Si spai chi può

O di quando il calzino spaiato scoprì di avere una festa

Ho sempre avuto il tempismo straordinario di arrivare alle cose quando sono già passate. Questa volta però ce l’ho fatta per un pelo, perché la mia distrazione si compensa con una fortuna sfacciata.

Quella dei calzini spaiati è una questione annosa – il mio cassetto ne è testimone – ma aver scoperto che ne esista addirittura una festa, di cui oggi si celebra il terzo anniversario, mi ha colto alla sprovvista. Confesso che un po’ mi era parso di sentirmi speciale con questa storia dei calzini spaiati – tant’è che io un cassetto ce l’ho davvero, ma a chi vuoi che importi? – solo che presto o tardi tocca arrendersi all’evidenza che la ricerca dell’originalità finisce col renderci tutti uguali.

Sei in tempo per acquisire il vizio di volerti distinguere finché non senti di appartenere al mondo grigio dei grandi, e sei disposto a compiere gesti estremi ed esteticamente discutibili per iniziare a sperimentare chi sei e interrogarti sulla forma che vuoi prendere, quando ancora è lontano il tempo di accorgerti che il bello di vivere si giocherà tutto quella estenuante ricerca. Che si tratti di pura distrazione o sia il frutto di una scelta, dopo la prima accoppiata sbagliata ci si prende gusto e ci scappa un sorriso: tra le tante cattive abitudini che si possano acquisire, quella del calzino spaiato è indubbiamente la più innocua e colorata.

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Lego ergo sum

Qualche tempo fa scrivevo su gabrieleametrano.com.

Se, al contrario di me, siete capaci di resistere alla tentazione di un bel titolo accattivante e articolato, cercherò di darvi qualche altro buon motivo per leggere L’inconfondibile tristezza della torta al limone di Aimee Bender.

Quello che Rose Eldstein scopre il giorno del suo nono compleanno è che può esistere un modo insolito per conoscere l’animo delle persone, che passa attraverso il sapore del cibo che hanno preparato. Le basta assaggiare una fetta di torta al limone per leggervi dentro l’infelicità della madre bellissima e incostante, appena un boccone per distinguere chiaramente la rabbia dei biscotti del fornaio, o il grido implorante di un sandwich al prosciutto e formaggio che ha bisogno di essere amato. E non sembra esserci nessuno disposto a capire quale tormento sia per la piccola Rose dover convivere ogni giorno con un dono così ingombrante; nessuno capace di cogliere la sua richiesta di aiuto quando vorrebbe strapparsi dalla faccia quella bocca rivelatrice e maleducata. Nessuno tranne George – l’amico cervellone di suo fratello Joseph –, e il distributore automatico a scuola, che diverrà un rifugio dove trovare conforto dentro la pallida inconsistenza delle merendine preconfezionate.

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L’amore ai tempi di Facebook

Un paio di anni fa su castellovolante.blogspot.com.

Ricordo ancora il pomeriggio in cui trovammo il coraggio di provare. Eravamo a casa di Mario, la connessione lenta e un pc portatile scassato con lo schermo a righe e l’alimentatore che non potevi azzardarti a sfiorarlo, perché rischiavi che diventasse definitivamente irriconoscibile la composizione astratta di pixel bruciati che avevamo imparato a decifrare. Ci ostinavamo a chiamarlo “portatile”, quel relitto cibernetico rumoroso e caldo che non potevi portarlo proprio da nessuna parte, pesante e incatenato com’era alla presa di corrente. A Mario non mancavano i fondi per comprarne uno nuovo – che fosse portatile per davvero –, ma un po’ per pigrizia, un po’ perché quel perenne ronzio disperato aveva finito per inserirsi nei nostri discorsi e riempirne i silenzi, nessuno di noi aveva voglia di cambiare lo stato di cose in cui la routine ci aveva incasellati.

A casa di Mario, dicevo. Mario, Giacomo, Fabrizio e io. A scuola ci avevano detto che Facebook era fantastico, potevi conoscere una cifra di gente nuova. A noi interessavano quasi esclusivamente le ragazze, le più fiche e irraggiungibili della scuola, perché di amici ne avevamo già abbastanza: il nostro quartetto era più che sufficiente. Sotto il punto di vista dei rapporti con l’universo femminile, invece, la nostra vita era un vero disastro. Ci eravamo convinti di aver sopportato abbastanza e che fosse giunto il momento di riscattarci dalla triste realtà in cui eravamo impantanati. Noi quattro, poco interessanti come ci rendevano l’acne, gli occhiali spessi e gli scolli rotondi delle magliette – nerd, per l’esattezza, ci chiamavano –, le ragazze non ci si filavano di pezza.

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A spizzichi e bocconi

Piatto su tovaglia

Guardare mia madre al lavoro dietro ai fornelli è come assistere a un miracolo domestico fatto di farina e sale. Nel percorso dalle sue mani al fiato caldo del forno, il cibo smette di essere cosa da mangiare e prende vita in un atto d’amore lievitato. La trovo in cucina a riempire tutte le ore libere della giornata, tanto che a volte mi sembra di scambiarla per un’ossessione. Ma poi mi siedo a tavola e ho la certezza che per lei non possa esistere modo migliore di ricordarti che ti ama, se non facendolo passare attraverso il palato.

Capire perché ho sempre preferito le sue merende a quelle del supermercato non è difficile, se almeno una volta le hai assaggiate. E non c’è modo di raccontare efficacemente la doratura delle croste, quel modo soffice di respirare che hanno i suoi impasti, e la cremosità dei ripieni non anestetizzati da additivi e conservanti. Ti basterà abbandonare gli incisivi in un morso, perché sia immediatamente chiaro di cosa sto parlando.

A tavola mi accorgo che è Pasqua quando le sorprese sanno, ancor più che di cacao e nocciole, di purissimo affetto incondizionato. E ciò che rende inconfondibile il sapore della cucina di mamma è che quel sovraccarico di amore, invece che restarti sullo stomaco, ti si ferma tra cuore e gola per diventare il severo metro di confronto per qualunque altro sapore che ti capiterà di assaggiare. Mi ritrovo a cercarlo nelle cucine dei ristoranti, a pranzo dagli amici, nelle frittate squisite del mio fidanzato; ad annusarlo nell’odore di domenica dietro le porte dei vicini di casa, a pretenderlo severamente dai piatti che io stessa mi diverto a preparare. Ma ogni tentativo è inutile, mi sembra sempre di non riuscire a ritrovarlo lontano dallo stesso piatto di ceramica che continuo a rigare da quando ho imparato a reggere il cucchiaio in mano. Non esiste sapore commestibile, partendo dal dolce e passando per l’amaro e l’acre, fino ad arrivare al salato, che mia madre non sappia rendere unico, in quella combinazione perfetta e inconfondibile, persino nelle rare occasioni in cui le viene fuori qualcosa di bruciacchiato.

Se le chiedi una ricetta, sarà svelta a trascriverti su un foglio a quadretti l’intero procedimento, senza tralasciare alcun dettaglio perché non ha segreti. Ma dovrai arrenderti al fatto che anche al tuo tentativo migliore mancherà quel pizzico in più che solo il sapore della mamma riesce ad avere. Se un trucco c’è, sta nel suo modo tutto speciale di lasciare un segno in quello che prepara. E perché le sue ricette possano riuscirti come a lei, dovrai imparare a metterti da parte, a cederti un granello per volta, a spogliarti e trasfondere il tuo respiro nel piatto e nella bocca di chiunque ti vorrà mangiare. Dovrai accettare con umiltà di essere preso a morsi, di diventare briciole e saliva, essere aggredito dai succhi gastrici e dissolverti in nulla attraverso le stazioni più travagliate e imbarazzanti del processo di digestione. Se non sarai disposto a tutto questo, preparati ad accontentarti di una pallida imitazione di ciò che hai avuto la fortuna di assaggiare.

Lumache verso sud

Valigia strapiena

Riconosceresti tra mille un treno che viaggia verso il sud. Anche senza controllare il tabellone delle partenze, non è difficile scorgere i lineamenti della terra da cui sei andato via nei gesti e nei suoni di chi, come te, vi fa ritorno a intervalli più o meno regolari. Sono questi viaggi a ricordarti ogni volta chi sei, da dove sei saltato fuori, e forse anche perché a un certo punto sei fuggito via a gambe levate.

I treni che cigolano verso il mare non solo sono i più vecchi della stazione, con i finestrini bloccati, l’impianto di aerazione guasto e i sedili sporchi e malandati. Li riconosci perché sono sempre i più stanchi. Si trascinano sui binari arrugginiti, sbuffando sotto il peso dei chilometri da percorrere, malinconici come noi che continuiamo a rincorrerci su e giù tra le stagioni della nostra vita. Noi che quei treni obsoleti li odiamo perché fanno schifo e li amiamo perché ci riportano tra gli abbracci di chi abbiamo lasciato lontano. Noi che partiamo con l’impazienza di arrivare e arriviamo già con la voglia di ripartire. Noi che riempiamo quelle ore di attesa con scorte di vivande da sopravvivere alle carestie. Noi che diamo una colonna sonora a ogni viaggio e cerchiamo di mettere a tacere i pensieri dentro le pagine di un libro, per non rischiare di perderci prima ancora di essere arrivati.

Ci riconosci perché abbiamo qualcosa che non sapresti dire che ci rende tutti uguali, noi che dal sud veniamo e ritorniamo. Noi che siamo fedeli alla Settimana enigmistica finché morte non ci separi, ma non sapremmo portare a termine un Bartezzaghi nemmeno moltiplicando per tre la durata del nostro viaggio. Noi che ci piace lasciare i discorsi incompleti e scarabocchiare improbabili ritratti della signora seduta di fronte, mentre fiutiamo dalla sua borsa frigo le cotolette che cercherà di offrirci per tutto il viaggio. Noi che abbiamo bisogno di sedici parole in più rispetto alla media per esprimere un concetto in maniera efficace. Noi che dilatiamo le vocali e siamo generosi di consonanti a inizio di parola. Noi che facciamo un uso politicamente scorretto delle h per rafforzare il peso delle consonanti dentali. Noi che piangiamo la povertà e la bellezza della terra da cui veniamo, ma l’unico cambiamento di cui siamo capaci è levarci di torno prima che sia troppo tardi. Noi che l’unica battaglia in cui siamo capaci di credere è quella contro il tempo.

Il tempo, sì, perché noi che siamo figli delle cose lente e dei sapori autentici, dobbiamo sempre fare i conti con quel tictac inesorabile che si muove a velocità diverse nei mondi che ogni volta decidiamo di abitare. Il tempo che abbiamo perso e quello che cerchiamo di guadagnare correndo veloce più degli altri, il tempo spietato che ci illudiamo di prendere per le briglie solo nel momento in cui siamo semplicemente intenti ad andare.

Ci portiamo dentro tutto questo, chi in silenzio composto, chi in maniera decisamente più rumorosa e sgraziata. Puoi annusarcelo addosso e vederlo impresso nei nostri passi, sempre nervosi e alla ricerca di un posto che somigli il più possibile all’idea che abbiamo di casa. E se ancora non dovessi averci riconosciuti, da’ un’occhiata ai nostri bagagli per fugare ogni dubbio: di rado sono meno di un paio, e sempre stracolmi di molto più di quanto abbiamo bisogno. Come se, a forza di cercarla, quella casa, tentassimo di portarcela dietro, sulle spalle. Come le lumache.