San Valentino nei carteggi letterari del Novecento

Se a San Valentino ci fosse ancora qualcuno disposto ad affidare a carta e inchiostro un messaggio d’amore, troverebbe di che nutrire la propria ispirazione nelle effusioni affettuose e le passioni tormentate che attraversano i carteggi della letteratura.

A rovistare nei cassetti della corrispondenza d’autore, si può scoprire come l’arte di scrivere lettere – e di attenderle, tra congetture e sospiri – diventi tanto più dolce quando è intonata con gli accenti della poesia.

Ed è proprio dalla penna dei poeti che sono fiorite le pagine più intense, per quell’alchimia che fonde l’ordinarietà del quotidiano con l’espressione lirica, tra le rapide e i tornanti dei legami d’amore.

Giorgio Caproni e Rina

Sono permeate di una tenera malinconia le lettere che Giorgio Caproni scrive alla moglie Rina – al secolo Rosa Rettagliata – nel 1941, mentre attende di tornare a casa dal fronte. Le sue parole sono affidate a una serie di fogli strappati da un blocco a quadretti: «Cara Rinuccia mia, ti mando un fiorellino colto in questi boschi stamani. Ti penso sempre con grandissima nostalgia. Sopporto con gioia il mio sacrificio presente, perché mi pare di spartire così con te il sacrificio tuo, della tua gravidanza. […] Io faccio la vita aspra dei soldati veri, non imboscati negli uffici. Quando mi sentirò stanco penserò a te, al tuo sacrificio, e ritroverò la mia forza».

Ingeborg Bachmann e Paul Celan

Un legame ben più tormentato unisce per tutta la vita Ingeborg Bachmann e Paul Celan, dopo aver conosciuto i giorni più felici nella primavera del 1948. Se è vero che tutti gli amanti parlano un codice segreto, il loro racconta in versi un amore che non riesce mai a essere sincrono: pur sapendo di essere destinati l’uno all’altra, non riescono mai a raggiungersi.

Scrive Ingeborg Bachmann a Paul Celan, nel 1949: «Caro, tu, sono molto contenta che questa lettera sia arrivata – ora anche io ti ho fatto attendere di nuovo così a lungo, assolutamente senza intenzione e senza un solo pensiero poco gentile. Tu stesso sai che talvolta può succedere. Chissà perché. Due o tre volte ti ho scritto una lettera, poi, però, non l’ho spedita. Ma cosa importa, visto che noi ci pensiamo e, forse, continueremo a farlo ancora per lunghissimo tempo».

Quasi un decennio dopo, nel 1957, è come se la stessa conversazione proseguisse nelle parole di Paul Celan: «La vita non ci viene incontro, Ingeborg, attendere che ciò accada sarebbe per noi il modo meno adatto di esserci. Esserci, sì, questo noi possiamo e ne abbiamo il diritto. Esserci – l’uno per l’altro. E anche se sono soltanto poche parole, alla breve, una lettera, una volta al mese: il cuore saprà vivere».

Umberto Saba e Lina

Il carteggio tra Umberto Saba e Carolina Wölfler – la conosciamo come Lina – ripercorre una vita coniugale complicata non poco dall’omosessualità del poeta, mai dichiarata e dolorosamente convertita in una gelosia morbosa verso la moglie. L’ultima pagina, del 1956, vergata in una grafia fitta e spigolosa, contiene una promessa di suicidio – mai compiuta – che diventa un addio nel momento in cui la sorte vuole che sia lei a non sopravvivergli: «Lina mia, sei stata il caldo focolare della mia vita: la tua presenza nel mondo era tutto per me. Ma, specie negli ultimi tempi, soffrivo in un modo così disumano che se tu lo avessi compreso, mi avresti, potendolo, ucciso anche con un coltello da cucina. Era senza tregua e spaventoso. Non sono stato – lo so – un marito ideale; ma – ti giuro – non ho mai voluto farti del male. Mai, mai. […] Non so chi e quando ti leggerà questa lettera. Il mio non è stato, a propriamente parlare, un suicidio, ma la conseguenza naturale d’una malattia così spaventosa che non conduceva nemmeno alla morte. Bisognava che il malato stesso traesse da sé la sola possibile conseguenza».

Simone de Beauvoir e Paul Sartre

Tra le coppie letterarie più celebri, quella di Simone de Beauvoir e Paul Sartre è imperfetta, asimmetrica, ma retta da un sentimento necessario e inevitabile, capace di darsi la regola scritta dell’infedeltà come un dovere reciproco per tenere alla larga dalle menzogne, dai sotterfugi, dalle ipocrisie del matrimonio due persone che sanno di appartenersi.

Quando non sono insieme, il loro amore si esprime con parole appassionate. Simone de Beauvoir scrive a Paul Sartre, nel 1939: «Sono felice ogni volta che vedo qualcuno di nuovo, ma allo stesso tempo sono delusa, perché spero in un piacere che solo tu mi puoi dare. Vivo mutilata senza di te, amore mio. Non è esattamente doloroso, è triste. In tutto il mondo, solo tu conti per me».

Paul Sartre a Simone de Beauvoir, nel 1940: «Ti amo appassionatamente (nel senso pieno del termine). Non lo voglio dire ancora una volta perché l’espressione mi irrita, ma ricordalo bene, mia dolce, il mio piccolo fiore. Teneri baci per le tue piccole guance».

Anna Maria Ortese e Dario Bellezza

Per sfatare subito ogni equivoco, a legare Anna Maria Ortese e Dario Bellezza non è una storia d’amore, ma un’amicizia quasi fraterna. E non è forse l’amicizia l’espressione di amore più pura che sia mai esistita?

Nel 1986, Anna Maria Ortese scrive: «Carissimo Dario, in tutti questi ultimi mesi ho pensato spesso, assai spesso, a te; e in questi ultimi giorni, ti ho visto poi in una certa luce, che tu non immagini, ma molto bella. […] Non viaggiare troppo, se possibile. Se le Fate e i Folletti benefici (in cui credo) riappariranno – ti farò pervenire un diamante o uno zaffiro – dentro una noce. Ora, puoi perdonarmi per questa briciola di biscotto?».

Leggi anche su Style Magazine Italia →

Una genuina felicità di scrivere

«Quel che ricordo con chiarezza dell’avere sedici anni è che si trattava di un’età particolarmente angosciante […]. Ricordo anche una tremenda e frustrante irritazione verso tutto ciò che leggevo in quel periodo – sa il cielo di cosa si trattava, a giudicare da certi libri che ho conservato –, tanto che una sera presi una decisione: dal momento che non esisteva al mondo nessun libro che valesse la pena di leggere, ne avrei scritto uno io

Shirley Jackson, La luna di miele di Mrs. Smith

È una gran fortuna che Shirley Jackson abbia tenuto fede al suo proposito per il resto della vita, regalandoci pagine straordinarie che continuano a saltare fuori da scatoloni impolverati.

I racconti che troverete dentro La luna di miele di Mrs. Smith fanno parte di una raccolta più ampia, in corso di pubblicazione per Adelphi, e sono stati scritti tra gli anni Trenta e Sessanta del Novecento, un momento storico in cui una donna avrebbe potuto essere abituata a credere troppo poco in sé stessa per lasciare la sua voce libera di esprimersi. È una gioia poter ritrovare quella di Shirley Jackson tra queste pagine, che miscelano alla perfezione ironia, inquietudine e una genuina felicità di scrivere.

Mi piace immaginarla – in tutte le ore della giornata che riusciva a ritagliarsi dalla cura della casa e dei figli – seduta alla sua macchina da scrivere, a picchiare sui tasti fino a notte fonda. E sorrido all’idea che mi sono fatta – non troppo lontana dalla realtà, credo – che lei stessa, come i suoi personaggi, sia stata solleticata di tanto in tanto dal desiderio di liberarsi di tutti e scappare lontano.

Leggete Shirley Jackson per ritrovare la sua intelligenza che sa smascherare i meccanismi con i quali deformiamo la realtà che ci sta stretta; leggetela per guardare con un po’ di sano cinismo alle idiozie che ci raccontiamo ogni giorno per andare avanti. Avvicinatevi a Shirley Jackson e vi prometto che – se l’avete perso – ritroverete il piacere di leggere.

Leonardo Sciascia, cento anni sotto il segno dei libri

L’anno che è appena iniziato merita che lo si celebri per ricorrenze felici, come quella di oggi: il centenario della nascita di Leonardo Sciascia. L’8 gennaio 1921, veniva al mondo in un angolo di Sicilia di saline e zolfare, dove gli sarebbe potuto toccare un avvenire da sarto – seguendo le orme di uno zio – se la sorte non avesse avuto in serbo per lui altre trame.

«Autore: Leonardo Sciascia», scriveva sulla copertina di uno dei suoi primi quaderni di scuola, presagendo un destino luminoso tra i libri. Amava la scrittura, a partire dal piacere fisico per gli strumenti dello scrivere – i quaderni, le matite, le penne, l’inchiostro: «Curiosamente, dell’inchiostro ricordo anche il sapore. Forse qualche volta l’ho bevuto». Ma l’incontro decisivo con la letteratura avviene per il tramite del cinema: dodicenne, scopre Luigi Pirandello con Marcel L’Herbier, nella versione cinematografica muta di Il fu Mattia Pascal.

Leonardo Sciascia, una storia di chi resta

Pirandello lo avrebbe sempre accompagnato – nella cornice d’argento sullo scrittoio, accanto alla Lettera 22 e all’immancabile pacchetto di Benson & Hedges – offrendogli un modello di ricerca della verità attraverso la parola. Per Sciascia, lo scrittore è colui «che vive e fa vivere la verità, che estrae dal complesso il semplice, che sdoppia e raddoppia – per sé e per gli altri – il piacere di vivere. Anche quando rappresenta terribili cose».

Singolarmente, rispetto ai percorsi di successo che iniziano al sud per sbocciare altrove, la sua è una storia di chi resta. Tentato come tanti altri dalla fuga dalla Sicilia, non si è allontanato dalla terra d’origine mai per più di qualche mese di seguito, e anzi ne ha fatto punto di osservazione ideale e metafora del mondo.

Libri come fichidindia

Scrittore, saggista, giornalista, politico: Leonardo Sciascia è stato tante cose, ma a guardare la sua vita da un’angolazione meno nota, si può scoprire che molta ne ha spesa sui libri degli altri, attraverso il mestiere di editore. La sua avventura editoriale inizia nel 1945 a Caltanissetta, con un suo omonimo, Salvatore Sciascia, fondatore di una casa editrice e poi di una rivista, “Galleria”, di cui gli affida le sorti: è così che avvengono i primi e più importanti incontri letterari, con Calvino, Pasolini, Roversi, Romanò.

Dopo la stagione nissena, sarà definitivamente l’esperienza palermitana intrapresa con Enzo ed Elvira Sellerio – sin dalla fondazione della casa editrice, nel 1969 – a permettergli di coltivare la sua passione per l’editoria e realizzare così quell’«utopia editoriale» tutt’oggi sinonimo di eleganza e raffinatezza. Un tentativo più che riuscito di smentire la convinzione diffusa che «stampare libri in Sicilia è come coltivare fichidindia a Milano».

Sciascia e l’arte del risvolto

Per Sellerio, Sciascia è stato direttore editoriale, consigliere e lettore, consulente, ufficio stampa e capo delle pubbliche relazioni, persino esperto in questioni pratiche – stendeva schede per i venditori, redigeva rendiconti, abbozzava modelli di lettere contrattuali. Ma il suo più grande merito è di aver fissato lo stile della casa editrice, aver dato l’impronta nel trattare il libro: ha progettato collane votate alla perdurabilità e al recupero della memoria, sempre con la convinzione che la scelta di un libro da pubblicare fosse un atto di critica, di volta in volta esplicitato nel risvolto.

E proprio la scrittura dei testi editoriali – i paratesti, per dirla con Genette – è stata esercitata da Sciascia con perizia di artigiano: i suoi risvolti travalicano continuamente i margini di servizio e tendono a stabilire richiami tra un libro e l’altro. Li scriveva quasi tutti lui, anche quando si trattava di sue proprie opere, e interveniva sempre su quelli scritti dalla www.

Per chi ne ha avuto la fortuna, dev’essere stato sorprendente osservare Sciascia in casa editrice, intento a scrivere un risvolto di copertina: usava la sua grande stilografica – una Waterman con un enorme pennino d’oro – e vergava placidamente su un foglietto il suo commento. Lo faceva con una scrittura lentissima e spigolosa e una velocità di composizione, al contrario, inimmaginabile. Non rileggeva mai quello che aveva scritto. Dalla «felicità di far libri», che Leonardo Sciascia ha perseguito e realizzato, è possibile trarre insegnamento, prendendo in prestito proprio le parole di uno dei suoi risvolti – quello di Cere perse di Gesualdo Bufalino – che ci invita a ricercare libri godibilissimi, «del godimento particolare che dà la letteratura quando l’intelligenza e lo spirito vi si intessono».

Leggi anche su Style Magazine Italia →

Elsa Morante, 35 anni senza un’anima poeta

Se Elsa Morante, di cui oggi ricorrono i 35 anni dalla morte, avesse avuto nove vite, come i suoi amati gatti, sarebbe ancora tra noi e saprebbe trovare la chiave per raccontare l’oscurità di questi tempi inquieti. Degli amici felini, però, ha condiviso la dimestichezza con il mistero e la straordinaria capacità di ammaliare, fino al giorno in cui – il 25 novembre del 1985 – ci ha lasciati.

Nata nel sole di agosto, la sua anima ha illuminato il Novecento con un fuoco di tramonto, e dalla sua penna è fiorita una scrittura capace di travalicare il confine della poesia, perché pronta ad accogliere e vivere la realtà senza mezze misure. Ricercare la realtà, per Elsa Morante ha sempre significato andare incontro alla «sostanza profonda e viva delle cose» attraverso la verità della parola, l’esattezza dell’espressione scritta – seppure di storie immaginate.

Un tavolino tutto per sé

Presupposto per la ricerca di questa realtà – scontato oggi, forse, ma non ancora negli anni in cui Elsa Morante iniziava a esplorare la sua voce – è disporre di uno spazio in cui esercitarla: «Avere cioè un poco di pace e un tavolino tutto per me».

Ciascuna delle sue opere può essere ricondotta alla stanza in cui ha preso forma: dalla cameretta dell’infanzia nel quartiere popolare romano di Testaccio – dove un quaderno a righe di terza elementare diventa Il mio primo libro. Narra la Storia di una bambola, con tanto di indicazione del prezzo di 2,10 lire; passando per i pensionati e le camere ammobiliate dei primi faticosissimi tentativi di indipendenza – il periodo delle fiabe e i racconti per il “Corriere dei piccoli”; fino alla stabilità degli spazi abitati dopo il matrimonio con Alberto Moravia, soprattutto lo studio in via dell’Oca – dove, con Menzogna e sortilegio, può avere inizio la sua storia di autrice.

Il laboratorio vivo

Manca solo la finestra affacciata sui sampietrini di Piazza del Popolo, nella ricostruzione permanente della stanza di Elsa, ospitata dalla Biblioteca nazionale centrale di Roma, ma c’è la scrivania, la lampada, il tappeto, ci sono i suoi libri e la poltrona per accogliere chi ha avuto il privilegio di esserle amico. Tra un miagolio e un movimento di sonata di Mozart, sembra di vederla – la penna in mano, la sigaretta nell’altra – china sui quaderni e i grandi album da disegno che compilava a facciate alterne con la sua grafia minuta: una pagina per la scrittura, il verso lasciato bianco per una successiva revisione. Usava inchiostri diversi per ciascuna stesura, il pennarello rosso per le correzioni, a volte la penna verde per gli ultimi ritocchi. La stanza di Elsa conserva le serie di quaderni autografi, tutti uguali tra loro ma diversi per ciascuna opera e così, seguendo i dorsi e i fogli che migrano dall’una all’altra, è possibile percepire il laboratorio della scrittrice come qualcosa di vivo.

La verità di Elsa Morante

Le carte, i libri, i dischi, tutto ciò che riempie lo spazio di Elsa Morante racconta il suo percorso artistico e l’amoroso lavoro di limine a cui ha sottoposto la sua urgenza di scrivere. Ma il ritratto più vicino al suo appassionato modo di esistere è quello consegnato alla storia da chi l’ha conosciuta, soprattutto nei difetti, che lei stessa sentiva e si rimproverava: «La pedanteria, il dispotismo, l’incapacità di dimenticare e dimenticarsi, il bisogno di dar sempre lezione, la manìa di mettere i puntini sugli i e di far da gendarme delle idee proprie e di quelle altrui», prendendo in prestito le parole di Cesare Garboli.

Per celebrarla all’insegna di quella verità che lei stessa avrebbe sempre scelto, uno dei possibili sentieri conduce alle sue pagine meno note: le raccolte Pro o contro la bomba atomica o Il mondo salvato dai ragazzini, o ancora la rete di corrispondenze documentata nella raccolta – già introvabile – L’amata.

Trentacinque anni dopo averci lasciati, Elsa Morante ci chiede ancora di resistere alla tentazione di smussare i suoi spigoli attraverso la lente del ricordo, e ci invita a non aver paura di arrivare fino alle sue parole ultime, nella consapevolezza – sempre lucida, mai rassegnata – che la grandezza si paga con il dolore.

Leggi anche su Style Magazine Italia →

«Editoria e no»: 87 anni della casa editrice Einaudi

Quello di fare i libri è un mestiere che, da sempre, ha a che fare con il resistere. Ma se c’è un’esperienza editoriale che più di altre lo dimostra, è quella della casa editrice Einaudi, che celebra oggi 87 anni di attività. Iniziava un mercoledì, il 15 novembre 1933, e di lì a qualche anno mercoledì sarebbe diventato sinonimo di un certo modo di progettare e discutere l’editoria, in memoria delle riunioni che si tenevano ogni settimana, dalle cinque del pomeriggio fino a sera inoltrata, attorno al tavolo ovale di via Biancamano.

L’esperienza di Einaudi è stata storia collettiva, perché capace di tenere insieme tante e diverse intelligenze, e anche resistenza, dove resistere – specie nei primi anni dell’impresa editoriale – è coinciso con un’ostinazione a rimanere vivi e continuare a lavorare, persino sotto i colpi della guerra.

La scrivania di Pavese

È ancora nitida l’immagine di Cesare Pavese che, l’indomani di un bombardamento su Torino, arriva in casa editrice, tra i calcinacci, e spolvera la sua scrivania per mettersi al lavoro. Così lo ricorda Giulio Einaudi: «Traduceva e sgobbava, sgobbava e traduceva» e, fino alla sua morte, quella scrivania è stata il cuore pulsante della casa editrice Einaudi. Quando c’era lui, il tavolo ovale non esisteva ancora, e le riunioni del mercoledì si tenevano nel suo piccolo ufficio. Per Einaudi, Pavese è stato redattore, traduttore, direttore editoriale e di collana – oltre che autore. Come ricorda Severino Cesari: «Nel 1950, la Giulio Einaudi editore era in buona sostanza la Cesare Pavese editore».

«Editoria e no»

La dedizione e le scelte di Pavese – di cui quest’anno ricorrono i 70 anni dalla morte – hanno contribuito a definire e a consolidare l’identità della casa editrice, attraverso una partecipazione diretta e personale alla costruzione del catalogo, dell’immagine, del progetto editoriale. Una missione che si riassume, per usare le parole di Giulio Einaudi, nell’espressione «editoria e no», ossia il rifiuto di un modo di fare libri basato sulla vacuità, in favore della costruzione di un percorso capace di lasciare una traccia nel tempo. La selezione dei testi, la cura redazionale e tipografica, l’esercizio della difficile arte di mettere i libri l’uno accanto all’altro: tutti gli sforzi del cervello collettivo della casa editrice hanno perseguito l’obiettivo di costruire, titolo dopo titolo, una successione dotata di armonia e ritmo.

Lo spettacolo della lettura

Ma l’aspirazione a fare bene i libri da sola non basta, se poi non si trova la strada per farli arrivare ai lettori. È così che in casa editrice Einaudi nasce l’esigenza di escogitare trovate fantasiose per far conoscere il progetto al pubblico, o di costruire un pubblico, se necessario. Dal «Bollettino di Informazioni culturali» – a cura di Pavese e che più avanti assumerà la forma del «Notiziario Einaudi», sotto la direzione di Italo Calvino – alle attività della «Settimana del Libro Einaudi», passando per la ricerca dei lettori in provincia, con gli «argentei autolibri Einaudi» e gli «scooterlibri Einaudi» che giravano a vendere libri nelle cittadine e nei paesi sperduti dove non c’erano librerie, fino all’organizzazione di lanci spettacolari, come per L’orologio di Carlo Levi, con le vetrine delle librerie colme di orologi grandi e piccoli, sveglie e orologi a pendolo.

87 anni dopo quel primo mercoledì, l’auspicio è che si riesca a conservare traccia di quegli antichi splendori, per continuare la missione del suo fondatore: non tradire «il lettore che si fida di ogni libro che fai».

Leggi anche su Style Magazine Italia →