Alla mensa del Führer

«Che vuoi fare da grande? L’assaggiatrice di Hitler»

Le assaggiatrici di Rosella Postorino (Feltrinelli)Autunno del 1943. A Gross-Partsch, un villaggio vicino alla Wolfsschanze – la Tana del Lupo, il quartier generale di Hitler nascosto nella foresta – dieci donne siedono a tavola in attesa di ricevere il pranzo. Mangiano tutti i giorni per tre volte al giorno, il che è un privilegio per quegli anni in Germania, in cui si muore di fame a causa della guerra. Un privilegio che tiene in vita, ma al tempo stesso la mette a rischio un boccone dopo l’altro, perché è a un banchetto con la morte che queste donne sono invitate, cavie al servizio del Führer per garantirgli di non essere avvelenato a ogni pasto.

«Ad ascoltarlo con gli occhi chiusi, il suono della mensa sarebbe stato un suono buono. Il tinnire delle forchette sui piatti, il fruscio dell’acqua versata, il rintocco del vetro sul legno, il ruminare delle bocche, l’acciottolio di passi sul pavimento, l’accavallarsi di voci e versi di uccelli e cani che abbaiano, il rugghio distante di un trattore colto dalle finestre aperte. Sarebbe stato nient’altro che il tempo del convivio; fa tenerezza il bisogno umano di cibarsi per non morire.
Ma se riaprivo gli occhi li vedevo, i guardiani in divisa, le armi cariche, i confini della nostra gabbia, e il rumore di stoviglie tornava a riecheggiare scarno, il suono compresso di qualcosa che sta per esplodere».

Da qualche mese è in libreria per i tipi di Feltrinelli Le assaggiatrici, il romanzo con cui Rosella Postorino ha dato voce alla storia (inventata) di Rosa Sauer, ispirata a quella (vera) di Margot Wölk, che in gioventù fu assaggiatrice di Hitler nella caserma di Krausendorf e sopravvissuta fino all’età di novantasei anni – appena qualche giorno prima che l’autrice riuscisse a procurarsi il suo indirizzo per incontrarla.

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Alla ricerca di Marie

«La felicità, la felicità, che cos’è la felicità?»

Madeleine Bourdouxhe, Marie aspetta Marie (Adelphi, 2018)Ci sono storie che arrivano in libreria cogliendo un’occasione che ne offra il pretesto, ma così piene di senso da pretendere che non ce ne si dimentichi una volta esaurita la discussione intorno al tema del momento. Il 13 febbraio – nel mese dedicato alle donne e alla vigilia del giorno in cui si celebra l’amore – è uscito Marie aspetta Marie, il secondo romanzo di Madeleine Bourdouxhe che ho avuto la fortuna di leggere in anteprima per Adelphi.

Si tratta di un’opera scritta nel 1940 e apparsa per la prima volta in Belgio nel 1943, che oggi arriva in Italia diversi anni dopo il primo e unico altro romanzo dell’autrice, La donna di Gilles, sempre edito Adelphi, nel 2005.

Colpisce l’indicazione nella quarta di Marie aspetta Marie che si apre con queste parole: «Chi ha letto La donna di Gilles sa», perché lascia intuire come per comprendere appieno il romanzo non si possa fare a meno di leggere quello che lo ha preceduto. Ed è straordinario il modo in cui le due storie si completano, rimandando l’una all’altra continuamente.

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Nelle vite d’altri

Carla Vasio, Autoritratto di Goffredo Petrassi (Mucchi Editore, 2017)Esiste un confine oltre il quale non è dato spingersi per dare voce al ricordo di una storia che non è la propria? Non è semplice restituire attraverso le parole un’esistenza votata all’arte, tanto più se si tratta di quella di un compositore come Goffredo Petrassi che ha segnato nel profondo il Novecento musicale italiano ed europeo. Ma se a trasferirla sulla pagina è la penna finissima di Carla Vasio, quello che emerge è un ritratto che somiglia alla vita, pur procedendo al ritmo di un romanzo.

Non a caso Autoritratto di Goffredo Petrassi inaugura la collana “Diorami”, pregevole operazione dell’editore modenese Mucchi che attinge alle quinte della letteratura per riportare alla luce “Testi su artifici, mondi nuovi e altre invenzioni” – come recita il sottotitolo – a metà tra il rigore del saggio e l’invenzione letteraria.

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Sommersi dalle cose

horror vacui ‹òrror vàkui› (lat. «orrore del vuoto»). – Frase con la quale si espresse un concetto fondamentale della fisica aristotelica che, in polemica con la fisica democritea, asseriva l’inesistenza di spazî vuoti (la natura aborre dal vuoto); si ripete talvolta con allusione alla tendenza a eliminare ogni spazio vuoto nell’ornamentazione, nell’arredamento e simili. [Treccani.it]

Quanto le cose che possediamo – o che desideriamo possedere – contribuiscono a definire la nostra identità e il posto che occupiamo nel mondo? Quanto siamo inclini a procrastinare la vita che vorremmo, in attesa di quello che non possiamo permetterci?

Mi capita di pensarci ogni volta che riordino le mie cose, la libreria, la scrivania, l’armadio e fatico a disfarmi di quanto possiedo in eccesso, perché non mi serve più o – ancora peggio – perché non l’ho mai utilizzato. E mi ritrovo a dover ammettere con gran fatica che il mio accumulo è solo un pigro tentativo di somigliare alla persona che vorrei essere e che non trovo il coraggio di diventare.

Se anche a voi accade di sentirvi un po’ più vuoti ogni volta che riempite casa – o il carrello di Amazon – con una quantità di cose di cui probabilmente non avete bisogno, potreste iniziare ad affrontare il problema attraverso un testo decisamente più letterario – ma meno rassicurante – di un best seller à la Marie Kondo.

Nel 1965, con il suo romanzo Le coseGeorges Perec ci ha fornito un punto di vista cinico da cui partire per riflettere su quanto noi esseri umani (occidentali) siamo capaci di dare forma alla nostra stessa infelicità, allontanandoci un pezzetto per volta dal futuro ideale che crediamo di meritare. E a quasi sessant’anni di distanza, mi pare che a cambiare siano solo gli strumenti tecnologici di cui disponiamo, mentre l’idea di vita perfetta che ci costringiamo a inseguire è la stessa.

Un paio di giorni fa ho provato a spiegarvi perché questo romanzo mi abbia tanto colpita, in una diretta estemporanea dei #librispaiati su Instagram. Ora potete trovarla anche qui. Buona visione!

Custodire il presente

Paolo Cognetti, Le otto montagnePuò essere dura tirare a campare quando senti che il tuo posto non è quello che abiti ogni giorno, ancora più dura, forse, se in quella terra ci sei nato senza mai riuscire ad allontanartene. Ed è dei modi in cui si può appartenere a un luogo – non semplicemente della montagna, dell’essere genitori e figli, del trovare un amico, del diventare grandi e cercare il proprio spazio nel mondo – che parla Paolo Cognetti nel suo esordio da romanziere, Le otto montagne (Einaudi), che è stato un caso editoriale prima ancora di approdare in libreria ed è valso all’autore il Premio Strega di quest’anno.

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Un buon non-compleanno a me

È trascorso più un mese da quando ho compiuto trent’anni e sto ancora cercando di abituarmi all’idea, perché – se escludiamo qualche capello bianco in mezzo alla criniera leonina – non mi sento adulta tanto quanto pensavo che avrei dovuto essere alle soglie di un nuovo decennio della vita.

E no, non sono servite le parole di incoraggiamento sugli anni più belli – che tornano puntuali e identiche a ogni fase di passaggio – né l’idea che la mia età sia statisticamente ben lontana dal mezzo del cammin dell’esistenza. Io sono una persona fortunata e scoppio di salute e d’amore, ma quest’anno m’è presa male. Perché se a vent’anni sentire di non aver trovato un posto nel mondo mi faceva camminare a testa alta verso un futuro carico di possibilità, a trenta inizia a sembrarmi un ruzzolone da un pendio ripido di brutto.

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