Quattro

Vintage radio

Quattro vecchi amici intorno a un tavolo. La solita coppia: lui, eccentrico e padrone dell’attenzione, guai a cercare di soffiargli il centro della scena; lei pende dalle sue labbra, qualunque cosa dica, faccia o stia per pensare. Un bicchiere alcolico frizzante con ghiaccio, e una bevanda senza zucchero con la cannuccia mangiucchiata. Una vita trascorsa tra battibecchi in sincronia irritante, e scambiarsi l’un l’altra scaramucce in contrappunto, con quella che il tempo insieme ha reso una voce sola.

A mitigare il cinguettio appena isterico degli amanti è l’anziano del gruppo, voce grossa e ventre rotondo. Ha una folta barba che inizia a diventare bianca, e tra i baffi qualche briciola di nocciolina tostata. Ha visto quei due diventare grandi e continuare a rincorrersi, in un’altalena di stati d’animo insopportabile, se solo non ci fosse così tanto affezionato. Sarà per quegli occhi lucidi e più blu del mare, perché il destino lo ha derubato dell’altra metà della propria anima: è pura malinconia personificata.

Ma se non fosse per lei, i tre sarebbero ombre disperse in balìa dei propri sentimenti. C’è chi dice sia una zitella puntigliosa, e si infastidisce per quella pelle levigata, per cui riuscire ad azzardare un’età è scommessa persa a priori. Forse è vero che ha un cuore appena inaridito, ma basta un boccone delle sue crostate per capire che conserva ancora un po’ di capacità di amare. Il suo compito è puntare la sveglia al mattino perché abbia inizio una nuova giornata, e ogni tanto fare la voce grossa per riportare tutti coi piedi per terra.

Annunci

Lumache verso sud

Valigia strapiena

Riconosceresti tra mille un treno che viaggia verso il sud. Anche senza controllare il tabellone delle partenze, non è difficile scorgere i lineamenti della terra da cui sei andato via nei gesti e nei suoni di chi, come te, vi fa ritorno a intervalli più o meno regolari. Sono questi viaggi a ricordarti ogni volta chi sei, da dove sei saltato fuori, e forse anche perché a un certo punto sei fuggito via a gambe levate.

I treni che cigolano verso il mare non solo sono i più vecchi della stazione, con i finestrini bloccati, l’impianto di aerazione guasto e i sedili sporchi e malandati. Li riconosci perché sono sempre i più stanchi. Si trascinano sui binari arrugginiti, sbuffando sotto il peso dei chilometri da percorrere, malinconici come noi che continuiamo a rincorrerci su e giù tra le stagioni della nostra vita. Noi che quei treni obsoleti li odiamo perché fanno schifo e li amiamo perché ci riportano tra gli abbracci di chi abbiamo lasciato lontano. Noi che partiamo con l’impazienza di arrivare e arriviamo già con la voglia di ripartire. Noi che riempiamo quelle ore di attesa con scorte di vivande da sopravvivere alle carestie. Noi che diamo una colonna sonora a ogni viaggio e cerchiamo di mettere a tacere i pensieri dentro le pagine di un libro, per non rischiare di perderci prima ancora di essere arrivati.

Ci riconosci perché abbiamo qualcosa che non sapresti dire che ci rende tutti uguali, noi che dal sud veniamo e ritorniamo. Noi che siamo fedeli alla Settimana enigmistica finché morte non ci separi, ma non sapremmo portare a termine un Bartezzaghi nemmeno moltiplicando per tre la durata del nostro viaggio. Noi che ci piace lasciare i discorsi incompleti e scarabocchiare improbabili ritratti della signora seduta di fronte, mentre fiutiamo dalla sua borsa frigo le cotolette che cercherà di offrirci per tutto il viaggio. Noi che abbiamo bisogno di sedici parole in più rispetto alla media per esprimere un concetto in maniera efficace. Noi che dilatiamo le vocali e siamo generosi di consonanti a inizio di parola. Noi che facciamo un uso politicamente scorretto delle h per rafforzare il peso delle consonanti dentali. Noi che piangiamo la povertà e la bellezza della terra da cui veniamo, ma l’unico cambiamento di cui siamo capaci è levarci di torno prima che sia troppo tardi. Noi che l’unica battaglia in cui siamo capaci di credere è quella contro il tempo.

Il tempo, sì, perché noi che siamo figli delle cose lente e dei sapori autentici, dobbiamo sempre fare i conti con quel tictac inesorabile che si muove a velocità diverse nei mondi che ogni volta decidiamo di abitare. Il tempo che abbiamo perso e quello che cerchiamo di guadagnare correndo veloce più degli altri, il tempo spietato che ci illudiamo di prendere per le briglie solo nel momento in cui siamo semplicemente intenti ad andare.

Ci portiamo dentro tutto questo, chi in silenzio composto, chi in maniera decisamente più rumorosa e sgraziata. Puoi annusarcelo addosso e vederlo impresso nei nostri passi, sempre nervosi e alla ricerca di un posto che somigli il più possibile all’idea che abbiamo di casa. E se ancora non dovessi averci riconosciuti, da’ un’occhiata ai nostri bagagli per fugare ogni dubbio: di rado sono meno di un paio, e sempre stracolmi di molto più di quanto abbiamo bisogno. Come se, a forza di cercarla, quella casa, tentassimo di portarcela dietro, sulle spalle. Come le lumache.