L’odore dell’acqua

Un paio di primavere fa scrivevo su la tua fottuta musica alternativa.

Dev’esserci una ragione precisa se amiamo le giornate di pioggia interminabile, quando il cielo si scolorisce di grigio e il tempo scivola a rallentatore dentro lo scroscio delle ruote sull’asfalto bagnato. Che ci si trovi per strada al riparo sotto un ombrello colorato, o dietro il vetro della finestra ad ascoltare il ritmo delle gocce ostinate, il bello di gustarsi la magia dell’acqua che cade è quel senso di empatia con l’umore del cielo, che ci fa sorridere anche con i calzini inzuppati.

I pomeriggi capricciosi di questa strana primavera fanno bene allo spirito e al cuore, perché ci concedono di crogiolarci dentro un po’ di sana nostalgia, non importa se per qualcosa che è accaduto o che deve ancora arrivare. E per non correre il rischio di lasciare spazio a un pensiero triste, l’antidoto migliore è sempre un buon libro, un disco ripescato tra ricordi lontani, una tazza di tè caldo profumato e un quadretto di cioccolato da sporcarsi le labbra. Poi, quando il temporale è passato, arriva il momento di sciogliere i capelli e i pensieri e andare ad annusare l’odore di pioggia lungo le strade. Cercando di non perdere la pazienza se al ritorno, dopo aver saltellato con le galosce tra le pozzanghere infangate, ci accorgiamo di non avere più lo zerbino di fronte alla porta di casa.

Lumache verso sud

Valigia strapiena

Riconosceresti tra mille un treno che viaggia verso il sud. Anche senza controllare il tabellone delle partenze, non è difficile scorgere i lineamenti della terra da cui sei andato via nei gesti e nei suoni di chi, come te, vi fa ritorno a intervalli più o meno regolari. Sono questi viaggi a ricordarti ogni volta chi sei, da dove sei saltato fuori, e forse anche perché a un certo punto sei fuggito via a gambe levate.

I treni che cigolano verso il mare non solo sono i più vecchi della stazione, con i finestrini bloccati, l’impianto di aerazione guasto e i sedili sporchi e malandati. Li riconosci perché sono sempre i più stanchi. Si trascinano sui binari arrugginiti, sbuffando sotto il peso dei chilometri da percorrere, malinconici come noi che continuiamo a rincorrerci su e giù tra le stagioni della nostra vita. Noi che quei treni obsoleti li odiamo perché fanno schifo e li amiamo perché ci riportano tra gli abbracci di chi abbiamo lasciato lontano. Noi che partiamo con l’impazienza di arrivare e arriviamo già con la voglia di ripartire. Noi che riempiamo quelle ore di attesa con scorte di vivande da sopravvivere alle carestie. Noi che diamo una colonna sonora a ogni viaggio e cerchiamo di mettere a tacere i pensieri dentro le pagine di un libro, per non rischiare di perderci prima ancora di essere arrivati.

Ci riconosci perché abbiamo qualcosa che non sapresti dire che ci rende tutti uguali, noi che dal sud veniamo e ritorniamo. Noi che siamo fedeli alla Settimana enigmistica finché morte non ci separi, ma non sapremmo portare a termine un Bartezzaghi nemmeno moltiplicando per tre la durata del nostro viaggio. Noi che ci piace lasciare i discorsi incompleti e scarabocchiare improbabili ritratti della signora seduta di fronte, mentre fiutiamo dalla sua borsa frigo le cotolette che cercherà di offrirci per tutto il viaggio. Noi che abbiamo bisogno di sedici parole in più rispetto alla media per esprimere un concetto in maniera efficace. Noi che dilatiamo le vocali e siamo generosi di consonanti a inizio di parola. Noi che facciamo un uso politicamente scorretto delle h per rafforzare il peso delle consonanti dentali. Noi che piangiamo la povertà e la bellezza della terra da cui veniamo, ma l’unico cambiamento di cui siamo capaci è levarci di torno prima che sia troppo tardi. Noi che l’unica battaglia in cui siamo capaci di credere è quella contro il tempo.

Il tempo, sì, perché noi che siamo figli delle cose lente e dei sapori autentici, dobbiamo sempre fare i conti con quel tictac inesorabile che si muove a velocità diverse nei mondi che ogni volta decidiamo di abitare. Il tempo che abbiamo perso e quello che cerchiamo di guadagnare correndo veloce più degli altri, il tempo spietato che ci illudiamo di prendere per le briglie solo nel momento in cui siamo semplicemente intenti ad andare.

Ci portiamo dentro tutto questo, chi in silenzio composto, chi in maniera decisamente più rumorosa e sgraziata. Puoi annusarcelo addosso e vederlo impresso nei nostri passi, sempre nervosi e alla ricerca di un posto che somigli il più possibile all’idea che abbiamo di casa. E se ancora non dovessi averci riconosciuti, da’ un’occhiata ai nostri bagagli per fugare ogni dubbio: di rado sono meno di un paio, e sempre stracolmi di molto più di quanto abbiamo bisogno. Come se, a forza di cercarla, quella casa, tentassimo di portarcela dietro, sulle spalle. Come le lumache.