Il secolo lungo di Giacomino

Il 25 giugno del 1901 nasceva Giacomo Debenedetti e il secolo che ha attraversato – e letto, scritto, interpretato – non sempre gli ha riconosciuto il merito per la traccia che ha impresso nella cultura letteraria italiana.

Complice la ricorrenza, quest’anno ho deciso di conoscerlo meglio e ho provato a ricostruire un suo ritratto dalle pagine (tante) che ho studiato e che restituiscono la misura dell’intellettuale e del maestro, dalla voce di chi ha avuto la fortuna di incontrarlo.

Un padre difficile

Una stanza foderata di libri, isolata dal resto della famiglia da una «pesante porta doppia, scopertamente proustiana, che papà aveva voluto a protezione del suo lavoro»: così appare lo studio di Giacomo Debenedetti agli occhi del figlio Antonio, che lo descrive – nella biografia Giacomino, tra i tipi di Bompiani – come un «venerato e un po’ misterioso genitore», «un individuo così asincrono» con quella sua «vocazione a rendersi l’esistenza impossibile per eccesso d’interiorità».

Un padre difficile, ma che aveva il dono di mettere in comunicazione le personalità che hanno segnato la storia culturale del nostro paese: le case che la famiglia Debenedetti ha abitato – a Torino prima e a Roma poi – sono state il ritrovo, e anche il rifugio, di Umberto Saba, Bobi Bazlen, Elsa Morante, Alberto Savinio, Giorgio Caproni, solo per citare i frequentatori abituali di quelle stanze.

L’avventura editoriale

Tra gli incontri illustri – documentati anche da Anna Folli in La casa dalle finestre sempre accese, edito da Neri Pozza – uno in particolare è destinato a lasciare un segno nell’editoria italiana: nel 1958 inizia l’avventura, con Alberto Mondadori, del Saggiatore, di cui Giacomo Debenedetti sarà direttore letterario fino al 1964. «Non c’era nulla che uscisse dalla casa editrice senza il suo controllo», lo ricorda Mario Andreose: «Ancora oggi, rimangono impareggiabili i suoi risvolti di copertina dove mostra la capacità di sintesi, la chiarezza di scrittura, la sua cultura non libresca». Sua l’ideazione della Biblioteca delle Silerchie – che diventerà, dieci anni più tardi, il modello di Italo Calvino per la collana Centopagine Einaudi – e la concezione dei cataloghi editoriali non solo come strumenti commerciali, ma come vere e proprie riviste letterarie.

Una vocazione inaspettata

«Vai a sentire quel professore, è di Roma, si chiama Debenedetti, fa un corso su Svevo, da restare a bocca aperta»: così Walter Pedullà rivive il consiglio di un collega universitario che nel 1951 incrocia per i corridoi dell’Università di Messina, e che si rivelerà decisivo per il suo avvenire – lo racconta in Giacomo Debenedetti, interprete dell’invisibile, pubblicato da Marsilio.

Debenedetti si scopre professore alle soglie dei cinquant’anni e, come in tutte le imprese della sua vita, vi si lancia a capofitto, ma non riuscirà mai a ottenere il conferimento di una cattedra. Per i suoi allievi – Alfonso Berardinelli, Mario Lavagetto, Enzo Siciliano, tra i più conosciuti – resterà sempre «il Professore». Sapeva incantarli con le sue lezioni, li portava alle mostre d’arte, al cinema, consigliava loro di leggere Gadda e Savinio. Nelle parole di Berardinelli: «Si capiva subito che avevamo davanti uno scrittore che aiuta anche gli altri scrittori a capire meglio sé stessi».

L’eredità di Giacomino

Sulla cattedra di Debenedetti non manca mai il quaderno dalla copertina scura su cui sono annotate le sue riflessioni – a lezione resta sempre chiuso, ma averlo accanto gli dà sicurezza. Da quelle pagine di appunti prenderà forma l’opera che non ha mai conosciuto, ma che forse ha più desiderato per tutta la vita: Il romanzo del Novecento, oggi nel catalogo di La nave di Teseo.

Fino al suo ultimo agosto, nel 1967, Giacomino è intento a progettare un corso di lezioni sulla critica del Novecento. A dispetto del caldo torrido dell’estate romana, dentro il suo studio c’è una temperatura glaciale per l’aria condizionata accesa giorno e notte. Il figlio Antonio lo ricorda chino sulle sue carte, mentre si prepara ad accogliere la morte senza paura, ma con «il pensiero di non finire, di andarsene prima d’aver detto quello che ha in mente».

La stanza dello scirocco

«L’estate s’avvicina e porta il sollievo d’una snervata apatia. Un giorno che un vento caldissimo m’aveva stremata, Salvatore m’ha condotto nella stanza dello scirocco. È un grande locale bianco, disadorno, che s’affaccia nel cortile interno. Vi si accede da una scaletta di pietra e non ci sono finestre, solo qualche fessura per dare un po’ di luce. Lo si tiene quasi segreto perché sia meglio riparato. […] In questa cella, o bianca cripta rugosa, il mondo non entra ed è come approdare dove non ci sarà più la storia.»

Domenico Campana, La stanza dello scirocco

Soffia lo scirocco sul racconto con cui mi sono avvicinata – ancora una volta per il tramite di Leonardo Sciascia – alla scrittura di Domenico Campana, e alimenta il fuoco della nostalgia di casa.
Tra queste pagine, le immagini si susseguono come in una sequenza cinematografica che gioca con il tempo, lo dilata e lo deforma, fino a che smette di andare in avanti e prende a ripetersi, ogni volta con qualche piccola variante.

Tutte le storie convergono verso il centro di quella stanza, che non è solo una particolarità architettonica, ma diventa una metafora dell’animo umano: perché contiene in sé la possibilità di accogliere la vita, e custodice allo stesso tempo il segreto per distruggerla.

Parafrasando le parole dell’autore, non si legge una storia che parla di sud «senza dare per scontata la furiosa incomprensibilità del mondo», e così io vi consiglio di recuperare questo piccolo gioiello che vi farà scoprire una voce che vale bene l’impresa di cercarla tra la polvere degli scaffali dell’usato.

Domenico Campana, La stanza dello scirocco (Sellerio Editore)

La vita alla finestra

«Ci sono solitudini che si rivelano all’improvviso, come un colpo alla nuca. Pensi: sono solo. Non ora. Sempre. Solo. Questa parola afonica, rotonda. Ci sono anche le solitudini lente, quelle che si formano con il tempo. Ce ne sono altre che erano lì fin dall’inizio, quelle di cui siamo fatti. Di solito restano larvate sotto qualche ricordo difficile. Ogni tanto queste solitudini si svegliano, si raddrizzano e ti parlano all’orecchio. Allora senti dei segreti su te stesso. Inoltre, esiste, sai?, la solitudine di cui, a forza di provarla e di frequentarla a tutte le ore, finisci per avere bisogno come di una fedele, discreta compagnia. Una solitudine quasi amata che, quando se ne va, ci lascia soli per davvero.»

Andrés Neuman, La vita alla finestra

«Forse ti scrivo proprio per questo: per appropriarmi delle mie parole.»Che ne è delle nostre parole quando le inviamo agli altri? Chi può dire fino a che punto ci appartengano, dopo che le abbiamo lasciate andare? Dove vanno a finire quelli che amiamo, o che abbiamo amato, quando smettiamo di esistere per loro? E cos’è che ci spinge davvero a scrivere: il bisogno di conservare nella memoria o di dimenticare?

Finisco di leggere questo romanzo con la testa piena di domande e quella strana frenesia che mi lasciano addosso le storie, quando arrivano a me senza che sapessi di averne bisogno. E mi ricordo che accade questo a incontrare la vera letteratura: si sente risuonare qualcosa di noi nelle trame degli altri, si ritrova espresso in parole ciò che a noi resta incastrato, informe, nel pensiero.

A sbirciare dentro questa finestra, non so se vi accorgerete delle stesse cose che ho visto io, ma di certo vi capiterà di pensare che la vita è quella cosa che accade mentre siamo impegnati a dimenticare chi siamo stati.

Andrés Neuman, La vita alla finestra (Einaudi editore, traduzione di Silvia Sichel, illustrazione di copertina di Andrea De Santis).

Una genuina felicità di scrivere

«Quel che ricordo con chiarezza dell’avere sedici anni è che si trattava di un’età particolarmente angosciante […]. Ricordo anche una tremenda e frustrante irritazione verso tutto ciò che leggevo in quel periodo – sa il cielo di cosa si trattava, a giudicare da certi libri che ho conservato –, tanto che una sera presi una decisione: dal momento che non esisteva al mondo nessun libro che valesse la pena di leggere, ne avrei scritto uno io

Shirley Jackson, La luna di miele di Mrs. Smith

È una gran fortuna che Shirley Jackson abbia tenuto fede al suo proposito per il resto della vita, regalandoci pagine straordinarie che continuano a saltare fuori da scatoloni impolverati.

I racconti che troverete dentro La luna di miele di Mrs. Smith fanno parte di una raccolta più ampia, in corso di pubblicazione per Adelphi, e sono stati scritti tra gli anni Trenta e Sessanta del Novecento, un momento storico in cui una donna avrebbe potuto essere abituata a credere troppo poco in sé stessa per lasciare la sua voce libera di esprimersi. È una gioia poter ritrovare quella di Shirley Jackson tra queste pagine, che miscelano alla perfezione ironia, inquietudine e una genuina felicità di scrivere.

Mi piace immaginarla – in tutte le ore della giornata che riusciva a ritagliarsi dalla cura della casa e dei figli – seduta alla sua macchina da scrivere, a picchiare sui tasti fino a notte fonda. E sorrido all’idea che mi sono fatta – non troppo lontana dalla realtà, credo – che lei stessa, come i suoi personaggi, sia stata solleticata di tanto in tanto dal desiderio di liberarsi di tutti e scappare lontano.

Leggete Shirley Jackson per ritrovare la sua intelligenza che sa smascherare i meccanismi con i quali deformiamo la realtà che ci sta stretta; leggetela per guardare con un po’ di sano cinismo alle idiozie che ci raccontiamo ogni giorno per andare avanti. Avvicinatevi a Shirley Jackson e vi prometto che – se l’avete perso – ritroverete il piacere di leggere.

Non bisogna mai scherzare con la Storia

Georges Perec, L’attentato di Sarajevo (nottetempo)Esistono innumerevoli modi per dirsi addio, così come per riapparire dai meandri polverosi della memoria, e L’attentato di Sarajevo di Georges Perec ne conosce almeno tre. Perché per arrivare alle stampe – postuma, nel 2016, per le Editions du Seuil – la prima prova narrativa dello scrittore francese ha dovuto affrontare un percorso tortuoso: dal dattiloscritto di una vecchia compagna di liceo di Perec, passando per la copia carbone di un esemplare posseduto dal pittore serbo Mladen Srbinović, fino a due fogli di bozza – conservati tra i libri rari del Fondo Georges Perec – che documentano un soggiorno dell’autore in Jugoslavia, dall’agosto al settembre del 1957.

L’attentato di Sarajevo – arrivato in Italia nel 2019 per i tipi di nottetempo, nella traduzione di Angelo Molica Franco – è il frutto di un lavoro di collazione tra ripensamenti, correzioni e cancellature, che consente di sbirciare attraverso l’officina dello scrittore, appena ventunenne al tempo della stesura. E dà un’idea del lavoro di cesello attraverso il quale Perec già iniziava a esercitare la sua ispirazione: basti pensare alle alternative vagliate e scartate fino a individuare la parola più congeniale, per esempio, quando per «l’orchestra del Palace sussurrava un valzer lento», «Perec aveva dapprima scritto “rovinava”. Poi ha aggiunto a margine la seguente lista: “bemollizzava sciroppava caramellizzava sussurrava infliggeva allungava scorreva gesticolava avvelenava ondulava inchinava vomitava inghiottiva”, e alla fine ha cerchiato “sussurrava”».

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