Le parole per ricordare

Abbandono. Conosco questo sentimento, non per averlo mai subìto: so cosa si prova a stare dalla parte di chi va, mentre ho solo un vago ricordo di quella di chi resta. Questo pensiero mi ha accompagnata per tutto il tempo che ho trascorso tra queste pagine con Elisabeth Åsbrink. Leggendo il suo Abbandono si ha la sensazione di stare accanto a una persona cara che prova a ricomporre i pezzi del suo passato e a fare i conti con ricordi che hanno tutta l’aria di voler rimanere sepolti.

«Io sono nata pronta a fuggire. Per questo scrivo»: così nasce l’inclinazione a raccontare, per trattenere nella memoria; così ci si affida alla scrittura, perché per ricostruire le storie delle famiglie – specie delle famiglie povere, che non lasciano tracce tangibili – rimangono solo le parole che attraversano le generazioni come un telefono senza fili. È così che Elisabeth Åsbrink arriva a cercare, tra tutti i giorni che compongono le trame delle vite, quelli che diventano punti di svolta; a chiedersi se ricordiamo con più facilità il consueto o l’inconsueto, il dolore o la gioia; a pensare a cosa dobbiamo imparare a lasciare andare per reinventarci altrove.

In questo suo ultimo romanzo, incontrerete il silenzio che si insinua in casa come un ospite non desiderato; vi muoverete in un mondo che esplode, per inseguire le sue schegge anche molto lontano. Scoprirete che la felicità non è per forza un’euforia da fuochi d’artificio; che la luce delle stelle brilla sempre all’imperfetto; che scambiare le lettere dei nomi è un gesto più intimo che scambiarsi un anello. Che ricordare, così come mettere insieme le proprie cose per andare via, ha a che fare con lo scegliere, perché ci vuole una certa dose di oblio per poter vivere.

Quando lascia la sua vecchia vita per cercare un posto dove farsene una nuova, l’emigrante diventa un immigrato – una parola quasi identica, eppure completamente diversa. Basta cambiare qualche lettera e tutta l’esistenza prende un’altra direzione; da partire ad arrivare, da tagliare i ponti a mettere radici, dal familiare allo sconosciuto, dall’abbandonare al senso di abbandono.

Se è la prima volta che vi avvicinate a Elisabeth Åsbrink, vi consiglio di recuperare anche il suo precedente romanzo 1947: questa autrice ha un talento raro nel far vivere le storie mentre rivive la Storia. Scopro, tra l’altro, che a me manca Made in Sweden. Le parole che hanno fatto la Svezia e mi è venuta una gran voglia di leggerlo.

Ho preso nota dei brani menzionati tra le pagine di Abbandono, ed ecco la piccola playlist che ne è venuta fuori:

La città dei lettori

A chi ama la lettura, e dedica ai libri un tempo sufficiente a considerarla un’ossessione, capita spesso di credere che il mondo sia diviso in due: da una parte chi legge senza stare troppo a crucciarsi per le ore della vita che non bastano mai, dall’altra chi forse ha sfogliato l’ultimo libro ai tempi della scuola o dell’università.

Per fortuna a Firenze esiste un posto in cui queste due metà del mondo possono riavvicinarsi. La città dei lettori funziona così: mentre sei a un evento culturale, a un concerto o sorseggi un aperitivo dopo una lunga giornata, ti regalano un libro che puoi portarti a casa, regalare a tua volta a qualcuno, farci gli origami o quello che ti pare, tanto meglio se lo leggi. Continua a leggere

Dodici per duemilasedici

Non amo le classifiche e i bilanci di fine anno e sono una pessima compilatrice di propositi virtuosi per il futuro. Quello che mi riesce particolarmente bene, invece, è guardare indietro e sorridere delle cose belle che ho incontrato.

Che il prossimo anno ci arricchisca tutti di sentimenti preziosi, come quelli che ho conosciuto leggendo questi libri:

Dodici libri che ho amato nel 2016

La porta di Magda Szabó (Einaudi), una storia dolcissima e senza tempo che ha per protagonisti l’amore, il silenzio e la scrittura.
Martin il romanziere di Marcel Aymé (L’orma editore), perché abbiamo bisogno di tenere in allenamento la nostra capacità di immaginare per restare vivi.
Panorama di Tommaso Pincio (NN editore), un romanzo claustrofobico sull’ossessione per l’amore e per la lettura, ideale per perdersi tra le strade di Roma.
Il posto di Annie Ernaux (L’orma editore), un libro che parla con coraggio di cosa significhi essere figli, perché per essere quello che siamo non possiamo dimenticare da dove siamo venuti.
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Inventario di spazi

[Per non disimparare a guardare
Consiglio di lettura: Georges Perec, Specie di spazi (trad. R. Delbono), Bollati Boringhieri, 2015
Consiglio d’ascolto: Georges Bizet, Carmen – Sur la place chacun passe
Consiglio in infusione: tisana allo zenzero]

Se un giorno dovessi trasferirmi su un’isola deserta, anche solo per un periodo di tempo limitato, immagino che dovrei essere pronta a scegliere almeno un libro da portare con me. Potrei optare per uno di quei tomoni che racchiudono universi completi, finiti, dove sembra che tutto sia stato scritto e in cui mi basterebbe immergermi per trovare ristoro; eppure credo che sarei più propensa a scegliere un libriccino di dimensioni più contenute, ma ricco di suggestioni per tenere in allenamento la mia capacità di immaginare. Sicuramente con una saga familiare di Thomas Mann o i tormenti di Anna Karenina avrei di che appassionarmi e non mi sentirei sola, ma credo che farebbe più al caso mio un compendio di esercizi per lo sguardo come quello realizzato da Georges Perec intorno al 1970, che conosciamo con il titolo Specie di spazi.

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Buon compleanno, Sartre

Jean-Paul Sartre, La nausea

Pochi giorni fa ricorreva il centoundicesimo anniversario della nascita di Jean-Paul Sartre e questo è stato il motivo del tutto casuale per cui mi sono imbattuta nel capolavoro che è La nausea. Ho appena finito di leggerlo e ci sarebbero milioni di modi in cui potrei parlarne.

Potrei dirvi, tanto per cominciare, che è il diario di uno storico, Antoine Roquentin, e il racconto del suo tentativo di portare a compimento un’opera sul controverso personaggio del marchese di Rollebon. Potrei parlarvene come di un romanzo metaletterario, in cui il tema dell’opera incompiuta si intreccia a più livelli dentro e fuori la storia. Oppure potrei dirvi che è l’incursione nella vita di un uomo solo, che si ritrova a riflettere sull’inutilità di vivere, in una esplorazione disillusa e sorprendente della materia prima di cui è fatta l’esistenza. Potrei raccontarvi del suo sguardo impietoso sulla realtà e sul vuoto che vi si cela dietro, che non lascia scampo. O ancora, potrei parlarvi della storia di un amore interrotto e mai sopito, di quel confine labile che talvolta intercorre tra un arrivederci e un addio, di quanto possa risultare odiosa una vita quando alla linfa che la anima si sostituisce un moto di inerzia per cui semplicemente le «si sopravvive». Potrei dirvi delle riflessioni sulla scelta ineluttabile di fronte alla quale si è posti nell’atto di scrivere: o vivere o narrarsi; o dell’indagine impietosa del quotidiano e di quanto sia faticoso trascinarsi avanti nel momento in cui si smette di perseguire un progetto. Oppure ancora, di quanto possa essere difficile sentirsi liberi con la consapevolezza che si tratti di una libertà fasulla, basata sul nulla. E solo alla fine, provare a parlarvi di quella Nausea che è una dimensione quasi metafisica, una condizione che si colloca fuori dell’individuo, una materia odiosa che permea tutto lo spazio entro il quale la realtà si manifesta, il sentimento dell’evidenza che le cose sono gratuite, che tutto – persino l’esistenza – è “di troppo” a questo mondo.

Ma non sarei capace di restituirvi la grandezza, la profondità, l’acutezza con cui Sartre ci porta al cuore di un’angoscia che è poi anche il senso dell’esistenza. Preferisco lasciarvi con delle curiosità collaterali, che vi spingano a cercare – dopo aver letto quest’opera imprescindibile – una continuazione nei mondi che le ruotano intorno.

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