La complessità delle cose

Nelle ore troppo piene, nelle settimane troppo lunghe, nei momenti troppo bui, ho la mia riserva di pagine di Italo Calvino a cui attingere per trovare conforto.

Così ho seguito Amerigo Ormea nella sua giornata da scrutatore e mi sono stupita di quanto una storia scritta per una generazione di sessant’anni fa abbia da dire alla mia, che soffre per le storture del mondo e cerca come può di raddrizzare la piccola parte di cui è responsabile: «Nella politica come in tutto il resto della vita, contano quei due principî lì: non farsi mai troppe illusioni e non smettere di credere che ogni cosa che fai potrà servire». Amerigo, parente prossimo di Marcovaldo e Palomar, ha ancora un piede nella realtà, ma la guarda già con disincanto: «La complessità delle cose alle volte pareva un sovrapporsi di strati nettamente separabili, come le foglie d’un carciofo, alle volte invece un agglutinamento di significati».

Con questo racconto Calvino aggiunge un tassello alla «rappresentazione e commento della realtà contemporanea» che aveva inaugurato con La speculazione edilizia e La nuvola di smog: «Avevo in animo, allora, di fare una specie di ciclo che avrebbe potuto intitolarsi A metà del secolo, insomma di storie degli anni ’50, a segnare un trapasso d’epoca».

Ancora oggi, le sue parole dicono qualcosa di noi che le citiamo – spesso a sproposito, come il passaggio che descrive l’amore di un padre in visita al figlio malato:

«Quei due, così come sono, sono reciprocamente necessari.
E pensò: ecco, questo modo d’essere è l’amore.
E poi: l’umano arriva dove arriva l’amore; non ha confini se non quelli che gli diamo».

A prendere le distanze dal mondo, Amerigo si accorge – e noi con lui – che appartiene alla stessa natura umana di cui tutti siamo fatti; che i sentimenti sono lacci che legano (dolorosamente) le persone; che nei libri cerchiamo una spiegazione; che forse ciò che conta in ogni cosa «è solo il momento in cui comincia, in cui non esiste che il futuro».

Ma soprattutto, che a sperimentare la difficoltà di esistere non siamo soli: «Non sapeva cosa avrebbe voluto: capiva solo quant’era distante, lui come tutti, dal vivere come va vissuto quello che cercava di vivere».

La giornata d’uno scrutatore, Italo Calvino (Einaudi, 1963)

Trasformare il mondo in isola

A volte è così che accade: mentre leggi un libro – anche più di uno – un altro libro ancora ti suona alla porta. Lo fai entrare, lo scarti, gli lanci un’occhiata, potresti metterlo in cima alla pila per non perderlo di vista, eppure sembra che ti dica sfogliami – leggerai giusto qualche riga, per sentire come suona.

Chi è Aurora Venturini? Nel 2007 era una sconosciuta di ottantacinque anni che faceva recapitare il suo romanzo (battuto a macchina) a un premio argentino. Sconosciuta al grande pubblico, ma non nuova alla scrittura, era stata amica di Victoria Ocampo e di Borges, era grafomane, aveva avuto dei ragni come animali domestici. Diceva di sé: «Io non sono molto comune. Sono una strana entità che vuole soltanto scrivere». Credeva in una letteratura deforme, le interessavano gli aspetti mostruosi e ridicoli della vita, era capace di farsi beffa delle sue cicatrici.

Digiti il suo nome nella ricerca immagini: pochi ritratti in posa, qualche scena da un documentario, gli interni di una sala da pranzo con tanto di forno a microonde provvisto di oblò in bella mostra.

Beatriz Portinari. Un documentario su Aurora Venturini (Agustina Massa e Fernando Krapp, 2013)

Volti pagina, l’avventura inizia:

«Mia mamma era una maestra di quelle con la bacchetta e il camice bianco, era convinta che soffrendo si impara. A scuola insegnava nel turno di mattina e rientrava alle due del pomeriggio. Il pranzo era già pronto perché Rufina, la moretta che si occupava con diligenza delle faccende di casa, sapeva cucinare. Io ero stufa del puchero tutti i giorni. Nel terreno sul retro chiocciava un pollaio che ci dava da mangiare e nell’orticello spuntavano zucche miracolosamente dorate, soli precipitati e sprofondati sulla terra da altezze celestiali, crescevano insieme a violette e rosai rachitici che nessuno curava e che si ostinavano a dare un tocco profumato a quello squallido letamaio.»

Le cugine, Aurora Venturini (edizioni SUR, 2022)

È così che potrebbe capitarti di leggere di destini su cui incombono nuvole tristi e piogge malinconiche, di anime che hanno la coda, del passato che non passa mai del tutto, di parole che danno la nausea e di come si impara a far sparire il mondo per trasformarlo in un’isola di colori.

Il resto della storia lo lascio a te, perché non voglio rovinarti la sorpresa di leggere questo libro.

Le cugine, Aurora Venturini (edizioni SUR, settembre 2022)

Le parole per ricordare

Abbandono. Conosco questo sentimento, non per averlo mai subìto: so cosa si prova a stare dalla parte di chi va, mentre ho solo un vago ricordo di quella di chi resta. Questo pensiero mi ha accompagnata per tutto il tempo che ho trascorso tra queste pagine con Elisabeth Åsbrink. Leggendo il suo Abbandono si ha la sensazione di stare accanto a una persona cara che prova a ricomporre i pezzi del suo passato e a fare i conti con ricordi che hanno tutta l’aria di voler rimanere sepolti.

«Io sono nata pronta a fuggire. Per questo scrivo»: così nasce l’inclinazione a raccontare, per trattenere nella memoria; così ci si affida alla scrittura, perché per ricostruire le storie delle famiglie – specie delle famiglie povere, che non lasciano tracce tangibili – rimangono solo le parole che attraversano le generazioni come un telefono senza fili. È così che Elisabeth Åsbrink arriva a cercare, tra tutti i giorni che compongono le trame delle vite, quelli che diventano punti di svolta; a chiedersi se ricordiamo con più facilità il consueto o l’inconsueto, il dolore o la gioia; a pensare a cosa dobbiamo imparare a lasciare andare per reinventarci altrove.

In questo suo ultimo romanzo, incontrerete il silenzio che si insinua in casa come un ospite non desiderato; vi muoverete in un mondo che esplode, per inseguire le sue schegge anche molto lontano. Scoprirete che la felicità non è per forza un’euforia da fuochi d’artificio; che la luce delle stelle brilla sempre all’imperfetto; che scambiare le lettere dei nomi è un gesto più intimo che scambiarsi un anello. Che ricordare, così come mettere insieme le proprie cose per andare via, ha a che fare con lo scegliere, perché ci vuole una certa dose di oblio per poter vivere.

Quando lascia la sua vecchia vita per cercare un posto dove farsene una nuova, l’emigrante diventa un immigrato – una parola quasi identica, eppure completamente diversa. Basta cambiare qualche lettera e tutta l’esistenza prende un’altra direzione; da partire ad arrivare, da tagliare i ponti a mettere radici, dal familiare allo sconosciuto, dall’abbandonare al senso di abbandono.

Se è la prima volta che vi avvicinate a Elisabeth Åsbrink, vi consiglio di recuperare anche il suo precedente romanzo 1947: questa autrice ha un talento raro nel far vivere le storie mentre rivive la Storia. Scopro, tra l’altro, che a me manca Made in Sweden. Le parole che hanno fatto la Svezia e mi è venuta una gran voglia di leggerlo.

Ho preso nota dei brani menzionati tra le pagine di Abbandono, ed ecco la piccola playlist che ne è venuta fuori:

Il secolo lungo di Giacomino

Il 25 giugno del 1901 nasceva Giacomo Debenedetti e il secolo che ha attraversato – e letto, scritto, interpretato – non sempre gli ha riconosciuto il merito per la traccia che ha impresso nella cultura letteraria italiana.

Complice la ricorrenza, quest’anno ho deciso di conoscerlo meglio e ho provato a ricostruire un suo ritratto dalle pagine (tante) che ho studiato e che restituiscono la misura dell’intellettuale e del maestro, dalla voce di chi ha avuto la fortuna di incontrarlo.

Un padre difficile

Una stanza foderata di libri, isolata dal resto della famiglia da una «pesante porta doppia, scopertamente proustiana, che papà aveva voluto a protezione del suo lavoro»: così appare lo studio di Giacomo Debenedetti agli occhi del figlio Antonio, che lo descrive – nella biografia Giacomino, tra i tipi di Bompiani – come un «venerato e un po’ misterioso genitore», «un individuo così asincrono» con quella sua «vocazione a rendersi l’esistenza impossibile per eccesso d’interiorità».

Un padre difficile, ma che aveva il dono di mettere in comunicazione le personalità che hanno segnato la storia culturale del nostro paese: le case che la famiglia Debenedetti ha abitato – a Torino prima e a Roma poi – sono state il ritrovo, e anche il rifugio, di Umberto Saba, Bobi Bazlen, Elsa Morante, Alberto Savinio, Giorgio Caproni, solo per citare i frequentatori abituali di quelle stanze.

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La stanza dello scirocco

«L’estate s’avvicina e porta il sollievo d’una snervata apatia. Un giorno che un vento caldissimo m’aveva stremata, Salvatore m’ha condotto nella stanza dello scirocco. È un grande locale bianco, disadorno, che s’affaccia nel cortile interno. Vi si accede da una scaletta di pietra e non ci sono finestre, solo qualche fessura per dare un po’ di luce. Lo si tiene quasi segreto perché sia meglio riparato. […] In questa cella, o bianca cripta rugosa, il mondo non entra ed è come approdare dove non ci sarà più la storia.»

Domenico Campana, La stanza dello scirocco

Soffia lo scirocco sul racconto con cui mi sono avvicinata – ancora una volta per il tramite di Leonardo Sciascia – alla scrittura di Domenico Campana, e alimenta il fuoco della nostalgia di casa.
Tra queste pagine, le immagini si susseguono come in una sequenza cinematografica che gioca con il tempo, lo dilata e lo deforma, fino a che smette di andare in avanti e prende a ripetersi, ogni volta con qualche piccola variante.

Tutte le storie convergono verso il centro di quella stanza, che non è solo una particolarità architettonica, ma diventa una metafora dell’animo umano: perché contiene in sé la possibilità di accogliere la vita, e custodice allo stesso tempo il segreto per distruggerla.

Parafrasando le parole dell’autore, non si legge una storia che parla di sud «senza dare per scontata la furiosa incomprensibilità del mondo», e così io vi consiglio di recuperare questo piccolo gioiello che vi farà scoprire una voce che vale bene l’impresa di cercarla tra la polvere degli scaffali dell’usato.

Domenico Campana, La stanza dello scirocco (Sellerio Editore)