C’era una svolta

Alzi la mano chi, come me, inizia a novembre ad addobbare casa a festa e a febbraio non ha ancora trovato il coraggio di riporre il calendario dell’avvento, le lucine e i pupazzi di neve. In fin dei conti, il Natale è uno stato d’animo e in questa domenica uggiosa è tornato a trovarmi grazie a un libro speciale.

C’era una svolta è il frutto di un progetto realizzato da “Quelli del Sabato”, un’associazione di volontari che da più di vent’anni si incontrano ogni settimana insieme a ragazzi disabili di Bellinzago Novarese per «inventarsi imprese da vivere», per sfidare le loro paure e far germogliare il loro entusiasmo.

Gabriella, Manuela, Tiziana, Dalila, Antonino, Cosimo, Nicoletta, Andrea, Massimo, Mauro, Luigi, Renata, Roberta, Isabella, Ilaria, Ylenia, Fabio ed Eva sono i diciotto ragazzi che hanno immaginato – sotto la guida di Francesco Baldi, autore e attore teatrale – un dettaglio diverso, un imprevisto, una svolta per diciotto favole che siamo abituati a farci raccontare in maniera diversa. Le storie sono state affidate alla penna di diciotto scrittori – Ester Armanino, Biagio Autieri, Christian Mascheroni, Luigi Romolo Carrino, Lella Costa, Barbara Di Gregorio, Emiliano Poddi, Eleonora Sottili, Linda Griva, Fulvio Ervas, Ivano Porpora, Maria Paola Colombo, Raffaele Riba, Cristina Di Canio, Eduardo Savarese, Errico Buonanno, Isabella Dilavello, Martino Gozzi – e alla matita di Hikimi (Roberto Blefari), che le hanno fatte diventare dei piccoli capolavori colorati.

Andate a conoscere le imprese sorprendenti di “Quelli del Sabato” e lasciatevi incantare dal modo in cui sanno raccontarvi che vale la pena di sentirsi vivi fino a che siamo capaci di immaginare.

 

Tentativi di botanica degli “Oggetti solidi”

Mi capita spesso di parlare del mio amore per Virginia Woolf, che negli ultimi tempi ha ricevuto nuova linfa, complice qualche incontro libresco particolarmente fortunato.

Con l’occasione di festeggiare l’anniversario della sua nascita, Flanerí ha pubblicato le mie impressioni di lettura di Oggetti solidi, la raccolta integrale dei Racconti e altre prose di Virginia Woolf, edita da Racconti edizioni.

Tra i mille modi in cui ci si può immergere dentro questa raccolta che pullula di suggestioni fantastiche, a me è piaciuto esplorarla come un giardino rigoglioso. Così, per gioco, ho iniziato a prendere nota di tutte le specie di fiori e di arbusti che fanno capolino tra un racconto e l’altro. E quello che ne è venuto fuori è una piccola botanica degli Oggetti solidi, per provare a prolungare quelle impressioni anche lontano dalle pagine.

Oltre il bordo delle cose

Virginia Woolf, Oggetti solidi (Racconti edizioni, 2016)Chiunque ami Virginia Woolf conosce bene la sensazione che si prova di fronte a una sua pagina mai letta prima: una specie di conforto nel ritrovare qualcosa di caro e insieme la sorpresa per aver scoperto un dettaglio inaspettato. È una di quelle autrici di cui si finisce per amare tanto le vicende personali quanto quelle dei personaggi che hanno inventato, a tal punto la sua vita sembra coincidere con l’atto stesso di scrivere. Virginia Woolf è sempre così dentro ogni parola che si riesce ad avvertire la sua presenza, quasi ci si potesse avvicinare, un passo per volta, a cogliere lo splendore tormentato della sua anima.

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Dodici per duemilasedici

Non amo le classifiche e i bilanci di fine anno e sono una pessima compilatrice di propositi virtuosi per il futuro. Quello che mi riesce particolarmente bene, invece, è guardare indietro e sorridere delle cose belle che ho incontrato.

Che il prossimo anno ci arricchisca tutti di sentimenti preziosi, come quelli che ho conosciuto leggendo questi libri:

Dodici libri che ho amato nel 2016

La porta di Magda Szabó (Einaudi), una storia dolcissima e senza tempo che ha per protagonisti l’amore, il silenzio e la scrittura.
Martin il romanziere di Marcel Aymé (L’orma editore), perché abbiamo bisogno di tenere in allenamento la nostra capacità di immaginare per restare vivi.
Panorama di Tommaso Pincio (NN editore), un romanzo claustrofobico sull’ossessione per l’amore e per la lettura, ideale per perdersi tra le strade di Roma.
Il posto di Annie Ernaux (L’orma editore), un libro che parla con coraggio di cosa significhi essere figli, perché per essere quello che siamo non possiamo dimenticare da dove siamo venuti.
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Le stanze degli altri

[Consiglio di lettura: Alicia Giménez-Bartlett, Una stanza tutta per gli altri (trad. Maria Nicola), Sellerio editore, 2003
Consiglio d’ascolto: Johannes Brahms, Piano trio n. 1 op. 8
Consiglio in infusione: tisana echinacea]

Mi piace l’umore di certe giornate di novembre, in cui la luce grigia e il ticchettio della pioggia creano l’alchimia perfetta per incontrare un nuovo libro. Come spesso mi accade, avevo voglia di sbirciare alla mia finestra preferita: quella della stanza di Virginia Woolf. E per farlo ho scelto un’angolazione diversa dal solito, leggendo Una stanza tutta per gli altri di Alicia Giménez-Bartlett.

Ci sono autori le cui vicende private sono altrettanto, se non più emozionanti di quelle dei personaggi che hanno inventato. Questo mi sembra particolarmente vero nel caso di Virginia Woolf, alla cui vita mi ero già appassionata leggendo il Diario di una scrittrice (BEAT, 2011) che continuò a scrivere fino a poco prima della sua morte.

Una stanza tutta per gli altri è qualcosa di più che un ritratto insolito di Virginia Woolf. Non è un romanzo nel senso tradizionale del termine, ma un intreccio tra pagine di diario, lettere ed episodi narrativi, che prende l’avvio da una finzione letteraria: Alicia Giménez-Bartlett immagina di aver ritrovato il diario di Nelly Boxall – la domestica che dal 1916 al 1934 servì i Woolf – e ricostruisce a partire da quelle pagine vent’anni di vita nella loro casa.

Non so se sia una coincidenza il mio appassionarmi ai rapporti tra scrittrici e domestiche o se invece debba recuperare una bibliografia completa sul tema, visti gli esiti della lettura di un altro libro – La porta di Magda Szabó – che mi ha ugualmente emozionata. Ma in questo caso si tratta di una scrittura meno letteraria, sebbene non per questo meno poetica, da cui emerge un ritratto di Virginia Woolf tanto più appassionato, forse proprio perché non filtrato dalla lente dell’attendibilità della ricostruzione biografica.

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