Le stanze degli altri

[Consiglio di lettura: Alicia Giménez-Bartlett, Una stanza tutta per gli altri (trad. Maria Nicola), Sellerio editore, 2003
Consiglio d’ascolto: Johannes Brahms, Piano trio n. 1 op. 8
Consiglio in infusione: tisana echinacea]

Mi piace l’umore di certe giornate di novembre, in cui la luce grigia e il ticchettio della pioggia creano l’alchimia perfetta per incontrare un nuovo libro. Come spesso mi accade, avevo voglia di sbirciare alla mia finestra preferita: quella della stanza di Virginia Woolf. E per farlo ho scelto un’angolazione diversa dal solito, leggendo Una stanza tutta per gli altri di Alicia Giménez-Bartlett.

Ci sono autori le cui vicende private sono altrettanto, se non più emozionanti di quelle dei personaggi che hanno inventato. Questo mi sembra particolarmente vero nel caso di Virginia Woolf, alla cui vita mi ero già appassionata leggendo il Diario di una scrittrice (BEAT, 2011) che continuò a scrivere fino a poco prima della sua morte.

Una stanza tutta per gli altri è qualcosa di più che un ritratto insolito di Virginia Woolf. Non è un romanzo nel senso tradizionale del termine, ma un intreccio tra pagine di diario, lettere ed episodi narrativi, che prende l’avvio da una finzione letteraria: Alicia Giménez-Bartlett immagina di aver ritrovato il diario di Nelly Boxall – la domestica che dal 1916 al 1934 servì i Woolf – e ricostruisce a partire da quelle pagine vent’anni di vita nella loro casa.

Non so se sia una coincidenza il mio appassionarmi ai rapporti tra scrittrici e domestiche o se invece debba recuperare una bibliografia completa sul tema, visti gli esiti della lettura di un altro libro – La porta di Magda Szabó – che mi ha ugualmente emozionata. Ma in questo caso si tratta di una scrittura meno letteraria, sebbene non per questo meno poetica, da cui emerge un ritratto di Virginia Woolf tanto più appassionato, forse proprio perché non filtrato dalla lente dell’attendibilità della ricostruzione biografica.

Nulla sfugge allo sguardo cinico di Nelly, attraverso il quale scorgiamo le figure che hanno animato il gruppo di Bloomsbury: Leonard Woolf, Lytton Strachey, Vanessa Bell, Katherine Mansfield, Vita Sackville-West. Agli occhi della domestica, gli incontri del gruppo di intellettuali più influenti del Novecento non sono altro che una fatica in più per le cene da preparare, e la leggendaria Hogarth Press un’altra stanza polverosa, piena di caratteri tipografici da mettere in ordine:

«Credevo che il torchio fosse più grande. Non vedo come con un aggeggio come questo possano pensare di diventare milionari. […] Per il momento la stamperia significherà solo più lavoro, dovremo pulire la stanza, la macchina, i cassetti dei caratteri, andare alla posta coi pacchi dei libri.»

Vanessa Bell, The Memoir Club
Vanessa Bell, The Memoir Club [fonte: Artuk.org]
Ma prima ancora di restituirci uno spaccato sugli anni a cavallo tra le due guerre mondiali in una Londra umida e fuligginosa, questa storia racconta il legame controverso tra la scrittrice e la sua domestica, che nasce come un’adorazione morbosa di Nelly per Virginia e si trasforma progressivamente in odio, nutrito da un desiderio contraddittorio di liberarsene e di assomigliare alla sua padrona:

«È possibile che lei sia un’artista e sappia molte cose che io non saprò mai, ma un diario? Un diario posso benissimo scriverlo anch’io.»

«Magari è lei che sente le cose in modo diverso dalle altre donne, così come fa cose diverse, come passare ore e ore chiusa a scrivere nella sua stanza. L’altro giorno, quando le ho chiesto: “Non si annoia, signora, sempre a scrivere?” mi ha guardata sorridendo e ha detto: “È la cosa più appassionante che faccio”.»

Tra le mura di casa Woolf aleggia spesso un silenzio inquieto e una malinconia che fa ammalare l’anima:

«Credo che la signora abbia ragione, certi giorni sembra che il sole non tornerà mai più.»

Le due donne condivideranno i momenti peggiori della guerra, il malumore delle giornate di nebbia, e a forza di starle vicino, Nelly arriverà a conoscere sempre più le ombre di Virginia, cogliendo quella stranezza che oggi ha il nome clinico di psicosi maniaco-depressiva:

«Non sopporto di vederla con quello sguardo triste che si perde nell’aria. […] È come se le uscisse l’anima dagli occhi tanto li tiene spalancati […], quegli occhi tristissimi che sembra abbiano visto le cose più orrende e va’ a sapere che cosa vede lei nella sua povera testa.»

Se c’è un grande assente in questo diario-romanzo, è forse l’amore. Una stanza tutta per gli altri è un racconto di solitudini che riescono solo accidentalmente a incontrarsi: Virginia chiusa nella scrittura e nella sua malattia, Leonard in un riserbo impenetrabile, Nelly alla ricerca di uno spazio solo per sé, consapevole che si tratti di quanto di più ambizioso una serva come lei possa desiderare. E non è un caso che i rapporti tra le due donne si deterioreranno definitivamente quando Nelly, dopo l’ennesima lite, oserà rivolgersi con quell’«Esca dalla mia stanza» che Virginia non riuscirà mai a perdonarle.

Le parole con cui Alicia Giménez-Bartlett chiude il diario di Nelly, ormai a servizio da qualche anno presso un’altra famiglia, sono tremende:

«Ho una stanza tutta per me, un armadio pieno di vestiti e il mio servizio da tè. Ho della dignità. Quanto a lei… da tre settimane era in fondo al fiume, l’hanno trovata il 18 aprile [1941] dei bambini, galleggiava giù a valle, gonfia e deforme come le mucche che affogano nelle alluvioni, il naso e i lobi delle orecchie mangiati dai pesci, i vestiti mezzi strappati e mezzi marci, questa è stata la sua dignità alla fine.»

È un addio senza pietà, dopo un rapporto travagliato che dall’ammirazione si è trasformato in quel tipo di disprezzo che solo i legami indissolubili possono suscitare. E ci lascia intendere che dietro ai capolavori che abbiamo amato ci siano state sempre delle persone, con le proprie abitudini e nevrosi, forse meno perfette, ma sicuramente più vere di quanto siamo tentati di immaginare.

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