Lego ergo sum

Qualche tempo fa scrivevo su gabrieleametrano.com.

Se, al contrario di me, siete capaci di resistere alla tentazione di un bel titolo accattivante e articolato, cercherò di darvi qualche altro buon motivo per leggere L’inconfondibile tristezza della torta al limone di Aimee Bender.

Quello che Rose Eldstein scopre il giorno del suo nono compleanno è che può esistere un modo insolito per conoscere l’animo delle persone, che passa attraverso il sapore del cibo che hanno preparato. Le basta assaggiare una fetta di torta al limone per leggervi dentro l’infelicità della madre bellissima e incostante, appena un boccone per distinguere chiaramente la rabbia dei biscotti del fornaio, o il grido implorante di un sandwich al prosciutto e formaggio che ha bisogno di essere amato. E non sembra esserci nessuno disposto a capire quale tormento sia per la piccola Rose dover convivere ogni giorno con un dono così ingombrante; nessuno capace di cogliere la sua richiesta di aiuto quando vorrebbe strapparsi dalla faccia quella bocca rivelatrice e maleducata. Nessuno tranne George – l’amico cervellone di suo fratello Joseph –, e il distributore automatico a scuola, che diverrà un rifugio dove trovare conforto dentro la pallida inconsistenza delle merendine preconfezionate.

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L’amore ai tempi di Facebook

Un paio di anni fa su castellovolante.blogspot.com.

Ricordo ancora il pomeriggio in cui trovammo il coraggio di provare. Eravamo a casa di Mario, la connessione lenta e un pc portatile scassato con lo schermo a righe e l’alimentatore che non potevi azzardarti a sfiorarlo, perché rischiavi che diventasse definitivamente irriconoscibile la composizione astratta di pixel bruciati che avevamo imparato a decifrare. Ci ostinavamo a chiamarlo “portatile”, quel relitto cibernetico rumoroso e caldo che non potevi portarlo proprio da nessuna parte, pesante e incatenato com’era alla presa di corrente. A Mario non mancavano i fondi per comprarne uno nuovo – che fosse portatile per davvero –, ma un po’ per pigrizia, un po’ perché quel perenne ronzio disperato aveva finito per inserirsi nei nostri discorsi e riempirne i silenzi, nessuno di noi aveva voglia di cambiare lo stato di cose in cui la routine ci aveva incasellati.

A casa di Mario, dicevo. Mario, Giacomo, Fabrizio e io. A scuola ci avevano detto che Facebook era fantastico, potevi conoscere una cifra di gente nuova. A noi interessavano quasi esclusivamente le ragazze, le più fiche e irraggiungibili della scuola, perché di amici ne avevamo già abbastanza: il nostro quartetto era più che sufficiente. Sotto il punto di vista dei rapporti con l’universo femminile, invece, la nostra vita era un vero disastro. Ci eravamo convinti di aver sopportato abbastanza e che fosse giunto il momento di riscattarci dalla triste realtà in cui eravamo impantanati. Noi quattro, poco interessanti come ci rendevano l’acne, gli occhiali spessi e gli scolli rotondi delle magliette – nerd, per l’esattezza, ci chiamavano –, le ragazze non ci si filavano di pezza.

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Quattro

Vintage radio

Quattro vecchi amici intorno a un tavolo. La solita coppia: lui, eccentrico e padrone dell’attenzione, guai a cercare di soffiargli il centro della scena; lei pende dalle sue labbra, qualunque cosa dica, faccia o stia per pensare. Un bicchiere alcolico frizzante con ghiaccio, e una bevanda senza zucchero con la cannuccia mangiucchiata. Una vita trascorsa tra battibecchi in sincronia irritante, e scambiarsi l’un l’altra scaramucce in contrappunto, con quella che il tempo insieme ha reso una voce sola.

A mitigare il cinguettio appena isterico degli amanti è l’anziano del gruppo, voce grossa e ventre rotondo. Ha una folta barba che inizia a diventare bianca, e tra i baffi qualche briciola di nocciolina tostata. Ha visto quei due diventare grandi e continuare a rincorrersi, in un’altalena di stati d’animo insopportabile, se solo non ci fosse così tanto affezionato. Sarà per quegli occhi lucidi e più blu del mare, perché il destino lo ha derubato dell’altra metà della propria anima: è pura malinconia personificata.

Ma se non fosse per lei, i tre sarebbero ombre disperse in balìa dei propri sentimenti. C’è chi dice sia una zitella puntigliosa, e si infastidisce per quella pelle levigata, per cui riuscire ad azzardare un’età è scommessa persa a priori. Forse è vero che ha un cuore appena inaridito, ma basta un boccone delle sue crostate per capire che conserva ancora un po’ di capacità di amare. Il suo compito è puntare la sveglia al mattino perché abbia inizio una nuova giornata, e ogni tanto fare la voce grossa per riportare tutti coi piedi per terra.

L’odore dell’acqua

Un paio di primavere fa scrivevo su la tua fottuta musica alternativa.

Dev’esserci una ragione precisa se amiamo le giornate di pioggia interminabile, quando il cielo si scolorisce di grigio e il tempo scivola a rallentatore dentro lo scroscio delle ruote sull’asfalto bagnato. Che ci si trovi per strada al riparo sotto un ombrello colorato, o dietro il vetro della finestra ad ascoltare il ritmo delle gocce ostinate, il bello di gustarsi la magia dell’acqua che cade è quel senso di empatia con l’umore del cielo, che ci fa sorridere anche con i calzini inzuppati.

I pomeriggi capricciosi di questa strana primavera fanno bene allo spirito e al cuore, perché ci concedono di crogiolarci dentro un po’ di sana nostalgia, non importa se per qualcosa che è accaduto o che deve ancora arrivare. E per non correre il rischio di lasciare spazio a un pensiero triste, l’antidoto migliore è sempre un buon libro, un disco ripescato tra ricordi lontani, una tazza di tè caldo profumato e un quadretto di cioccolato da sporcarsi le labbra. Poi, quando il temporale è passato, arriva il momento di sciogliere i capelli e i pensieri e andare ad annusare l’odore di pioggia lungo le strade. Cercando di non perdere la pazienza se al ritorno, dopo aver saltellato con le galosce tra le pozzanghere infangate, ci accorgiamo di non avere più lo zerbino di fronte alla porta di casa.

Sindrome di Peter Pan

Arriva per tutti, presto o tardi, il momento di fare i conti con la domanda che con buona probabilità ti incasinerà l’esistenza: cosa vuoi fare da grande?

Ignaro di farti strozzare a tavola o arrossire alla lavagna, il genitore orgoglioso, il maestro frustrato, l’amico troppo curioso di mamma e papà ti si rivolgerà con l’aria sarcastica di chi si aspetta di ricevere una di quelle risposte poetiche e surreali di cui soltanto i bambini sono capaci. E poco importa che tu non ti sia ancora posto il problema, o che invece ti sembri di avere le idee abbastanza chiare, quella domanda tornerà, subdola, a tormentarti per tutti i giorni che verranno. Ti si sederà di fianco a scuola, in silenzio, ti aspetterà nello spogliatoio dopo gli allenamenti di pallacanestro, ti farà ciao-ciao con la manina a ogni nuovo esame universitario, e forse sarà ancora con te quando scorgerai con sgomento nello specchio il primo impertinente capello bianco.

E non è tanto il panico di dover sapere che mestiere vorrai fare, quanto il senso di dover dare spiegazioni su cosa vorrai fare, e prima ancora su chi hai intenzione di essere per il resto della vita. Non ci sarà da meravigliarsi, allora, quando la gastrite avrà irrimediabilmente compromesso il funzionamento del tuo apparato digerente, quando non ricorderai di avere ancora nelle narici il veleno di una sigaretta mentre ne accendi un’altra, quando ti aggirerai per gli scaffali dei supermercati in preda a uno stato alterato di coscienza, avrai deliri di onnipotenza intorno al banco dei surgelati e attacchi di autolesionismo tra le casse e i carrelli vuoti all’uscita.

Ma se vuoi salvarti da tutto questo, fatti il favore di trovare il tempo per rispondere a quella domanda. Prendi fiato, fai un sorriso e alza la voce: Voglio respirare, e guardare, e ascoltare, e annusare e masticare, e correre, e leggere, e andare al mare. Voglio essere una persona migliore e godermi appieno ogni singolo istante che deve ancora arrivare. E che mi sia lasciato il tempo di diventarci, grande, per provare a vedere che effetto fa.

Watercolours