tornata a farmi visita con le sembianze di una scatola delle meraviglie.

Ma andiamo con ordine.

Hoppípolla

Da qualche tempo esiste un progetto che promette – e ci riesce – di elargire curiosità e ispirazione facendo conoscere cose belle e non è necessario masticare l’islandese per capire di che si tratta: Hoppípolla è “cultura indipendente per corrispondenza”, ossia una sorpresa da regalare (o regalarsi) una volta al mese per scoprire realtà creative (anche minuscole, ed è lì che si trovano le idee migliori) del panorama editoriale, grafico, artigianale, musicale e chi-più-ne-ha-più-ne-metta italiano.

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L’una e l’altra

«L’arte non fa succedere niente in un modo che fa sembrare che sia successo qualcosa.»

Ci ho messo un po’ – e sette mesi dall’uscita dell’edizione italiana SUR, dopo la prima pubblicazione in lingua originale nel 2014, sono un bel po’ di tempo – per decidermi a leggere L’una e l’altra di Ali Smith.

Ali Smith, L’una e l’altra (How to be both)

Avevo la sensazione che sarebbe stata una lettura importante, lo avvertivo nelle parole estasiate di chi lo ha letto prima di me. Eppure la possibilità di una delusione ha continuato a frenarmi, complice il timore di non riuscire a prevedere la mia esperienza di lettura: la particolarità più evidente – ma non è l’unica – di L’una e l’altra è che le due storie che compongono il romanzo sono disposte in maniera alternata fra due diverse tirature, per cui a libro chiuso non è dato sapere se si leggerà prima la storia contemporanea della sedicenne inglese George, a pochi mesi dalla morte di sua madre, oppure quella di un(’)artista della Ferrara di metà Quattrocento.

Poi un giorno, senza un motivo preciso, ho agito d’impulso e ne ho ordinata una copia su internet, lasciando che fosse il caso a darmi una mano. Quello che è successo dopo qualche riga è stato un innamoramento immediato, totale, inevitabile. E ho capito presto che, da qualunque parte avessi iniziato, sarei stata catturata con la stessa intensità dentro un gioco letterario raffinatissimo che si sviluppa come un disegno su più livelli, con un sotto e un sopra che si richiamano di continuo, come una superficie a specchio in cui è possibile cogliere contemporaneamente due facce della stessa immagine riflessa. Continua a leggere “L’una e l’altra”

La vita stretta tra le mani

Irmgard Keun, Gilgi, una di noi (L’orma editore, 2017)Colonia, 1931. Mentre la Repubblica di Weimar ha i giorni contati, Gilgi – al secolo Gisela – ha ventun anni e un’intera vita davanti. «La tiene stretta nelle mani, Gilgi, la sua piccola vita», o almeno così si ripete in maniera ossessiva, nelle sue giornate che scorrono tra il lavoro di dattilografa a cui si dedica con zelo, le amicizie e le ore di ritiro nella sua mansarda, dove legge, traduce e progetta il suo avvenire.

Nella sua vita non c’è spazio per sogni astratti, ma un irrinunciabile ottimismo la porta a non stare mai ferma. Gilgi incarna quello che negli anni Trenta è l’ideale della Neue Frau, la donna che rifiuta la morale dominante ed è pronta a difendere con ostinazione la sua indipendenza. L’idea del fallimento atterrisce Gilgi e al tempo stesso la fa entrare in empatia con i fallimenti degli altri. E come un ordigno meticolosamente congegnato, la sua vita minaccia di esplodere da un momento all’altro.

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Romanza senza parole

Quando ero bambina, l’8 marzo papà tornava a casa con un mazzolino di mimosa raccolto non lontano dal nostro giardino. Portava un ramoscello per ogni donna della famiglia, anche per me che prima di diventare una donna avrei dovuto aspettare ancora molto tempo. Era un piccolo rituale affettuoso, attraverso il quale imparavo senza accorgermene il senso di una ricorrenza che avrei capito solo qualche anno dopo, sui libri di storia.

Con la stessa dolcezza di quel gesto, oggi mi emoziono con le parole di Sof’ja Tolstaja in Romanza senza parole, che ho la fortuna di conoscere in anteprima per La Tartaruga / Baldini&Castoldi.

«Nuoto… vado… dove? …Sì, dove? Tanto, tanto tempo è passato da quando Ivan Ilič eseguiva la sonata, suggerendomi questa domanda: a cosa aspiro? È forse quell’aspirazione che ci trasporta nell’eternità appena la domanda sul “Dove?” è risolta per sempre? Poiché questa domanda è reale, deve anche esistere quel luogo misterioso. Qualcosa che cerchiamo di raggiungere con tutto il cuore e con tutta la forza, in quanto la domanda sul “Dove?” ci rende sempre felici.»

Romanza senza parole, Sof’ja Tolstaja

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Discorso di un albero sulla fragilità degli uomini

«Il futuro, come vedi, diventa difficile da coniugare per gli Zhang.»

Discorso di un albero sulla fragilità degli uomini, Olivier Bleys (Edizioni Clichy)

Una famiglia poverissima, dentro una catapecchia gelida nel mezzo di un inverno che non vuole finire, è riunita intorno a una scatola il cui contenuto potrebbe cambiare il destino, una volta per tutte. Arrivata a questa scena del Discorso di un albero sulla fragilità degli uomini di Olivier Bleys (Edizioni Clichy) non ho potuto fare a meno di pensare al piccolo Charlie Bucket e alla sua famiglia in La fabbrica di cioccolato.

L’atmosfera della favola è la stessa che si respira nel racconto di Roald Dahl, nonostante siamo nella periferia di Shenyang, una città industriale a nord-ovest della Cina, e la storia affondi le sue radici nella realtà contemporanea.

Come racconta l’autore, l’idea del libro è stata ispirata da un documentario televisivo in cui appare «una casa in mattoni rossi a un solo piano, piantata in mezzo al cantiere di un grattacielo in costruzione». È una di quelle che in Cina si chiamano “case chiodo”, e la famiglia Zhang che la abita continua a occuparla nonostante le sia stato intimato lo sfratto.

Simbolo di una resistenza ostinata allo sviluppo dell’ennesima megalopoli moderna, la casa degli Zhang si trova ai piedi dell’ultimo esemplare di sommacco, o albero della lacca, rimasto in città. Gli abitanti del quartiere lo chiamano «l’albero che piange», tanto tristi sono le condizioni in cui si trova «la creatura più miserabile del regno vegetale».

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Andare adagio, non piano

Dany Laferrière, L’arte ormai perduta del dolce far niente (66thand2nd, 2016)Quanto è importante avere il tempo di perdere tempo? Come si fa a resistere al procedere inesorabile dei giorni e tirare il freno per guardare la pioggia cadere, o mettersi seduti a guardare la vita mentre scorre? Il bisogno di coltivare l’arte dell’otium, caro all’umanità da che essa ne abbia memoria, torna a imporsi con sempre più forza negli anni liquidi che abitiamo oggigiorno. E lo sa bene Dany Laferrière che ha fatto del tempo il protagonista del suo L’arte ormai perduta del dolce far niente, pubblicato da 66thand2nd (traduzione di Federica Di Lella e Francesca Scala).

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C’era una svolta

Alzi la mano chi, come me, inizia a novembre ad addobbare casa a festa e a febbraio non ha ancora trovato il coraggio di riporre il calendario dell’avvento, le lucine e i pupazzi di neve. In fin dei conti, il Natale è uno stato d’animo e in questa domenica uggiosa è tornato a trovarmi grazie a un libro speciale.

C’era una svolta è il frutto di un progetto realizzato da “Quelli del Sabato”, un’associazione di volontari che da più di vent’anni si incontrano ogni settimana insieme a ragazzi disabili di Bellinzago Novarese per «inventarsi imprese da vivere», per sfidare le loro paure e far germogliare il loro entusiasmo.

Gabriella, Manuela, Tiziana, Dalila, Antonino, Cosimo, Nicoletta, Andrea, Massimo, Mauro, Luigi, Renata, Roberta, Isabella, Ilaria, Ylenia, Fabio ed Eva sono i diciotto ragazzi che hanno immaginato – sotto la guida di Francesco Baldi, autore e attore teatrale – un dettaglio diverso, un imprevisto, una svolta per diciotto favole che siamo abituati a farci raccontare in maniera diversa. Le storie sono state affidate alla penna di diciotto scrittori – Ester Armanino, Biagio Autieri, Christian Mascheroni, Luigi Romolo Carrino, Lella Costa, Barbara Di Gregorio, Emiliano Poddi, Eleonora Sottili, Linda Griva, Fulvio Ervas, Ivano Porpora, Maria Paola Colombo, Raffaele Riba, Cristina Di Canio, Eduardo Savarese, Errico Buonanno, Isabella Dilavello, Martino Gozzi – e alla matita di Hikimi (Roberto Blefari), che le hanno fatte diventare dei piccoli capolavori colorati.

Andate a conoscere le imprese sorprendenti di “Quelli del Sabato” e lasciatevi incantare dal modo in cui sanno raccontarvi che vale la pena di sentirsi vivi fino a che siamo capaci di immaginare.

 

Tentativi di botanica degli “Oggetti solidi”

Mi capita spesso di parlare del mio amore per Virginia Woolf, che negli ultimi tempi ha ricevuto nuova linfa, complice qualche incontro libresco particolarmente fortunato.

Con l’occasione di festeggiare l’anniversario della sua nascita, Flanerí ha pubblicato le mie impressioni di lettura di Oggetti solidi, la raccolta integrale dei Racconti e altre prose di Virginia Woolf, edita da Racconti edizioni.

Tra i mille modi in cui ci si può immergere dentro questa raccolta che pullula di suggestioni fantastiche, a me è piaciuto esplorarla come un giardino rigoglioso. Così, per gioco, ho iniziato a prendere nota di tutte le specie di fiori e di arbusti che fanno capolino tra un racconto e l’altro. E quello che ne è venuto fuori è una piccola botanica degli Oggetti solidi, per provare a prolungare quelle impressioni anche lontano dalle pagine.

Oltre il bordo delle cose

Virginia Woolf, Oggetti solidi (Racconti edizioni, 2016)Chiunque ami Virginia Woolf conosce bene la sensazione che si prova di fronte a una sua pagina mai letta prima: una specie di conforto nel ritrovare qualcosa di caro e insieme la sorpresa per aver scoperto un dettaglio inaspettato. È una di quelle autrici di cui si finisce per amare tanto le vicende personali quanto quelle dei personaggi che hanno inventato, a tal punto la sua vita sembra coincidere con l’atto stesso di scrivere. Virginia Woolf è sempre così dentro ogni parola che si riesce ad avvertire la sua presenza, quasi ci si potesse avvicinare, un passo per volta, a cogliere lo splendore tormentato della sua anima.

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Dodici per duemilasedici

Non amo le classifiche e i bilanci di fine anno e sono una pessima compilatrice di propositi virtuosi per il futuro. Quello che mi riesce particolarmente bene, invece, è guardare indietro e sorridere delle cose belle che ho incontrato.

Che il prossimo anno ci arricchisca tutti di sentimenti preziosi, come quelli che ho conosciuto leggendo questi libri:

Dodici libri che ho amato nel 2016

La porta di Magda Szabó (Einaudi), una storia dolcissima e senza tempo che ha per protagonisti l’amore, il silenzio e la scrittura.
Martin il romanziere di Marcel Aymé (L’orma editore), perché abbiamo bisogno di tenere in allenamento la nostra capacità di immaginare per restare vivi.
Panorama di Tommaso Pincio (NN editore), un romanzo claustrofobico sull’ossessione per l’amore e per la lettura, ideale per perdersi tra le strade di Roma.
Il posto di Annie Ernaux (L’orma editore), un libro che parla con coraggio di cosa significhi essere figli, perché per essere quello che siamo non possiamo dimenticare da dove siamo venuti.
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Vanessa Bell, The Memoir Club

Le stanze degli altri

[Consiglio di lettura: Alicia Giménez-Bartlett, Una stanza tutta per gli altri (trad. Maria Nicola), Sellerio editore, 2003
Consiglio d’ascolto: Johannes Brahms, Piano trio n. 1 op. 8
Consiglio in infusione: tisana echinacea]

Mi piace l’umore di certe giornate di novembre, in cui la luce grigia e il ticchettio della pioggia creano l’alchimia perfetta per incontrare un nuovo libro. Come spesso mi accade, avevo voglia di sbirciare alla mia finestra preferita: quella della stanza di Virginia Woolf. E per farlo ho scelto un’angolazione diversa dal solito, leggendo Una stanza tutta per gli altri di Alicia Giménez-Bartlett.

Ci sono autori le cui vicende private sono altrettanto, se non più emozionanti di quelle dei personaggi che hanno inventato. Questo mi sembra particolarmente vero nel caso di Virginia Woolf, alla cui vita mi ero già appassionata leggendo il Diario di una scrittrice (BEAT, 2011) che continuò a scrivere fino a poco prima della sua morte.

Una stanza tutta per gli altri è qualcosa di più che un ritratto insolito di Virginia Woolf. Non è un romanzo nel senso tradizionale del termine, ma un intreccio tra pagine di diario, lettere ed episodi narrativi, che prende l’avvio da una finzione letteraria: Alicia Giménez-Bartlett immagina di aver ritrovato il diario di Nelly Boxall – la domestica che dal 1916 al 1934 servì i Woolf – e ricostruisce a partire da quelle pagine vent’anni di vita nella loro casa.

Non so se sia una coincidenza il mio appassionarmi ai rapporti tra scrittrici e domestiche o se invece debba recuperare una bibliografia completa sul tema, visti gli esiti della lettura di un altro libro – La porta di Magda Szabó – che mi ha ugualmente emozionata. Ma in questo caso si tratta di una scrittura meno letteraria, sebbene non per questo meno poetica, da cui emerge un ritratto di Virginia Woolf tanto più appassionato, forse proprio perché non filtrato dalla lente dell’attendibilità della ricostruzione biografica.

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Perec, Specie di spazi

Inventario di spazi

[Per non disimparare a guardare
Consiglio di lettura: Georges Perec, Specie di spazi (trad. R. Delbono), Bollati Boringhieri, 2015
Consiglio d’ascolto: Georges Bizet, Carmen – Sur la place chacun passe
Consiglio in infusione: tisana allo zenzero]

Se un giorno dovessi trasferirmi su un’isola deserta, anche solo per un periodo di tempo limitato, immagino che dovrei essere pronta a scegliere almeno un libro da portare con me. Potrei optare per uno di quei tomoni che racchiudono universi completi, finiti, dove sembra che tutto sia stato scritto e in cui mi basterebbe immergermi per trovare ristoro; eppure credo che sarei più propensa a scegliere un libriccino di dimensioni più contenute, ma ricco di suggestioni per tenere in allenamento la mia capacità di immaginare. Sicuramente con una saga familiare di Thomas Mann o i tormenti di Anna Karenina avrei di che appassionarmi e non mi sentirei sola, ma credo che farebbe più al caso mio un compendio di esercizi per lo sguardo come quello realizzato da Georges Perec intorno al 1970, che conosciamo con il titolo Specie di spazi.

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