Dino Buzzati cinquant’anni dopo, riaprire lo scrigno fantastico

Un ricordo di Dino Buzzati. Fare le capriole con la mente è un esercizio che richiede agilità e sprezzo del pericolo, tanto più difficile quanto essenziale per sopravvivere in tempi inquieti. Di come le parole possano rischiarare giorni bui è un esempio l’opera di Dino Buzzati, che viene alla luce negli anni più oscuri della storia del Novecento.

Sin dall’esordio, nel 1933 con Barnabo delle montagne, la sua è una scrittura che intreccia realtà e stravaganza, logica e assurdo, con un linguaggio limpido e semplice, capace di far vedere l’invisibile e di far credere nell’incredibile. Riscoprire la sua opera, oggi, vuol dire trovare conferma all’idea che non esiste realtà più vera dell’immaginazione.

Dino Buzzati

La vertigine dell’ignoto

«Direi che fantastico è ciò che non esiste. Però, quante cose che non esistono, e che non sono fantastiche! Quindi aggiungerei che sono le cose che non esistono e che sono immaginate dall’uomo. E se consideriamo la letteratura, allora sono le cose che non esistono, immaginate dall’uomo a scopo poetico»: Dino Buzzati coltiva per tutta la vita il gusto del fantastico come un gioco, come uno spazio in cui essere liberi di avventurarsi verso ciò che è sconosciuto e, per questo, fa paura.

La vertigine dell’ignoto è la forza della sua penna, netta e precisa, capace di condensare in poche righe e di restituire in immagini concrete un’atmosfera di sogno e di mistero. Le sue storie ci chiedono di abbandonarci senza riserve al potere della fantasia, come si fa con le favole, che non sono state mai una cosa solo per piccoli – ne sono prova i racconti e il più celebre romanzo, Il deserto dei Tartari.

Il lato misterioso delle cose

Dal mestiere di giornalista – ha poco più di vent’anni nel 1928, quando arriva al “Corriere” e vi resterà per quasi tutta la vita – Dino Buzzati impara che la realtà è piena di fatti che hanno risvolti misteriosi e inspiegabili. Con la puntigliosa esattezza del cronista, congegna intrecci che tengono insieme il tono dell’inchiesta e il passo del racconto, come avviene tra I misteri d’Italia, la raccolta postuma dei suoi pezzi dedicati ai fenomeni di parapsicologia, in cui dà voce a storie strane – quelle di cui di solito si sussurra, non si parla – e in cui esplora gli angoli dimenticati della provincia italiana. Le soffitte polverose delle case, le ombre dei giardini, tutti quei luoghi in cui può sentire «il senso del tempo, il senso di tutti quelli che sono vissuti prima di me e sono lì, il senso del domani che non si sa cosa sarà».

I segreti della montagna

Un altro terreno, il primo e più potente, su cui si innesta l’inventiva di Buzzati, è quello delle radici: la Valle di Belluno, sopra la quale incombono i profili selvaggi e le forme insolite delle Dolomiti. La sua montagna diventa custode di misteri, si popola di creature magiche e ha il potere di accendere la vena fantastica perché riunisce in sé il sentimento di grandiosa bellezza e il sentimento di paura – come avviene dentro Il segreto del Bosco Vecchio, omaggio all’infanzia dell’autore e allegoria di un’umanità ancora incontaminata.

La quercia, l’abete, il larice, il mugo, il noce sono per Buzzati compagni di viaggio, nella vita e nell’opera, e non è un caso se a un albero, il liriodendro della casa paterna di San Pellegrino, sarà dedicato l’ultimo elzeviro per il “Corriere della Sera”, nel 1971: «Molti anni sono passati, io oramai con i capelli bianchi, e lui niente, lui il gigante sempre più verde a ogni primavera. La grande ombra gira lentamente sul prato, sul tetto della casa, sul prato ancora, all’ultimo tramonto allungandosi fino laggiù al fienile. E io povero diavolo».

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Trent’anni dopo Natalia Ginzburg

Natalia Ginzburg, trent’anni dopo la sua morte. Quelli che ami non muoiono mai: lo sapeva bene Natalia Ginzburg, che con le ombre di chi le è stato caro ha trascorso gran parte della sua storia. Una storia iniziata sotto il segno della letteratura, fin dal nome che le è toccato in sorte, in omaggio alla protagonista di Guerra e pace.

Nata nel 1916, in terra siciliana per pura coincidenza, i suoi primi ricordi iniziano solo a Torino, nella casa di via Pastrengo resa celebre dal suo Lessico famigliare. Ed è nell’austerità piemontese che prende forma il suo temperamento, che inizia quella convivenza con i fantasmi che ne farà scrittrice della memoria: «Qui a casa nostra, nella nostra città, nella città dove abbiamo trascorso la giovinezza, ci rimangono ormai poche cose viventi, e siamo accolti da una folla di memorie e di ombre».

Natalia Ginzburg

Ci si stanca quando si scrive sul serio

Natalia avverte presto il richiamo di un destino da scrivere: «Dopo i dieci anni l’ho saputo sempre, e mi sono arrabattata come potevo con romanzi e poesie». Compone versi che tiene accuratamente nascosti, comincia racconti che non sa bene come finire, scopre che «ci si stanca quando si scrive una cosa sul serio», che si fa fatica, mentre la vita corre via veloce, a mettere insieme le parole che cadono lungo la strada. Fino a che non le riesce di portare a termine il suo primo romanzoLa strada che va in città, pubblicato da Einaudi nel 1942, sotto lo pseudonimo di Alessandra Tornimparte: è arrivato il momento in cui, dopo aver rimestato a lungo nel silenzio, ha trovato la sua voce. Per dirla con Italo Calvino, è riuscita a «far passare il mare in un imbuto», e lo fa a suo modo: «Natalia non dice parole: nomina delle cose, sempre. È una delle pochissime persone che credono ancora alle cose».

Maneggiare specchi rotti

«Scrivendo romanzi, ho sempre avuto la sensazione d’avere in mano degli specchi rotti»: la scrittura di Natalia Ginzburg riflette la consapevolezza che la vita, così come l’espressione letteraria, può avere inizio solo con una lacerazione. Forse è anche per questo che non abbandona mai la prima persona, un io che è sempre voce di donna, ma che non coincide necessariamente con la sua vicenda personale. Leggendo le sue storie, si ha la sensazione di origliare dalla fessura di una porta senza essere visti, di frugare tra le carte abbandonate sul fondo di un cassetto. E si viene colti di sorpresa dalle sue altre pagine – le poesie, gli articoli, i saggi, i pezzi teatrali – come se per lei fosse un gioco, un esperimento, saltare da una forma all’altra per restare fedele a sé stessa.

La lezione dell’insicurezza

Il 1944, l’anno della morte di Leone Ginzburg, coincide con l’assunzione di Natalia come redattrice della casa editrice Einaudi. «Mi dicevo che tutti, subito, vedendomi in quell’ufficio, avrebbero scoperto il grande mare di ignoranza e pigrizia che era in me»: con questo stato d’animo si dedica ai primi lavori che le vengono affidati, e con immutato timore di cialtroneria attraverserà l’intera sua vicenda intellettuale. Cerca sempre lo stanzino più angusto, in fondo a un corridoio, si procura una copia delle chiavi dell’ufficio per lavorare anche di domenica, in silenzio: «Là sarei stata sola, e potevo imparare a lavorare, perché la sensazione di non essere buona di lavorare mi perseguitava sempre».

Proprio in quella perenne insicurezza è da ricercare, ancora oggi, il suo più grande insegnamento: «In giovinezza ci era stato parlato della saggezza e della serenità dei vecchi. Noi però sentiamo che non riusciremo a essere né saggi, né sereni: e d’altronde non abbiamo mai amato la serenità e la saggezza, e abbiamo invece sempre amato la sete e la febbre, le inquiete ricerche e gli errori».

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Il secolo lungo di Giacomino

Il 25 giugno del 1901 nasceva Giacomo Debenedetti e il secolo che ha attraversato – e letto, scritto, interpretato – non sempre gli ha riconosciuto il merito per la traccia che ha impresso nella cultura letteraria italiana.

Complice la ricorrenza, quest’anno ho deciso di conoscerlo meglio e ho provato a ricostruire un suo ritratto dalle pagine (tante) che ho studiato e che restituiscono la misura dell’intellettuale e del maestro, dalla voce di chi ha avuto la fortuna di incontrarlo.

Un padre difficile

Una stanza foderata di libri, isolata dal resto della famiglia da una «pesante porta doppia, scopertamente proustiana, che papà aveva voluto a protezione del suo lavoro»: così appare lo studio di Giacomo Debenedetti agli occhi del figlio Antonio, che lo descrive – nella biografia Giacomino, tra i tipi di Bompiani – come un «venerato e un po’ misterioso genitore», «un individuo così asincrono» con quella sua «vocazione a rendersi l’esistenza impossibile per eccesso d’interiorità».

Un padre difficile, ma che aveva il dono di mettere in comunicazione le personalità che hanno segnato la storia culturale del nostro paese: le case che la famiglia Debenedetti ha abitato – a Torino prima e a Roma poi – sono state il ritrovo, e anche il rifugio, di Umberto Saba, Bobi Bazlen, Elsa Morante, Alberto Savinio, Giorgio Caproni, solo per citare i frequentatori abituali di quelle stanze.

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La stanza dello scirocco

«L’estate s’avvicina e porta il sollievo d’una snervata apatia. Un giorno che un vento caldissimo m’aveva stremata, Salvatore m’ha condotto nella stanza dello scirocco. È un grande locale bianco, disadorno, che s’affaccia nel cortile interno. Vi si accede da una scaletta di pietra e non ci sono finestre, solo qualche fessura per dare un po’ di luce. Lo si tiene quasi segreto perché sia meglio riparato. […] In questa cella, o bianca cripta rugosa, il mondo non entra ed è come approdare dove non ci sarà più la storia.»

Domenico Campana, La stanza dello scirocco

Soffia lo scirocco sul racconto con cui mi sono avvicinata – ancora una volta per il tramite di Leonardo Sciascia – alla scrittura di Domenico Campana, e alimenta il fuoco della nostalgia di casa.
Tra queste pagine, le immagini si susseguono come in una sequenza cinematografica che gioca con il tempo, lo dilata e lo deforma, fino a che smette di andare in avanti e prende a ripetersi, ogni volta con qualche piccola variante.

Tutte le storie convergono verso il centro di quella stanza, che non è solo una particolarità architettonica, ma diventa una metafora dell’animo umano: perché contiene in sé la possibilità di accogliere la vita, e custodice allo stesso tempo il segreto per distruggerla.

Parafrasando le parole dell’autore, non si legge una storia che parla di sud «senza dare per scontata la furiosa incomprensibilità del mondo», e così io vi consiglio di recuperare questo piccolo gioiello che vi farà scoprire una voce che vale bene l’impresa di cercarla tra la polvere degli scaffali dell’usato.

Domenico Campana, La stanza dello scirocco (Sellerio Editore)

La vita alla finestra

«Ci sono solitudini che si rivelano all’improvviso, come un colpo alla nuca. Pensi: sono solo. Non ora. Sempre. Solo. Questa parola afonica, rotonda. Ci sono anche le solitudini lente, quelle che si formano con il tempo. Ce ne sono altre che erano lì fin dall’inizio, quelle di cui siamo fatti. Di solito restano larvate sotto qualche ricordo difficile. Ogni tanto queste solitudini si svegliano, si raddrizzano e ti parlano all’orecchio. Allora senti dei segreti su te stesso. Inoltre, esiste, sai?, la solitudine di cui, a forza di provarla e di frequentarla a tutte le ore, finisci per avere bisogno come di una fedele, discreta compagnia. Una solitudine quasi amata che, quando se ne va, ci lascia soli per davvero.»

Andrés Neuman, La vita alla finestra

«Forse ti scrivo proprio per questo: per appropriarmi delle mie parole.» Che ne è delle nostre parole quando le inviamo agli altri? Chi può dire fino a che punto ci appartengano, dopo che le abbiamo lasciate andare? Dove vanno a finire quelli che amiamo, o che abbiamo amato, quando smettiamo di esistere per loro? E cos’è che ci spinge davvero a scrivere: il bisogno di conservare nella memoria o di dimenticare?

Finisco di leggere questo romanzo con la testa piena di domande e quella strana frenesia che mi lasciano addosso le storie, quando arrivano a me senza che sapessi di averne bisogno. E mi ricordo che accade questo a incontrare la vera letteratura: si sente risuonare qualcosa di noi nelle trame degli altri, si ritrova espresso in parole ciò che a noi resta incastrato, informe, nel pensiero.

A sbirciare dentro questa finestra, non so se vi accorgerete delle stesse cose che ho visto io, ma di certo vi capiterà di pensare che la vita è quella cosa che accade mentre siamo impegnati a dimenticare chi siamo stati.

Andrés Neuman, La vita alla finestra (Einaudi editore, traduzione di Silvia Sichel, illustrazione di copertina di Andrea De Santis).