Dino Buzzati cinquant’anni dopo, riaprire lo scrigno fantastico

Un ricordo di Dino Buzzati. Fare le capriole con la mente è un esercizio che richiede agilità e sprezzo del pericolo, tanto più difficile quanto essenziale per sopravvivere in tempi inquieti. Di come le parole possano rischiarare giorni bui è un esempio l’opera di Dino Buzzati, che viene alla luce negli anni più oscuri della storia del Novecento.

Sin dall’esordio, nel 1933 con Barnabo delle montagne, la sua è una scrittura che intreccia realtà e stravaganza, logica e assurdo, con un linguaggio limpido e semplice, capace di far vedere l’invisibile e di far credere nell’incredibile. Riscoprire la sua opera, oggi, vuol dire trovare conferma all’idea che non esiste realtà più vera dell’immaginazione.

Dino Buzzati

La vertigine dell’ignoto

«Direi che fantastico è ciò che non esiste. Però, quante cose che non esistono, e che non sono fantastiche! Quindi aggiungerei che sono le cose che non esistono e che sono immaginate dall’uomo. E se consideriamo la letteratura, allora sono le cose che non esistono, immaginate dall’uomo a scopo poetico»: Dino Buzzati coltiva per tutta la vita il gusto del fantastico come un gioco, come uno spazio in cui essere liberi di avventurarsi verso ciò che è sconosciuto e, per questo, fa paura.

La vertigine dell’ignoto è la forza della sua penna, netta e precisa, capace di condensare in poche righe e di restituire in immagini concrete un’atmosfera di sogno e di mistero. Le sue storie ci chiedono di abbandonarci senza riserve al potere della fantasia, come si fa con le favole, che non sono state mai una cosa solo per piccoli – ne sono prova i racconti e il più celebre romanzo, Il deserto dei Tartari.

Il lato misterioso delle cose

Dal mestiere di giornalista – ha poco più di vent’anni nel 1928, quando arriva al “Corriere” e vi resterà per quasi tutta la vita – Dino Buzzati impara che la realtà è piena di fatti che hanno risvolti misteriosi e inspiegabili. Con la puntigliosa esattezza del cronista, congegna intrecci che tengono insieme il tono dell’inchiesta e il passo del racconto, come avviene tra I misteri d’Italia, la raccolta postuma dei suoi pezzi dedicati ai fenomeni di parapsicologia, in cui dà voce a storie strane – quelle di cui di solito si sussurra, non si parla – e in cui esplora gli angoli dimenticati della provincia italiana. Le soffitte polverose delle case, le ombre dei giardini, tutti quei luoghi in cui può sentire «il senso del tempo, il senso di tutti quelli che sono vissuti prima di me e sono lì, il senso del domani che non si sa cosa sarà».

I segreti della montagna

Un altro terreno, il primo e più potente, su cui si innesta l’inventiva di Buzzati, è quello delle radici: la Valle di Belluno, sopra la quale incombono i profili selvaggi e le forme insolite delle Dolomiti. La sua montagna diventa custode di misteri, si popola di creature magiche e ha il potere di accendere la vena fantastica perché riunisce in sé il sentimento di grandiosa bellezza e il sentimento di paura – come avviene dentro Il segreto del Bosco Vecchio, omaggio all’infanzia dell’autore e allegoria di un’umanità ancora incontaminata.

La quercia, l’abete, il larice, il mugo, il noce sono per Buzzati compagni di viaggio, nella vita e nell’opera, e non è un caso se a un albero, il liriodendro della casa paterna di San Pellegrino, sarà dedicato l’ultimo elzeviro per il “Corriere della Sera”, nel 1971: «Molti anni sono passati, io oramai con i capelli bianchi, e lui niente, lui il gigante sempre più verde a ogni primavera. La grande ombra gira lentamente sul prato, sul tetto della casa, sul prato ancora, all’ultimo tramonto allungandosi fino laggiù al fienile. E io povero diavolo».

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Trent’anni dopo Natalia Ginzburg

Natalia Ginzburg, trent’anni dopo la sua morte. Quelli che ami non muoiono mai: lo sapeva bene Natalia Ginzburg, che con le ombre di chi le è stato caro ha trascorso gran parte della sua storia. Una storia iniziata sotto il segno della letteratura, fin dal nome che le è toccato in sorte, in omaggio alla protagonista di Guerra e pace.

Nata nel 1916, in terra siciliana per pura coincidenza, i suoi primi ricordi iniziano solo a Torino, nella casa di via Pastrengo resa celebre dal suo Lessico famigliare. Ed è nell’austerità piemontese che prende forma il suo temperamento, che inizia quella convivenza con i fantasmi che ne farà scrittrice della memoria: «Qui a casa nostra, nella nostra città, nella città dove abbiamo trascorso la giovinezza, ci rimangono ormai poche cose viventi, e siamo accolti da una folla di memorie e di ombre».

Natalia Ginzburg

Ci si stanca quando si scrive sul serio

Natalia avverte presto il richiamo di un destino da scrivere: «Dopo i dieci anni l’ho saputo sempre, e mi sono arrabattata come potevo con romanzi e poesie». Compone versi che tiene accuratamente nascosti, comincia racconti che non sa bene come finire, scopre che «ci si stanca quando si scrive una cosa sul serio», che si fa fatica, mentre la vita corre via veloce, a mettere insieme le parole che cadono lungo la strada. Fino a che non le riesce di portare a termine il suo primo romanzoLa strada che va in città, pubblicato da Einaudi nel 1942, sotto lo pseudonimo di Alessandra Tornimparte: è arrivato il momento in cui, dopo aver rimestato a lungo nel silenzio, ha trovato la sua voce. Per dirla con Italo Calvino, è riuscita a «far passare il mare in un imbuto», e lo fa a suo modo: «Natalia non dice parole: nomina delle cose, sempre. È una delle pochissime persone che credono ancora alle cose».

Maneggiare specchi rotti

«Scrivendo romanzi, ho sempre avuto la sensazione d’avere in mano degli specchi rotti»: la scrittura di Natalia Ginzburg riflette la consapevolezza che la vita, così come l’espressione letteraria, può avere inizio solo con una lacerazione. Forse è anche per questo che non abbandona mai la prima persona, un io che è sempre voce di donna, ma che non coincide necessariamente con la sua vicenda personale. Leggendo le sue storie, si ha la sensazione di origliare dalla fessura di una porta senza essere visti, di frugare tra le carte abbandonate sul fondo di un cassetto. E si viene colti di sorpresa dalle sue altre pagine – le poesie, gli articoli, i saggi, i pezzi teatrali – come se per lei fosse un gioco, un esperimento, saltare da una forma all’altra per restare fedele a sé stessa.

La lezione dell’insicurezza

Il 1944, l’anno della morte di Leone Ginzburg, coincide con l’assunzione di Natalia come redattrice della casa editrice Einaudi. «Mi dicevo che tutti, subito, vedendomi in quell’ufficio, avrebbero scoperto il grande mare di ignoranza e pigrizia che era in me»: con questo stato d’animo si dedica ai primi lavori che le vengono affidati, e con immutato timore di cialtroneria attraverserà l’intera sua vicenda intellettuale. Cerca sempre lo stanzino più angusto, in fondo a un corridoio, si procura una copia delle chiavi dell’ufficio per lavorare anche di domenica, in silenzio: «Là sarei stata sola, e potevo imparare a lavorare, perché la sensazione di non essere buona di lavorare mi perseguitava sempre».

Proprio in quella perenne insicurezza è da ricercare, ancora oggi, il suo più grande insegnamento: «In giovinezza ci era stato parlato della saggezza e della serenità dei vecchi. Noi però sentiamo che non riusciremo a essere né saggi, né sereni: e d’altronde non abbiamo mai amato la serenità e la saggezza, e abbiamo invece sempre amato la sete e la febbre, le inquiete ricerche e gli errori».

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Donne di libri: l’altra metà dell’editoria

8 marzo, Festa della donna. Finché ci sarà bisogno di una ricorrenza da celebrare per restituire dignità e spazio all’altra metà della specie umana, l’8 marzo potrà essere l’occasione per un esercizio di memoria, un invito a prestare ascolto alle voci di donne – anche di un passato non troppo lontano – che sono rimaste in sordina o inascoltate.

Voci dei libri, voci dentro ai libri, voci intorno ai libri: sono molte, spesso quasi sconosciute, le donne che hanno investito il loro talento nelle professioni editoriali e che hanno impresso, con le loro idee e il loro impegno, una traccia nella storia culturale. Seguendo questa traccia si può tentare di rileggere – e riscrivere – da una più ampia prospettiva la storia, non solo della letteratura.

Grazia Cherchi e l’incanto della lettura

Cronista culturale, consulente editoriale, editor, appassionata e insaziabile lettrice, Grazia Cherchi è viva nella memoria di chi ha ricevuto i suoi giudizi lapidari e fulminei, ma sempre onesti, e il suo prezioso stimolo a scrivere. La sua vita è stata esempio di dedizione alle parole, di un amore per i libri contagioso, ben documentato nella raccolta Scompartimento per lettori e taciturni:

«In treno. Entro a Milano in uno scompartimento in cui una graziosa ragazza sta congedandosi dalla madre che le fa le ultime raccomandazioni. Apprendo tra l’altro che ha avuto voti brillantissimi alla maturità. Restiamo sole. Mi immergo nella correzione di un pacco di bozze. Ogni tanto la guardo: legge un fumetto, lo abbandona sul sedile accanto, mette le cuffiette di un walkman, se le toglie (ottima idea), sbadiglia, guarda fuori dal finestrino, mangia un sandwich, beve una coca, sbadiglia. A Bologna rompo gli indugi: “Vuole leggere qualcosa?” “Ho tanto letto per l’esame…” Deve essersi ripromessa un recupero di analfabetismo. “Però, effettivamente…” “Senta, facciamo un esperimento. Le do un libriccino. Lei prova a leggerlo, se dopo un quarto d’ora si stufa, me lo ridà”. E le allungo quel mirabile racconto che è L’incantatrice di Stevenson. “Scendo a Firenze”, comunico quindi alla giovinetta. Si mette a leggere. Oh, infallibile Stevenson, gioia di ogni lettore, anche del più recalcitrante! Quando il treno entra nella stazione di Santa Maria Novella, lei mi guarda supplichevole: fino a quel momento non ha alzato gli occhi dal libro. “D’accordo, lo tenga. Ma mi prometta di farlo circolare tra gli amici”».

Le Penelopi di Gina Lagorio

Conosciuta come scrittrice, saggista e giornalista, di Gina Lagorio è meno noto il lavoro editoriale nella casa editrice Garzanti, dove ha diretto per un decennio la collana dei Grandi Libri. Come si può scoprire leggendo la raccolta Penelope senza tela, la sua attenzione è sempre rivolta alle «mille oscure Penelopi che hanno vissuto nell’ombra spandendo intorno a sé la luce della loro intelligenza non espressa nei segni», e a tutte le parole non scritte, pronunciate dalla «singolare tribù dei favellatori che fanno rimpiangere, ogni volta che li si ascolta, perché mai non consentano a estendere attraverso la scrittura la gioia che dà l’ascoltarli».

Tra i suoi ritratti – imperdibile anche quello di Beppe Fenoglio – si incontra un’altra donna di editoria, Silvana Mauri Ottieri, che per lunghi anni ha gravitato intorno alla casa editrice Bompiani: «Chi riceve da lei una lettera, la conserva perché il garbo dell’affabulazione non si perde sulla pagina, né la freschezza della notazione concreta che rompe il rigore astratto delle idee. Basterebbe per dire la ricchezza d’amorosa intelligenza che da lei è fluita e a lei è ritornata, ricordare le lettere che le indirizzò uno straordinario amico dell’adolescenza, Pier Paolo Pasolini».

Carla Vasio, una voce in prestito

Libraia, scrittrice, poetessa, penna del Gruppo 63, Carla Vasio ha nutrito e raccontato il fermento culturale degli anni Sessanta, mettendo la sua voce al servizio delle vite degli altri – come nell’Autoritratto di Goffredo Petrassi – e riuscendo a fotografare il capitolo di storia dell’editoria da lei vissuto in prima persona. Come si legge nella sua raccolta Vita privata di una cultura, a proposito dei primi esperimenti di Cooperativa Prove 10: «Riusciamo a comprare una vecchia stampante offset monumentale, e ad affittare una specie di cantinone dove la si possa appoggiare direttamente sulla terra battuta, perché il suo peso avrebbe sfondato qualsiasi pavimento. Io ho funzioni di tecnico, di manovale e di stampatore: vuol dire che devo inventarmi direttamente sul campo tre mestieri difficili. Gli altri soci mi offrono da lontano un prudente sostegno morale. Invece la polizia è più concreta: fanno continui sopralluoghi, perché quel tipo di macchina è comunemente usato dai falsari per la stampa di monete cartacee di grosso taglio. Difficile convincerli che non siamo fabbricanti di banconote: siamo scrittori di romanzi, poesie, favole e canzoni».

Il fiuto editoriale di Laura Lepetit

Con La Tartaruga, Laura Lepetit ha segnato una felice eccezione al paradigma che vorrebbe il mestiere dell’editore appannaggio degli uomini. Partendo dalla «ferma convinzione che incontrare il libro giusto al momento giusto fosse un fatto fondamentale e necessario», ha fondato una casa editrice sulla voce delle donne, con l’obiettivo di far conoscere ai lettori solo «libri necessari».

È lei stessa a raccontare il piacere della ricerca, nell’Autobiografia di una femminista distratta: «Davanti ai libri mi sento come un cane da tartufi. Li cerco col naso, ne sento l’odore, capto i segnali che mandano e batto il terreno con il muso tra i cespugli. […] Quando mi chiedono in che ordine tengo i libri, rispondo perplessa nessuno. Infatti se cerco un libro comincio a sniffare tra gli scaffali e dopo un po’ quasi sempre trovo quello che cerco. Se mi metto a cercare in modo sistematico, non trovo un bel niente. Ogni tanto scopro di aver pubblicato dei libri di cui nemmeno avevo capito un gran che ma che al fiuto mi sembravano giusti e difatti è stato così. Un vero editore è dotato di questa capacità olfattiva, se pubblica per ragionamento o per calcolo non è bravo e ci se ne accorge.»

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San Valentino nei carteggi letterari del Novecento

Se a San Valentino ci fosse ancora qualcuno disposto ad affidare a carta e inchiostro un messaggio d’amore, troverebbe di che nutrire la propria ispirazione nelle effusioni affettuose e le passioni tormentate che attraversano i carteggi della letteratura.

A rovistare nei cassetti della corrispondenza d’autore, si può scoprire come l’arte di scrivere lettere – e di attenderle, tra congetture e sospiri – diventi tanto più dolce quando è intonata con gli accenti della poesia.

Ed è proprio dalla penna dei poeti che sono fiorite le pagine più intense, per quell’alchimia che fonde l’ordinarietà del quotidiano con l’espressione lirica, tra le rapide e i tornanti dei legami d’amore.

Giorgio Caproni e Rina

Sono permeate di una tenera malinconia le lettere che Giorgio Caproni scrive alla moglie Rina – al secolo Rosa Rettagliata – nel 1941, mentre attende di tornare a casa dal fronte. Le sue parole sono affidate a una serie di fogli strappati da un blocco a quadretti: «Cara Rinuccia mia, ti mando un fiorellino colto in questi boschi stamani. Ti penso sempre con grandissima nostalgia. Sopporto con gioia il mio sacrificio presente, perché mi pare di spartire così con te il sacrificio tuo, della tua gravidanza. […] Io faccio la vita aspra dei soldati veri, non imboscati negli uffici. Quando mi sentirò stanco penserò a te, al tuo sacrificio, e ritroverò la mia forza».

Ingeborg Bachmann e Paul Celan

Un legame ben più tormentato unisce per tutta la vita Ingeborg Bachmann e Paul Celan, dopo aver conosciuto i giorni più felici nella primavera del 1948. Se è vero che tutti gli amanti parlano un codice segreto, il loro racconta in versi un amore che non riesce mai a essere sincrono: pur sapendo di essere destinati l’uno all’altra, non riescono mai a raggiungersi.

Scrive Ingeborg Bachmann a Paul Celan, nel 1949: «Caro, tu, sono molto contenta che questa lettera sia arrivata – ora anche io ti ho fatto attendere di nuovo così a lungo, assolutamente senza intenzione e senza un solo pensiero poco gentile. Tu stesso sai che talvolta può succedere. Chissà perché. Due o tre volte ti ho scritto una lettera, poi, però, non l’ho spedita. Ma cosa importa, visto che noi ci pensiamo e, forse, continueremo a farlo ancora per lunghissimo tempo».

Quasi un decennio dopo, nel 1957, è come se la stessa conversazione proseguisse nelle parole di Paul Celan: «La vita non ci viene incontro, Ingeborg, attendere che ciò accada sarebbe per noi il modo meno adatto di esserci. Esserci, sì, questo noi possiamo e ne abbiamo il diritto. Esserci – l’uno per l’altro. E anche se sono soltanto poche parole, alla breve, una lettera, una volta al mese: il cuore saprà vivere».

Umberto Saba e Lina

Il carteggio tra Umberto Saba e Carolina Wölfler – la conosciamo come Lina – ripercorre una vita coniugale complicata non poco dall’omosessualità del poeta, mai dichiarata e dolorosamente convertita in una gelosia morbosa verso la moglie. L’ultima pagina, del 1956, vergata in una grafia fitta e spigolosa, contiene una promessa di suicidio – mai compiuta – che diventa un addio nel momento in cui la sorte vuole che sia lei a non sopravvivergli: «Lina mia, sei stata il caldo focolare della mia vita: la tua presenza nel mondo era tutto per me. Ma, specie negli ultimi tempi, soffrivo in un modo così disumano che se tu lo avessi compreso, mi avresti, potendolo, ucciso anche con un coltello da cucina. Era senza tregua e spaventoso. Non sono stato – lo so – un marito ideale; ma – ti giuro – non ho mai voluto farti del male. Mai, mai. […] Non so chi e quando ti leggerà questa lettera. Il mio non è stato, a propriamente parlare, un suicidio, ma la conseguenza naturale d’una malattia così spaventosa che non conduceva nemmeno alla morte. Bisognava che il malato stesso traesse da sé la sola possibile conseguenza».

Simone de Beauvoir e Paul Sartre

Tra le coppie letterarie più celebri, quella di Simone de Beauvoir e Paul Sartre è imperfetta, asimmetrica, ma retta da un sentimento necessario e inevitabile, capace di darsi la regola scritta dell’infedeltà come un dovere reciproco per tenere alla larga dalle menzogne, dai sotterfugi, dalle ipocrisie del matrimonio due persone che sanno di appartenersi.

Quando non sono insieme, il loro amore si esprime con parole appassionate. Simone de Beauvoir scrive a Paul Sartre, nel 1939: «Sono felice ogni volta che vedo qualcuno di nuovo, ma allo stesso tempo sono delusa, perché spero in un piacere che solo tu mi puoi dare. Vivo mutilata senza di te, amore mio. Non è esattamente doloroso, è triste. In tutto il mondo, solo tu conti per me».

Paul Sartre a Simone de Beauvoir, nel 1940: «Ti amo appassionatamente (nel senso pieno del termine). Non lo voglio dire ancora una volta perché l’espressione mi irrita, ma ricordalo bene, mia dolce, il mio piccolo fiore. Teneri baci per le tue piccole guance».

Anna Maria Ortese e Dario Bellezza

Per sfatare subito ogni equivoco, a legare Anna Maria Ortese e Dario Bellezza non è una storia d’amore, ma un’amicizia quasi fraterna. E non è forse l’amicizia l’espressione di amore più pura che sia mai esistita?

Nel 1986, Anna Maria Ortese scrive: «Carissimo Dario, in tutti questi ultimi mesi ho pensato spesso, assai spesso, a te; e in questi ultimi giorni, ti ho visto poi in una certa luce, che tu non immagini, ma molto bella. […] Non viaggiare troppo, se possibile. Se le Fate e i Folletti benefici (in cui credo) riappariranno – ti farò pervenire un diamante o uno zaffiro – dentro una noce. Ora, puoi perdonarmi per questa briciola di biscotto?».

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Leonardo Sciascia, cento anni sotto il segno dei libri

L’anno che è appena iniziato merita che lo si celebri per ricorrenze felici, come quella di oggi: il centenario della nascita di Leonardo Sciascia. L’8 gennaio 1921, veniva al mondo in un angolo di Sicilia di saline e zolfare, dove gli sarebbe potuto toccare un avvenire da sarto – seguendo le orme di uno zio – se la sorte non avesse avuto in serbo per lui altre trame.

«Autore: Leonardo Sciascia», scriveva sulla copertina di uno dei suoi primi quaderni di scuola, presagendo un destino luminoso tra i libri. Amava la scrittura, a partire dal piacere fisico per gli strumenti dello scrivere – i quaderni, le matite, le penne, l’inchiostro: «Curiosamente, dell’inchiostro ricordo anche il sapore. Forse qualche volta l’ho bevuto». Ma l’incontro decisivo con la letteratura avviene per il tramite del cinema: dodicenne, scopre Luigi Pirandello con Marcel L’Herbier, nella versione cinematografica muta di Il fu Mattia Pascal.

Leonardo Sciascia, una storia di chi resta

Pirandello lo avrebbe sempre accompagnato – nella cornice d’argento sullo scrittoio, accanto alla Lettera 22 e all’immancabile pacchetto di Benson & Hedges – offrendogli un modello di ricerca della verità attraverso la parola. Per Sciascia, lo scrittore è colui «che vive e fa vivere la verità, che estrae dal complesso il semplice, che sdoppia e raddoppia – per sé e per gli altri – il piacere di vivere. Anche quando rappresenta terribili cose».

Singolarmente, rispetto ai percorsi di successo che iniziano al sud per sbocciare altrove, la sua è una storia di chi resta. Tentato come tanti altri dalla fuga dalla Sicilia, non si è allontanato dalla terra d’origine mai per più di qualche mese di seguito, e anzi ne ha fatto punto di osservazione ideale e metafora del mondo.

Libri come fichidindia

Scrittore, saggista, giornalista, politico: Leonardo Sciascia è stato tante cose, ma a guardare la sua vita da un’angolazione meno nota, si può scoprire che molta ne ha spesa sui libri degli altri, attraverso il mestiere di editore. La sua avventura editoriale inizia nel 1945 a Caltanissetta, con un suo omonimo, Salvatore Sciascia, fondatore di una casa editrice e poi di una rivista, “Galleria”, di cui gli affida le sorti: è così che avvengono i primi e più importanti incontri letterari, con Calvino, Pasolini, Roversi, Romanò.

Dopo la stagione nissena, sarà definitivamente l’esperienza palermitana intrapresa con Enzo ed Elvira Sellerio – sin dalla fondazione della casa editrice, nel 1969 – a permettergli di coltivare la sua passione per l’editoria e realizzare così quell’«utopia editoriale» tutt’oggi sinonimo di eleganza e raffinatezza. Un tentativo più che riuscito di smentire la convinzione diffusa che «stampare libri in Sicilia è come coltivare fichidindia a Milano».

Sciascia e l’arte del risvolto

Per Sellerio, Sciascia è stato direttore editoriale, consigliere e lettore, consulente, ufficio stampa e capo delle pubbliche relazioni, persino esperto in questioni pratiche – stendeva schede per i venditori, redigeva rendiconti, abbozzava modelli di lettere contrattuali. Ma il suo più grande merito è di aver fissato lo stile della casa editrice, aver dato l’impronta nel trattare il libro: ha progettato collane votate alla perdurabilità e al recupero della memoria, sempre con la convinzione che la scelta di un libro da pubblicare fosse un atto di critica, di volta in volta esplicitato nel risvolto.

E proprio la scrittura dei testi editoriali – i paratesti, per dirla con Genette – è stata esercitata da Sciascia con perizia di artigiano: i suoi risvolti travalicano continuamente i margini di servizio e tendono a stabilire richiami tra un libro e l’altro. Li scriveva quasi tutti lui, anche quando si trattava di sue proprie opere, e interveniva sempre su quelli scritti dalla www.

Per chi ne ha avuto la fortuna, dev’essere stato sorprendente osservare Sciascia in casa editrice, intento a scrivere un risvolto di copertina: usava la sua grande stilografica – una Waterman con un enorme pennino d’oro – e vergava placidamente su un foglietto il suo commento. Lo faceva con una scrittura lentissima e spigolosa e una velocità di composizione, al contrario, inimmaginabile. Non rileggeva mai quello che aveva scritto. Dalla «felicità di far libri», che Leonardo Sciascia ha perseguito e realizzato, è possibile trarre insegnamento, prendendo in prestito proprio le parole di uno dei suoi risvolti – quello di Cere perse di Gesualdo Bufalino – che ci invita a ricercare libri godibilissimi, «del godimento particolare che dà la letteratura quando l’intelligenza e lo spirito vi si intessono».

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