Capita più di qualche volta nella vita di imbattersi nella sensazione di essere spezzati, di non riuscire a mettere d’accordo le parti della nostra anima che reclamano attenzione. E se c’è un momento in cui è più facile avere accesso a questi anfratti impervi, è il sogno con la sua atmosfera rarefatta. Provare a immaginare che effetto fa trovarsi faccia a faccia con i propri nessuno e centomila è all’incirca quello che accade leggendo l’esordio narrativo dell’autrice romana Marita Bartolazzi, La donna che pensava di essere triste (Exòrma, 2017) che trova il fulcro nella divagazione onirica e arricchisce il prezioso catalogo dell’editore, dedito all’esplorazione del viaggio in tutte le sue declinazioni.
Protagonista della storia è una donna che non ha altro nome né connotazione se non il pensare di essere triste. «La sua tristezza aveva forma di tondi e di losanghe e, attraverso quelle losanghe e quei tondi, lei la guardava come fosse un panorama, o uno scorcio di paesaggio da sbirciare dall’alto»: più che un ineffabile stato d’animo, la tristezza assume qui i contorni di un oggetto tangibile, geometrico, diventa una porzione dell’esistente, un quartiere da abitare e ha un inventario di regole e situazioni, cibi, rumori, colori e indumenti che possano definirla e renderla percettibile attraverso tutti e cinque i sensi.


