Anni felici

Dev’essere così che funziona: un posto ti appartiene quando inizi a collezionarci dei ricordi, quando instauri con le cose che lo abitano un rapporto che va oltre il semplice occupare uno spazio.

Così una specie di ossessione mi porta alla ricerca di tracce scritte dei luoghi in cui i miei miti hanno lavorato: spazi, stanze, scrivanie che in molti casi non esistono più, ma che provo a ricostruire mettendo insieme pagine su pagine.

Per alimentare le mie ossessioni sembrano essere stati scritti libri come questo, che mi ha portata a sentire l’aria che si respirava tra le stanze di casa Einaudi negli anni in cui vi hanno vissuto Pavese, Calvino, Ginzburg, Levi e tutti gli altri; a distinguere il ticchettio delle macchine da scrivere, il fruscio dei fogli, il ronzio delle parole ancora da trovare.

«L’Editore voleva creare intorno alle persone e agli oggetti uno spazio vuoto, un momento di silenzio, perché potessero riflettere, respirare. Lo spazio che dà risalto a pochi oggetti esemplari.»

Leggendo I migliori anni della nostra vita mi è sembrato di sbirciare senza essere vista quella «bizzarra tribù accampata nelle stanze di via Biancamano», di partecipare all’appuntamento delle diciotto del mercoledì, di scoprire cosa si provasse a lavorare al fianco di giganti che sapevano essere una squadra; di intuire il temperamento di ciascuno attraverso il modo di camminare, di sedere in poltrona, di aggrottare le sopracciglia, di stare di traverso al tavolo per scrivere. Di vivere insomma un tempo che non ho vissuto, ma a cui per qualche strana ragione sento di appartenere.

Temo che non avrò mai l’occasione di parlare con Ernesto Ferrero e di guardare aprirsi attraverso i suoi occhi i cassetti della memoria per lasciar uscire fuori qualche ricordo ancora. Posso però – e lo sto già facendo – continuare a gironzolare tra quelle stanze, attraverso il suo ultimo Album di famiglia.

Semmai lo incontrassi, sono certa che la prima cosa che gli direi è questa: grazie.

Pubblicità

Ricorrenze spaiate

15 ottobre. Non un giorno come un altro, nella sfera dei miei affetti personali. Il prossimo anno saranno cento tondi che sei nato, Italo del mio cuore, e sarà un gran parlare del tuo genio, delle tue visioni, delle tue parole di cristallo, di come avresti saputo guidarci con la tua mente che era capace di capriole all’indietro e mirabolanti salti in alto.

Per me però sono speciali anche i novantanove di questa ricorrenza spaiata e non ho mai pensato fosse un caso se oggi, tre anni fa, entravo in sala operatoria – è vero quando dico che prima di chiudere gli occhi ho fatto ridere tutti, dicendo che era il tuo compleanno.

Sono felice che, con l’occasione della prossima ricorrenza, molte persone si avvicineranno a te per la prima volta, oppure riapriranno le tue pagine per rileggere quelle che avevano sottolineato, o forse ne ritroveranno in libreria alcune che non si vedevano da tanto.

Tu sappi però che pochi ti vorranno bene come te ne voglio io e che, se per un soffio non fossimo capitati in due epoche così diverse, avresti trovato una mia lettera tra la corrispondenza a cui ti dedicavi con grande slancio.

Ti sarò sempre grata per il copertone con cui Copito de Nieve cerca di raggiungere il senso ultimo delle cose, per gli inventari di formaggi e per gli amori difficili, per l’esattezza e la molteplicità, per il sentiero che porta ai nidi di ragno, per aver dedicato una vita intera alle parole, soprattutto a quelle degli altri. Ma soprattutto perché, ogni volta che mi metto a cercare le mie, provo a farlo come se tu potessi guardarle – con la certezza che ti farei storcere il naso.

La complessità delle cose

Nelle ore troppo piene, nelle settimane troppo lunghe, nei momenti troppo bui, ho la mia riserva di pagine di Italo Calvino a cui attingere per trovare conforto.

Così ho seguito Amerigo Ormea nella sua giornata da scrutatore e mi sono stupita di quanto una storia scritta per una generazione di sessant’anni fa abbia da dire alla mia, che soffre per le storture del mondo e cerca come può di raddrizzare la piccola parte di cui è responsabile: «Nella politica come in tutto il resto della vita, contano quei due principî lì: non farsi mai troppe illusioni e non smettere di credere che ogni cosa che fai potrà servire». Amerigo, parente prossimo di Marcovaldo e Palomar, ha ancora un piede nella realtà, ma la guarda già con disincanto: «La complessità delle cose alle volte pareva un sovrapporsi di strati nettamente separabili, come le foglie d’un carciofo, alle volte invece un agglutinamento di significati».

Con questo racconto Calvino aggiunge un tassello alla «rappresentazione e commento della realtà contemporanea» che aveva inaugurato con La speculazione edilizia e La nuvola di smog: «Avevo in animo, allora, di fare una specie di ciclo che avrebbe potuto intitolarsi A metà del secolo, insomma di storie degli anni ’50, a segnare un trapasso d’epoca».

Ancora oggi, le sue parole dicono qualcosa di noi che le citiamo – spesso a sproposito, come il passaggio che descrive l’amore di un padre in visita al figlio malato:

«Quei due, così come sono, sono reciprocamente necessari.
E pensò: ecco, questo modo d’essere è l’amore.
E poi: l’umano arriva dove arriva l’amore; non ha confini se non quelli che gli diamo».

A prendere le distanze dal mondo, Amerigo si accorge – e noi con lui – che appartiene alla stessa natura umana di cui tutti siamo fatti; che i sentimenti sono lacci che legano (dolorosamente) le persone; che nei libri cerchiamo una spiegazione; che forse ciò che conta in ogni cosa «è solo il momento in cui comincia, in cui non esiste che il futuro».

Ma soprattutto, che a sperimentare la difficoltà di esistere non siamo soli: «Non sapeva cosa avrebbe voluto: capiva solo quant’era distante, lui come tutti, dal vivere come va vissuto quello che cercava di vivere».

La giornata d’uno scrutatore, Italo Calvino (Einaudi, 1963)

Trasformare il mondo in isola

A volte è così che accade: mentre leggi un libro – anche più di uno – un altro libro ancora ti suona alla porta. Lo fai entrare, lo scarti, gli lanci un’occhiata, potresti metterlo in cima alla pila per non perderlo di vista, eppure sembra che ti dica sfogliami – leggerai giusto qualche riga, per sentire come suona.

Chi è Aurora Venturini? Nel 2007 era una sconosciuta di ottantacinque anni che faceva recapitare il suo romanzo (battuto a macchina) a un premio argentino. Sconosciuta al grande pubblico, ma non nuova alla scrittura, era stata amica di Victoria Ocampo e di Borges, era grafomane, aveva avuto dei ragni come animali domestici. Diceva di sé: «Io non sono molto comune. Sono una strana entità che vuole soltanto scrivere». Credeva in una letteratura deforme, le interessavano gli aspetti mostruosi e ridicoli della vita, era capace di farsi beffa delle sue cicatrici.

Digiti il suo nome nella ricerca immagini: pochi ritratti in posa, qualche scena da un documentario, gli interni di una sala da pranzo con tanto di forno a microonde provvisto di oblò in bella mostra.

Beatriz Portinari. Un documentario su Aurora Venturini (Agustina Massa e Fernando Krapp, 2013)

Volti pagina, l’avventura inizia:

«Mia mamma era una maestra di quelle con la bacchetta e il camice bianco, era convinta che soffrendo si impara. A scuola insegnava nel turno di mattina e rientrava alle due del pomeriggio. Il pranzo era già pronto perché Rufina, la moretta che si occupava con diligenza delle faccende di casa, sapeva cucinare. Io ero stufa del puchero tutti i giorni. Nel terreno sul retro chiocciava un pollaio che ci dava da mangiare e nell’orticello spuntavano zucche miracolosamente dorate, soli precipitati e sprofondati sulla terra da altezze celestiali, crescevano insieme a violette e rosai rachitici che nessuno curava e che si ostinavano a dare un tocco profumato a quello squallido letamaio.»

Le cugine, Aurora Venturini (edizioni SUR, 2022)

È così che potrebbe capitarti di leggere di destini su cui incombono nuvole tristi e piogge malinconiche, di anime che hanno la coda, del passato che non passa mai del tutto, di parole che danno la nausea e di come si impara a far sparire il mondo per trasformarlo in un’isola di colori.

Il resto della storia lo lascio a te, perché non voglio rovinarti la sorpresa di leggere questo libro.

Le cugine, Aurora Venturini (edizioni SUR, settembre 2022)

Una cosa molto vicina alla vita

Al mondo esistono persone in grado di irradiare luce, e altre, che quella luce sono capaci di catturarla, prima che si dissolva nelle spire del tempo. Vivian Maier apparteneva a questa seconda categoria di esseri umani, e in tutta la sua vita ha fatto dell’ombra il suo spazio esistenziale, il punto da cui accorgersi – non vista – degli istanti più luminosi delle vite degli altri.

Il cassetto dei calzini spaiati, Dai tuoi occhi solamente (Francesca Diotallevi)Fino a qualche giorno fa, poco o niente sapevo di lei, prima di immergermi in Dai tuoi occhi solamente di Francesca Diotallevi (Neri Pozza, 2018), uno di quei libri da cui non si torna indietro e che, mentre li attraversi, senti che qualcosa dentro di te è cambiato per sempre. Questa storia non ha la pretesa di essere una biografia accurata di Vivian Maier: l’intenzione dell’autrice, infatti, è stata di «tracciare non la vita, bensì l’immagine» di questa artista che si è dedicata alla fotografia «anima e corpo, custodendo però gelosamente il proprio lavoro senza mostrarlo o utilizzarlo per comunicare con il prossimo». Ora che l’ho conosciuta, vorrei poterle chiedere com’è che si fa a entrare dentro una vita senza fare troppo rumore, ma lasciando una traccia impossibile da cancellare.

«Custodisco le storie che le persone non sanno di vivere»: questa è l’espressione che meglio racchiude il profilo di Vivian Maier tracciato in queste pagine. Il suo talento era vegliare «sulle esistenze di quelli che la circondavano senza sfiorarle, senza interferire, comprendendo ciò che a loro stessi sfuggiva, il mistero di quella vita che passava come una folata di vento, e come il vento risultava altrettanto inafferrabile. A meno che non lo si imprimesse su una pellicola».

Continua a leggere