Biblioteche d’autore

Cosa leggevano gli scrittori

Trompe l’oeil che rappresenta le ante di una libreria appartenuta a Padre Giambattista Martini. Museo internazionale e biblioteca della musica di BolognaQuand’è che una collezione privata di libri diventa una biblioteca? Per provare a tracciare una soglia, occorrerebbe tener conto di una certa consistenza numerica e scomodare parametri di qualità, ma forse sarebbe utile ricorrere anche a trovate più fantasiose. Prendere a misura gli spazi, per esempio, e cercare di risalire al momento in cui, dalla libreria vera e propria, sia avvenuto lo sconfinamento verso altri luoghi del vivere domestico, o stabilire da che punto in avanti, dentro e fuori le pagine, si sia iniziata a tessere una rete di rimandi da farne un sistema.

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Alla ricerca di Marie

«La felicità, la felicità, che cos’è la felicità?»

Madeleine Bourdouxhe, Marie aspetta Marie (Adelphi, 2018)Ci sono storie che arrivano in libreria cogliendo un’occasione che ne offra il pretesto, ma così piene di senso da pretendere che non ce ne si dimentichi una volta esaurita la discussione intorno al tema del momento. Il 13 febbraio – nel mese dedicato alle donne e alla vigilia del giorno in cui si celebra l’amore – è uscito Marie aspetta Marie, il secondo romanzo di Madeleine Bourdouxhe che ho avuto la fortuna di leggere in anteprima per Adelphi.

Si tratta di un’opera scritta nel 1940 e apparsa per la prima volta in Belgio nel 1943, che oggi arriva in Italia diversi anni dopo il primo e unico altro romanzo dell’autrice, La donna di Gilles, sempre edito da Adelphi, nel 2005.

Colpisce l’indicazione nella quarta di Marie aspetta Marie che si apre con queste parole: «Chi ha letto La donna di Gilles sa», perché lascia intuire come per comprendere appieno il romanzo non si possa fare a meno di leggere quello che lo ha preceduto. Ed è straordinario il modo in cui le due storie si completano, rimandando l’una all’altra continuamente.

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Nelle vite d’altri

Carla Vasio, Autoritratto di Goffredo Petrassi (Mucchi Editore, 2017)Esiste un confine oltre il quale non è dato spingersi per dare voce al ricordo di una storia che non è la propria? Non è semplice restituire attraverso le parole un’esistenza votata all’arte, tanto più se si tratta di quella di un compositore come Goffredo Petrassi che ha segnato nel profondo il Novecento musicale italiano ed europeo. Ma se a trasferirla sulla pagina è la penna finissima di Carla Vasio, quello che emerge è un ritratto che somiglia alla vita, pur procedendo al ritmo di un romanzo.

Non a caso Autoritratto di Goffredo Petrassi inaugura la collana “Diorami”, pregevole operazione dell’editore modenese Mucchi che attinge alle quinte della letteratura per riportare alla luce “Testi su artifici, mondi nuovi e altre invenzioni” – come recita il sottotitolo – a metà tra il rigore del saggio e l’invenzione letteraria. Apparso per la prima volta nel 1991 per Laterza – in un’edizione la cui paternità era attribuita allo stesso Petrassi «perché l’editore riteneva che così si sarebbe venduto meglio» – l’Autoritratto è ora tornato in libreria in questa nuova veste che restituisce il merito alla sua vera autrice e si apre con una prefazione a firma di Claudio Morandini, illuminante sul legame di affetto e sincera ammirazione che ha unito la scrittrice al compositore per una vita.

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Sommersi dalle cose

horror vacui ‹òrror vàkui› (lat. «orrore del vuoto»). – Frase con la quale si espresse un concetto fondamentale della fisica aristotelica che, in polemica con la fisica democritea, asseriva l’inesistenza di spazî vuoti (la natura aborre dal vuoto); si ripete talvolta con allusione alla tendenza a eliminare ogni spazio vuoto nell’ornamentazione, nell’arredamento e simili. [Treccani.it]

Quanto le cose che possediamo – o che desideriamo possedere – contribuiscono a definire la nostra identità e il posto che occupiamo nel mondo? Quanto siamo inclini a procrastinare la vita che vorremmo, in attesa di quello che non possiamo permetterci?

Mi capita di pensarci ogni volta che riordino le mie cose, la libreria, la scrivania, l’armadio e fatico a disfarmi di quanto possiedo in eccesso, perché non mi serve più o – ancora peggio – perché non l’ho mai utilizzato. E mi ritrovo a dover ammettere con gran fatica che il mio accumulo è solo un pigro tentativo di somigliare alla persona che vorrei essere e che non trovo il coraggio di diventare.

Se anche a voi accade di sentirvi un po’ più vuoti ogni volta che riempite casa – o il carrello di Amazon – con una quantità di cose di cui probabilmente non avete bisogno, potreste iniziare ad affrontare il problema attraverso un testo decisamente più letterario – ma meno rassicurante – di un best seller à la Marie Kondo.

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Un Natale da brivido

Ho scritto questo articolo per il calendario dell’avvento letterario di Manuela.

Manca poco più di una settimana a Natale, quel momento dell’anno che, per me che non ho mai smesso di essere una fuori sede, significa soltanto una cosa: tornare a casa. Questo implica ore di coccole estreme, annegamenti nella cioccolata e frequenti attacchi di narcolessia sul divano – e anche esperienze di viaggio ai confini del narrabile, abbuffate senza senso e crisi esistenziali che si ripresentano tra un’ora di ozio e l’altra – ma soprattutto poter andare a letto mentre c’è qualcuno ancora sveglio in casa.

Da che ero una bambina, ho sempre avuto il vizio di prendere sonno più facilmente con almeno un altro paio di occhi aperti nella stanza accanto. E questo ha a che fare anche con i libri che leggo prima di dormire, perché sono una fifona e tendo a concedermi il piacere di letture da avere paura solo quando sono sicura che mamma, papà o il gatto non siano ancora addormentati.

È così che è iniziata, un Natale di un paio di anni fa, la storia del mio innamoramento per Shirley Jackson, grande maestra americana del terrore, ingiustamente meno nota – perlomeno in Italia – rispetto al suo celeberrimo discepolo Stephen King.

Shirley Jackson con i suoi figli, North Bennington, Vermont, 1956 [Erich Hartmann/Magnum Photos]

Shirley Jackson con i suoi figli, North Bennington, Vermont, 1956 [Erich Hartmann/Magnum Photos]

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