L’estate di Arturo

Quando dico che arrivo sempre in ritardo sulle cose, non esagero. Ma è il mio modo per non rovinarmi la sorpresa, se decido di concedermi un libro che tutti conoscono così bene da averlo dimenticato.

È un agosto strano e scorre con il respiro interrotto, questo del mio approdo su L’isola di Arturo, in lista da così tante estati eppure mi sono decisa a leggerlo solo ora che ho azzardato una vacanza senza pagine di carta e con un’intera biblioteca digitale in valigia – di questo piccolo esperimento si è accorto addirittura Il Fatto Quotidiano.

#librispaiati

Non è un caso che Arturo e io ci siamo incontrati sulla sua isola a forma di delfino proprio adesso che mi aggrappo forte ai sogni per trovare il coraggio di spingermi ancora più lontano: avevo bisogno di un personaggio fatto della stessa materia di cui sono fatte le stelle – «Arturo è una stella: la luce più rapida e radiosa della figura di Boote, nel cielo boreale!» – e di salire a bordo della sua Torpediniera delle Antille, per tracciare su un atlante le rotte future che sono capace di immaginare.

Del diventare grandi e scoprire «tutta l’amarezza di esser soli»; dell’irrequietezza di «quelli come te, che hanno due sangui diversi nelle vene», che «non trovano mai riposo né contentezza; e mentre sono là, vorrebbero trovarsi qua, e appena tornati qua, subito hanno voglia di scappar via»; dello «splendore indifferente» del mare e di quanto costa scoprire che «l’amore vero è così: non ha nessuno scopo e nessuna ragione, e non si sottomette a nessun potere fuorché alla grazia umana».

C’è un modo di sentire e di essere sud che bisogna averne almeno un po’ nelle vene per poterlo capire: «Tutti quanti si occupavano di cose semplici, naturali. Solo io andavo seguendo dei misteri terribili e straordinari, che forse nemmeno esistevano». E la scrittura di Elsa Morante è un incantesimo che può farti tornare indietro dall’aldilà e travestirlo da colonne d’Ercole, per scoprire che «forse, la fatica eterna dei morti» è «di andare brancolando l’uno in cerca dell’altro, senza potersi incontrare».

Lasciata L’isola di Arturo, occorre procurarsi i prossimi #librispaiati: La stanza separata e Il gioco segreto di Cesare Garboli, che di lei è stato prima di ogni altra cosa appassionato lettore. E trovare il modo di conoscere Procida nel mese di giugno, quando «le colline si coprono di ginestre: riconosci il loro odore selvatico e carezzevole, appena ti avvicini ai nostri porti, viaggiando sul mare».

Elsa Morante

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Messico e sigarette

ombradellombraL’ombra dell’ombra, Paco Ignacio Taibo II (la Nuova Frontiera)

Un pacco di Pall Mall, un paio di occhiali da vista, una cedrata e un libro, L’ombra dell’ombra, l’ultimo edito la Nuova Frontiera (che lo ha recuperato dopo quasi trent’anni dalla prima pubblicazione italiana Interno Giallo): con questo equipaggiamento essenziale Paco Ignacio Taibo II si è presentato all’incontro di un paio di giorni fa a cui ho avuto la fortuna di partecipare insieme a Laura, Roberta, Barbara e Simona.

Prima di iniziare a parlare, Paco si accende una sigaretta e va avanti così, una boccata dopo l’altra, a raccontarci il suo Messico, quella terra lontanissima e polverosa che lo ha adottato all’età di sedici anni. Seduta accanto a lui c’è Paloma, sua moglie. Si percepisce subito che si appartengono da sempre, e dopo qualche chiacchiera scopriamo che stanno insieme da quarantasei anni. Paloma ha uno sguardo dolcissimo, lo ascolta insieme a noi e sorride, annuisce, ogni tanto suggerisce qualche aneddoto divertente sulla loro vita di tutti i giorni. Come quando lui la sveglia nel cuore della notte per dirle: «Sono uno stronzo, ho fallito», ma poi ci ripensa e la sveglia di nuovo, dopo mezzora, dicendo: «Sono un genio!».

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