Il secolo lungo di Giacomino

Il 25 giugno del 1901 nasceva Giacomo Debenedetti e il secolo che ha attraversato – e letto, scritto, interpretato – non sempre gli ha riconosciuto il merito per la traccia che ha impresso nella cultura letteraria italiana.

Complice la ricorrenza, quest’anno ho deciso di conoscerlo meglio e ho provato a ricostruire un suo ritratto dalle pagine (tante) che ho studiato e che restituiscono la misura dell’intellettuale e del maestro, dalla voce di chi ha avuto la fortuna di incontrarlo.

Un padre difficile

Una stanza foderata di libri, isolata dal resto della famiglia da una «pesante porta doppia, scopertamente proustiana, che papà aveva voluto a protezione del suo lavoro»: così appare lo studio di Giacomo Debenedetti agli occhi del figlio Antonio, che lo descrive – nella biografia Giacomino, tra i tipi di Bompiani – come un «venerato e un po’ misterioso genitore», «un individuo così asincrono» con quella sua «vocazione a rendersi l’esistenza impossibile per eccesso d’interiorità».

Un padre difficile, ma che aveva il dono di mettere in comunicazione le personalità che hanno segnato la storia culturale del nostro paese: le case che la famiglia Debenedetti ha abitato – a Torino prima e a Roma poi – sono state il ritrovo, e anche il rifugio, di Umberto Saba, Bobi Bazlen, Elsa Morante, Alberto Savinio, Giorgio Caproni, solo per citare i frequentatori abituali di quelle stanze.

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Una cosa molto vicina alla vita

Al mondo esistono persone in grado di irradiare luce, e altre, che quella luce sono capaci di catturarla, prima che si dissolva nelle spire del tempo. Vivian Maier apparteneva a questa seconda categoria di esseri umani, e in tutta la sua vita ha fatto dell’ombra il suo spazio esistenziale, il punto da cui accorgersi – non vista – degli istanti più luminosi delle vite degli altri.

Il cassetto dei calzini spaiati, Dai tuoi occhi solamente (Francesca Diotallevi)Fino a qualche giorno fa, poco o niente sapevo di lei, prima di immergermi in Dai tuoi occhi solamente di Francesca Diotallevi (Neri Pozza, 2018), uno di quei libri da cui non si torna indietro e che, mentre li attraversi, senti che qualcosa dentro di te è cambiato per sempre. Questa storia non ha la pretesa di essere una biografia accurata di Vivian Maier: l’intenzione dell’autrice, infatti, è stata di «tracciare non la vita, bensì l’immagine» di questa artista che si è dedicata alla fotografia «anima e corpo, custodendo però gelosamente il proprio lavoro senza mostrarlo o utilizzarlo per comunicare con il prossimo». Ora che l’ho conosciuta, vorrei poterle chiedere com’è che si fa a entrare dentro una vita senza fare troppo rumore, ma lasciando una traccia impossibile da cancellare.

«Custodisco le storie che le persone non sanno di vivere»: questa è l’espressione che meglio racchiude il profilo di Vivian Maier tracciato in queste pagine. Il suo talento era vegliare «sulle esistenze di quelli che la circondavano senza sfiorarle, senza interferire, comprendendo ciò che a loro stessi sfuggiva, il mistero di quella vita che passava come una folata di vento, e come il vento risultava altrettanto inafferrabile. A meno che non lo si imprimesse su una pellicola».

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