Elsa Morante, 35 anni senza un’anima poeta

Se Elsa Morante, di cui oggi ricorrono i 35 anni dalla morte, avesse avuto nove vite, come i suoi amati gatti, sarebbe ancora tra noi e saprebbe trovare la chiave per raccontare l’oscurità di questi tempi inquieti. Degli amici felini, però, ha condiviso la dimestichezza con il mistero e la straordinaria capacità di ammaliare, fino al giorno in cui – il 25 novembre del 1985 – ci ha lasciati.

Nata nel sole di agosto, la sua anima ha illuminato il Novecento con un fuoco di tramonto, e dalla sua penna è fiorita una scrittura capace di travalicare il confine della poesia, perché pronta ad accogliere e vivere la realtà senza mezze misure. Ricercare la realtà, per Elsa Morante ha sempre significato andare incontro alla «sostanza profonda e viva delle cose» attraverso la verità della parola, l’esattezza dell’espressione scritta – seppure di storie immaginate.

Un tavolino tutto per sé

Presupposto per la ricerca di questa realtà – scontato oggi, forse, ma non ancora negli anni in cui Elsa Morante iniziava a esplorare la sua voce – è disporre di uno spazio in cui esercitarla: «Avere cioè un poco di pace e un tavolino tutto per me».

Ciascuna delle sue opere può essere ricondotta alla stanza in cui ha preso forma: dalla cameretta dell’infanzia nel quartiere popolare romano di Testaccio – dove un quaderno a righe di terza elementare diventa Il mio primo libro. Narra la Storia di una bambola, con tanto di indicazione del prezzo di 2,10 lire; passando per i pensionati e le camere ammobiliate dei primi faticosissimi tentativi di indipendenza – il periodo delle fiabe e i racconti per il “Corriere dei piccoli”; fino alla stabilità degli spazi abitati dopo il matrimonio con Alberto Moravia, soprattutto lo studio in via dell’Oca – dove, con Menzogna e sortilegio, può avere inizio la sua storia di autrice.

Il laboratorio vivo

Manca solo la finestra affacciata sui sampietrini di Piazza del Popolo, nella ricostruzione permanente della stanza di Elsa, ospitata dalla Biblioteca nazionale centrale di Roma, ma c’è la scrivania, la lampada, il tappeto, ci sono i suoi libri e la poltrona per accogliere chi ha avuto il privilegio di esserle amico. Tra un miagolio e un movimento di sonata di Mozart, sembra di vederla – la penna in mano, la sigaretta nell’altra – china sui quaderni e i grandi album da disegno che compilava a facciate alterne con la sua grafia minuta: una pagina per la scrittura, il verso lasciato bianco per una successiva revisione. Usava inchiostri diversi per ciascuna stesura, il pennarello rosso per le correzioni, a volte la penna verde per gli ultimi ritocchi. La stanza di Elsa conserva le serie di quaderni autografi, tutti uguali tra loro ma diversi per ciascuna opera e così, seguendo i dorsi e i fogli che migrano dall’una all’altra, è possibile percepire il laboratorio della scrittrice come qualcosa di vivo.

La verità di Elsa Morante

Le carte, i libri, i dischi, tutto ciò che riempie lo spazio di Elsa Morante racconta il suo percorso artistico e l’amoroso lavoro di limine a cui ha sottoposto la sua urgenza di scrivere. Ma il ritratto più vicino al suo appassionato modo di esistere è quello consegnato alla storia da chi l’ha conosciuta, soprattutto nei difetti, che lei stessa sentiva e si rimproverava: «La pedanteria, il dispotismo, l’incapacità di dimenticare e dimenticarsi, il bisogno di dar sempre lezione, la manìa di mettere i puntini sugli i e di far da gendarme delle idee proprie e di quelle altrui», prendendo in prestito le parole di Cesare Garboli.

Per celebrarla all’insegna di quella verità che lei stessa avrebbe sempre scelto, uno dei possibili sentieri conduce alle sue pagine meno note: le raccolte Pro o contro la bomba atomica o Il mondo salvato dai ragazzini, o ancora la rete di corrispondenze documentata nella raccolta – già introvabile – L’amata.

Trentacinque anni dopo averci lasciati, Elsa Morante ci chiede ancora di resistere alla tentazione di smussare i suoi spigoli attraverso la lente del ricordo, e ci invita a non aver paura di arrivare fino alle sue parole ultime, nella consapevolezza – sempre lucida, mai rassegnata – che la grandezza si paga con il dolore.

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«Editoria e no»: 87 anni della casa editrice Einaudi

Quello di fare i libri è un mestiere che, da sempre, ha a che fare con il resistere. Ma se c’è un’esperienza editoriale che più di altre lo dimostra, è quella della casa editrice Einaudi, che celebra oggi 87 anni di attività. Iniziava un mercoledì, il 15 novembre 1933, e di lì a qualche anno mercoledì sarebbe diventato sinonimo di un certo modo di progettare e discutere l’editoria, in memoria delle riunioni che si tenevano ogni settimana, dalle cinque del pomeriggio fino a sera inoltrata, attorno al tavolo ovale di via Biancamano.

L’esperienza di Einaudi è stata storia collettiva, perché capace di tenere insieme tante e diverse intelligenze, e anche resistenza, dove resistere – specie nei primi anni dell’impresa editoriale – è coinciso con un’ostinazione a rimanere vivi e continuare a lavorare, persino sotto i colpi della guerra.

La scrivania di Pavese

È ancora nitida l’immagine di Cesare Pavese che, l’indomani di un bombardamento su Torino, arriva in casa editrice, tra i calcinacci, e spolvera la sua scrivania per mettersi al lavoro. Così lo ricorda Giulio Einaudi: «Traduceva e sgobbava, sgobbava e traduceva» e, fino alla sua morte, quella scrivania è stata il cuore pulsante della casa editrice Einaudi. Quando c’era lui, il tavolo ovale non esisteva ancora, e le riunioni del mercoledì si tenevano nel suo piccolo ufficio. Per Einaudi, Pavese è stato redattore, traduttore, direttore editoriale e di collana – oltre che autore. Come ricorda Severino Cesari: «Nel 1950, la Giulio Einaudi editore era in buona sostanza la Cesare Pavese editore».

«Editoria e no»

La dedizione e le scelte di Pavese – di cui quest’anno ricorrono i 70 anni dalla morte – hanno contribuito a definire e a consolidare l’identità della casa editrice, attraverso una partecipazione diretta e personale alla costruzione del catalogo, dell’immagine, del progetto editoriale. Una missione che si riassume, per usare le parole di Giulio Einaudi, nell’espressione «editoria e no», ossia il rifiuto di un modo di fare libri basato sulla vacuità, in favore della costruzione di un percorso capace di lasciare una traccia nel tempo. La selezione dei testi, la cura redazionale e tipografica, l’esercizio della difficile arte di mettere i libri l’uno accanto all’altro: tutti gli sforzi del cervello collettivo della casa editrice hanno perseguito l’obiettivo di costruire, titolo dopo titolo, una successione dotata di armonia e ritmo.

Lo spettacolo della lettura

Ma l’aspirazione a fare bene i libri da sola non basta, se poi non si trova la strada per farli arrivare ai lettori. È così che in casa editrice Einaudi nasce l’esigenza di escogitare trovate fantasiose per far conoscere il progetto al pubblico, o di costruire un pubblico, se necessario. Dal «Bollettino di Informazioni culturali» – a cura di Pavese e che più avanti assumerà la forma del «Notiziario Einaudi», sotto la direzione di Italo Calvino – alle attività della «Settimana del Libro Einaudi», passando per la ricerca dei lettori in provincia, con gli «argentei autolibri Einaudi» e gli «scooterlibri Einaudi» che giravano a vendere libri nelle cittadine e nei paesi sperduti dove non c’erano librerie, fino all’organizzazione di lanci spettacolari, come per L’orologio di Carlo Levi, con le vetrine delle librerie colme di orologi grandi e piccoli, sveglie e orologi a pendolo.

87 anni dopo quel primo mercoledì, l’auspicio è che si riesca a conservare traccia di quegli antichi splendori, per continuare la missione del suo fondatore: non tradire «il lettore che si fida di ogni libro che fai».

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Non bisogna mai scherzare con la Storia

Georges Perec, L’attentato di Sarajevo (nottetempo)Esistono innumerevoli modi per dirsi addio, così come per riapparire dai meandri polverosi della memoria, e L’attentato di Sarajevo di Georges Perec ne conosce almeno tre. Perché per arrivare alle stampe – postuma, nel 2016, per le Editions du Seuil – la prima prova narrativa dello scrittore francese ha dovuto affrontare un percorso tortuoso: dal dattiloscritto di una vecchia compagna di liceo di Perec, passando per la copia carbone di un esemplare posseduto dal pittore serbo Mladen Srbinović, fino a due fogli di bozza – conservati tra i libri rari del Fondo Georges Perec – che documentano un soggiorno dell’autore in Jugoslavia, dall’agosto al settembre del 1957.

L’attentato di Sarajevo – arrivato in Italia nel 2019 per i tipi di nottetempo, nella traduzione di Angelo Molica Franco – è il frutto di un lavoro di collazione tra ripensamenti, correzioni e cancellature, che consente di sbirciare attraverso l’officina dello scrittore, appena ventunenne al tempo della stesura. E dà un’idea del lavoro di cesello attraverso il quale Perec già iniziava a esercitare la sua ispirazione: basti pensare alle alternative vagliate e scartate fino a individuare la parola più congeniale, per esempio, quando per «l’orchestra del Palace sussurrava un valzer lento», «Perec aveva dapprima scritto “rovinava”. Poi ha aggiunto a margine la seguente lista: “bemollizzava sciroppava caramellizzava sussurrava infliggeva allungava scorreva gesticolava avvelenava ondulava inchinava vomitava inghiottiva”, e alla fine ha cerchiato “sussurrava”».

Dei modi per dirsi addio, è come se L’attentato di Sarajevo ne esplorasse uno diverso in ogni pagina, e farebbe bene a tenerlo presente chi si aspettasse da quest’opera una ricostruzione accurata dell’attentato ai danni dell’Arciduca Ferdinando e della consorte, da cui è scaturito il primo conflitto mondiale. A dispetto del titolo, infatti, la vicenda storiografica si inserisce in secondo piano rispetto all’intreccio che l’autore intende raccontare e che si muove entro il perimetro dei più classici quadrilateri amorosi: «Anna ama Branko e Branko ama Mila e Mila ama me», che parrebbe avere un fondamento autobiografico, stando alla nota dattiloscritta che correda le carte di Perec e che elenca gli avvenimenti che si susseguono giorno per giorno nel romanzo.

È l’autore stesso – o, per meglio dire, il narratore – a fornirci le chiavi per entrare dentro a L’attentato di Sarajevo dalla corretta angolazione: «Vivete come uno slavo le passioni che furono in gioco, e forse riuscirete a cogliere ciò che questa storia ha di tragico, di meravigliosamente tragico». E, con una serie di incursioni dentro la scrittura, a farci arrivare al cuore «di un processo, di un tipo un po’ particolare di processo» che consiste nel mettere su carta pezzi di memoria: «Devo scusarmi, se sono costretto a interrompermi così spesso. Preferirei mille volte poter raccontare una storia semplice, senza che gli avvenimenti debbano essere sempre messi in dubbio».

Più che la storia di un amore – del reticolo che scaturisce da diverse stratificazioni di amore – questo romanzo è il racconto, scomposto attraverso il ricordo, della forza dirompente e distruttiva di un sentimento dentro le vite degli esseri umani che si muovono e fanno congetture nello sconfinato territorio della possibilità.

L’attentato di Sarajevo si può leggere allora come pietra angolare di un monumento della letteratura francese del Novecento, andando a rintracciare i numerosi riferimenti e immagini letterarie di cui si nutre: da Apollinaire fino a Stendhal, che «avrebbe riconosciuto in noi Madame de Chasteller e Lucien Leuwen mentre camminano nel bosco dello Chasseur vert. Non sto scherzando: la nostra emozione era la stessa, come pure il nostro accordo e la nostra felicità».

Ma anche con il supporto di una guida all’ascolto, che inizia con l’attacco della Sesta Sinfonia di Beethoven e si snoda attraverso la voce di Billie Holiday e le celeberrime note di canzoni francesi come Les feuilles mortes, Barbara, En sortant de l’école e Mademoiselle de Paris.

Avendo l’accortezza di seguire solo una semplice avvertenza: «Non bisogna mai scherzare con la Storia».

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Esercizi di memoria

Italo Calvino, La strada di San Giovanni«Non è vero che non ricordo più niente, i ricordi sono ancora là, nascosti nel grigio gomitolo del cervello, nell’umido letto di sabbia che si deposita nel fondo del torrente dei pensieri: se è vero che ogni grano di questa sabbia mentale conserva un momento della vita fissato in modo che non si possa più cancellare ma seppellito da miliardi e miliardi d’altri granelli».

Un giorno della primavera del 1985, Italo Calvino diceva a Chichita, sua moglie, che avrebbe scritto altri dodici libri: «Anzi – aggiungeva – forse quindici». Di lì a qualche mese, però, ci avrebbe lasciati, e sulla sua scrivania sarebbero rimaste soltanto alcune di quelle pagine in cantiere.

Ben meno conosciuta rispetto alle Lezioni americane, la raccolta Passaggi obbligati avrebbe dovuto contenere degli «esercizi di memoria», di cui oggi possiamo leggere cinque brani, scritti tra il 1962 e il 1977, e pubblicati nel 1995 con il titolo La strada di San Giovanni.

Un ritratto del padre, il suo legame con il cinema, un ricordo di guerra, una metafora insolita del rapporto con la scrittura, frammenti di una riflessione sull’atto di richiamare le cose alla memoria: leggendo questa raccolta si avverte che non ci sia stato il tempo di lavorarla di cesello come le sue altre opere, ma chi conosce Italo Calvino almeno un po’ potrà ritrovare alcune delle sue pose migliori, come a sfogliare un vecchio album di fotografie dimenticato per anni dentro un cassetto.

«Dal fondo dell’opaco io scrivo, ricostruendo la mappa d’un aprico che è solo un inverificabile assioma per i calcoli della memoria, il luogo geometrico dell’io, di un me stesso di cui il me stesso ha bisogno per sapersi me stesso, l’io che serve solo perché il mondo riceva continuamente notizie dell’esistenza del mondo, un congegno di cui il mondo dispone per sapere se c’è».

E chissà se sono solo io che, in questi giorni più forte che mai, mi imbatto in letture che alimentano un bisogno di ricordare.

Anime di Sicilia

La Sicilia non è la terra in cui sono nata, eppure è un posto in cui mi capita spesso di sentirmi a casa. Sarà per questo che mi ritrovo a cercarla nei libri, ancora di più in questo tempo sospeso in cui tutto sembra così lontano.

Quando si poteva ancora uscire di casa, ho pescato da uno scaffale di libri usati una bellissima edizione Einaudi di saggi dedicati a «scrittori e cose della Sicilia» di Leonardo Sciascia. E l’ho scoperto come non lo conoscevo, finissimo saggista e critico letterario, attraverso questa raccolta che restituisce la misura della sua capacità di indagare il lato più segreto e inquieto delle cose, e delle opere, della sua terra.

Leonardo Sciascia, La corda pazza

La corda pazza si presta a essere affrontata a piccoli morsi, e pur senza averla ancora letta per intero, mi ha regalato passaggi come questo, in cui Pirandello – parlando di Verga – dice qualcosa di molto vero a proposito dei siciliani: «Avvertono con diffidenza il contrasto tra il loro animo chiuso e la natura intorno aperta, chiara di sole, e più si chiudono in sé, perché di questo aperto, che da ogni parte è il mare che li isola, cioè che li taglia fuori e li fa soli, diffidano, e ognuno è e si fa isola da sé, e da sé si gode – ma appena, se l’ha – la sua poca gioia; da sé, taciturno, senza cercare conforti, si soffre il suo dolore, spesso disperato.».

Un altro incontro siciliano che rimandavo dalla scorsa estate, invece, me lo sono gustato fino all’ultima pagina. Ho conosciuto finalmente Carlo Levi, «i suoi gesti calmi e fraterni, il suo viso chiaro dall’espressione confortante» e l’amore che è la forza dirompente della sua scrittura: «l’amore per tutto quanto è umano, acutamente umano, vale a dire debole e doloroso, vale a dire nobile», come lo racconta Vincenzo Consolo nella prefazione.

Carlo Levi, Le parole sono pietreNon dev’essere certo questo un approccio canonico a Carlo Levi, ma è bello anche lasciarsi stregare dalla potenza di un titolo per scoperchiare universi ignoti. Così è stato per me con Le parole sono pietre, che racconta di un viaggio in Sicilia in tre tempi, tra il 1951, il 1952 e il 1955, e in poche pagine racchiude tutte le contraddizioni e la meraviglia di una terra capace di contenere in sé lo splendore e la miseria più feroce.

«Mi pare che qui tutto debba sempre essere stato così e che sempre sarà così. La morte è sempre presente, con questo vulcano e col mare, ma è come se non ci fosse, perché il destino di quelli che rimarranno vivi sarà uguale a quello dei morti: avranno gli stessi gesti, lo stesso modo di accettare le cose, lo stesso modo di avvolgersi nello scialle e di camminare con la grazia degli animali o dei principi. Per questo, questo piccolo paese mi sembra eterno e bellissimo.»

Entrambe queste letture dicono molto su ciò che amo, ma soprattutto sono la conferma – semmai ce ne fosse bisogno – che i libri sanno sempre quando trovarci. Ho preso questi incontri, e voglio lasciarne traccia qui, come un monito e un auspicio per questi giorni inquieti: perché la distanza che ci separa non faccia di noi delle isole, e perché possiamo tornare a stringerci più forte. Presto.