Il mestiere di essere figli

Annie Ernaux, Il posto (Yvetot)

[Consiglio di lettura: Annie Ernaux, Il posto (trad. Lorenzo Flabbi), L’orma editore, 2014
Consiglio d’ascolto: Fryderyk Chopin, Ballade n. 2
Consiglio in infusione: tè verde alla menta piperita]

Stando a quello che so – che non si spinge oltre il sentito dire – diventare genitori dev’essere una delle cose più difficili al mondo. Nella mia breve esperienza di vita, però, posso dire con una certa cognizione di causa che anche essere figli non è cosa da poco.

Se è vero che per natura noi esseri umani siamo dotati di un corredo biologico che ci rende idonei a procreare, il margine di arbitrio sul diventare padre o madre è abbastanza ampio da poter scegliere di non sperimentare l’ebbrezza dell’impresa. Dall’essere figli invece nessuno può sperare di sottrarsi in alcun modo. Non solo, essere figli condiziona inevitabilmente ciò che siamo, ciò che vorremmo essere, fino a darci a volte la misura di ciò a cui non vorremmo somigliare.

Penso a questo appena ho finito di rileggere Il posto di Annie Ernaux, di cui sono bastate poche pagine perché diventasse uno dei tasselli fondamentali della mia identità di lettrice.

Di rado ho incontrato libri che sapessero parlare con tanta verità e intensità di cosa significhi essere figli – penso alle Correzioni di Franzen, un’altra rilettura che ho sentito il bisogno di affrontare di recente, seppure ancora non abbia trovato le parole per scriverne. E quando mi capita di provare un’immedesimazione così forte in quello che leggo, non intendo tanto un’aderenza alle vicende della vita – non potrei avere meno cose in comune con una donna nata nel 1940 che ha conosciuto la povertà e la guerra – quanto piuttosto la capacità che hanno certi scrittori di dire certe cose che non sapevamo di avere dentro, o che semplicemente non trovavamo il modo di esprimere.

In questo la scrittura di Annie Ernaux è quasi terapeutica – per sé stessa forse, per chi la legge sicuramente – perché possiede la chiave per scavare in un vissuto senza incadere nel luogo comune, indagando quello strappo spesso doloroso che si apre quando un figlio inizia a diventare altro rispetto a chi lo ha messo al mondo.

La Ernaux ha trovato le parole giuste per raccontare la storia del padre, ma credo ancor prima la propria, a partire dal distacco da un mondo semplice e quasi immobile a cui non sentiva di appartenere. In questo passaggio – che è anche ascesa sociale attraverso il difficilissimo non-mestiere della cultura – Annie racconta la ricerca di una direzione, di una lingua, di una voce che non le fosse estranea. E sebbene questa presa di coscienza avvenga nel momento del distacco dalle proprie origini, sarà dal riappropriarsi di quella memoria rifiutata con vergogna che inizieranno a sciogliersi i primi nodi. Ecco allora che la scelta diviene precisa e manifesta:

«Scrivere riguardo a mio padre, alla sua vita, e a questa distanza che si è creata durante l’adolescenza tra lui e me. Una distanza di classe, ma particolare, che non ha nome. Come dell’amore separato.»

Scrivere attraverso uno stile asciutto, tagliente, alternando momenti di incursione nella storia, delle pause per prendersi il tempo di ragionare sul processo della scrittura. Una scrittura che vuole essere «piatta», ma che è uno specchio d’acqua immobile solo all’apparenza, sotto le cui increspature sottilissime il lettore fa presto a trasferire l’intero universo che porta dentro di sé.

Nella scrittura di Annie Ernaux c’è la ripulsa verso il proprio mondo di origine («Constatazione dello stato di cose, alternare la litania dell’evidenza con qualche battuta ben rodata»). C’è l’eterno rituale del ritorno e quello sforzo vano eppure inevitabile di farsi trovare ogni volta migliori di ciò che si è: «Diventare all’improvviso estranei, e il tentativo di reazione di continuare a recitare il proprio ruolo come se il tempo non fosse passato». C’è la sensazione dolorosa di tornare a casa e ritrovare ciò che non è risolto esattamente dove lo si è lasciato: «Mi sentivo separata da me stessa». C’è una distanza che il tempo rischia di rendere sempre più difficile da colmare, ma c’è anche poi lo stupore di scoprirsi in un ritaglio di giornale meticolosamente custodito e riuscire per la prima volta a vedersi attraverso gli occhi del proprio padre.

Ciò che resta dopo la fitta è un bagliore di luce, un invito a riflettere su quanto siamo disposti a lasciare irrisolto per non affrontare la fatica di renderci più comprensibili per chi abbiamo lasciato a casa. Con la speranza, forse, che non siamo soli a cercare quella cosa che ci manca in questo mondo: un posto.

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