Una cosa molto vicina alla vita

Al mondo esistono persone in grado di irradiare luce, e altre, che quella luce sono capaci di catturarla, prima che si dissolva nelle spire del tempo. Vivian Maier apparteneva a questa seconda categoria di esseri umani, e in tutta la sua vita ha fatto dell’ombra il suo spazio esistenziale, il punto da cui accorgersi – non vista – degli istanti più luminosi delle vite degli altri.

Il cassetto dei calzini spaiati, Dai tuoi occhi solamente (Francesca Diotallevi)Fino a qualche giorno fa, poco o niente sapevo di lei, prima di immergermi in Dai tuoi occhi solamente di Francesca Diotallevi (Neri Pozza, 2018), uno di quei libri da cui non si torna indietro e che, mentre li attraversi, senti che qualcosa dentro di te è cambiato per sempre. Questa storia non ha la pretesa di essere una biografia accurata di Vivian Maier: l’intenzione dell’autrice, infatti, è stata di «tracciare non la vita, bensì l’immagine» di questa artista che si è dedicata alla fotografia «anima e corpo, custodendo però gelosamente il proprio lavoro senza mostrarlo o utilizzarlo per comunicare con il prossimo». Ora che l’ho conosciuta, vorrei poterle chiedere com’è che si fa a entrare dentro una vita senza fare troppo rumore, ma lasciando una traccia impossibile da cancellare.

«Custodisco le storie che le persone non sanno di vivere»: questa è l’espressione che meglio racchiude il profilo di Vivian Maier tracciato in queste pagine. Il suo talento era vegliare «sulle esistenze di quelli che la circondavano senza sfiorarle, senza interferire, comprendendo ciò che a loro stessi sfuggiva, il mistero di quella vita che passava come una folata di vento, e come il vento risultava altrettanto inafferrabile. A meno che non lo si imprimesse su una pellicola».

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Quando siete felici, fateci caso

Milano, stazione centrale: frotte di persone accomunate dal dono del silenzio.
Casetta nostra così bella, tutta scale e legno, mi tiene compagnia ogni volta che scricchiola.
Il temporale della prima notte.
La luce rosa e viola delle giornate di settembre. Quanto durano a Milano le giornate, a settembre?
I portici a Saronno, i mattoncini rossi di Santa Maria delle Grazie, il legno che scricchiola nelle stanze Dispari. Se non scatto una foto ogni giorno, non sono contenta.
Nuove finestre su cose nuove.
Ricordarsi di tutto – ma proprio di tutto – tranne che dei calzini, ironia della sorte.
Gli appunti e gli abbracci da Pelledoca, le pagine ancora da leggere e da raccontare.
I treni in orario. I treni in ritardo. I treni puntuali quando sono in ritardo, perché i minuti qui durano sessanta secondi.
La musica sempre nelle orecchie. Un quaderno da riempire fino all’ultima riga. Due nuovi Supercoralli sul comodino.
La metro uno rossa, la metro due verde, la metro tre gialla. La metro quattro che non c’è. La metro cinque lilla, non viola.
Nella prossima valigia: il pigiama a maniche lunghe, una tazza per il tè.
Mangio un gelato mentre cammino sotto la pioggia.
Sono felice.

L’estate di Arturo

Quando dico che arrivo sempre in ritardo sulle cose, non esagero. Ma è il mio modo per non rovinarmi la sorpresa, se decido di concedermi un libro che tutti conoscono così bene da averlo dimenticato.

È un agosto strano e scorre con il respiro interrotto, questo del mio approdo su L’isola di Arturo, in lista da così tante estati eppure mi sono decisa a leggerlo solo ora che ho azzardato una vacanza senza pagine di carta e con un’intera biblioteca digitale in valigia – di questo piccolo esperimento si è accorto addirittura Il Fatto Quotidiano.

#librispaiati

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Che fatica, crescere!

Irmgard Keun, Una bambina da non frequentare (L’orma editore)

Quando viene dato alle stampe il suo terzo romanzo, Irmgard Keun ha trentun anni e ha già conosciuto il successo e il declino sotto il regime nazista. È il 1936 e l’autrice è esiliata in Olanda, ma con questa storia torna indietro al 1918, nella sua Colonia devastata dalla guerra.

Con Una bambina da non frequentare (2018) – tradotto per la prima volta in italiano da Eleonora Tomassini ed Eusebio Trabucchi – L’orma editore prosegue il suo eccellente percorso di riscoperta di una delle autrici più originali del Novecento tedesco. E la piccola peste protagonista di questa storia ha molto in comune con le sorelle maggiori Gilgi, una di noi e Doris, la ragazza misto seta. Come loro, ha uno spirito indipendente e fiero che si nutre di sogni e di speranze di felicità: «Di libri ne ho letti abbastanza e sono andata anche a teatro e lo so: l’amore vuol dire tenere qualcuno stretto tra le proprie braccia».

«Devo imparare a prendere la vita sul serio. Ma com’è che si fa?». Diventare grandi è una faccenda complicata, lo sai bene se hai dieci anni e ti sembra di non capirci niente a sentire gli adulti che ti stanno col fiato sul collo. Sempre a dirti che cosa non puoi fare, ma è difficile imparare a cavarsela in mezzo al groviglio delle loro regole insensate.

E poi sembrano tutti così inquieti che non si sa mai come prenderli: che siano tanto infelici perché hanno smesso di giocare? «Mi pare che gli adulti non abbiano mai una gioia che sia una a questo mondo. Quando sarò grande, i giocattoli non daranno più gioia neppure a me e non vorrò né pattini, né trottole, né ruote, né bambole, né niente. E come farò a vivere se nulla mi darà più gioia?». Una consapevolezza di futura infelicità, sorprendente per una bambina di soli dieci anni.

«Dicono che sia stato mio padre a mettermi al mondo. Non so come abbia fatto, ma credo che dietro a una roba del genere ci sia qualcosa di tremendamente difficile, e mio padre è proprio da ammirare. Mi chiedo solo dov’è che stavo prima». È complicato trovare il tuo posto nel mondo se vivi, nel 1918, in una Germania in ginocchio per un conflitto mondiale che ha l’aria di non voler finire mai. Eppure ai tuoi occhi è tutto così chiaro: che la guerra è un affare inutile – basta scrivere una lettera all’imperatore per farglielo sapere; che andare a combattere è un po’ come andare a scuola – vale la pena di prendersi la scarlattina per risparmiarsi gli ultimi fuochi e restare a casa; che non c’è bisogno di essere ubriachi per dirsi la verità.

«È così stupido da parte degli adulti credere che i bambini non abbiano preoccupazioni. Dicono sempre: Ah, l’infanzia spensierata, non tornerà più. Ma un bambino ha di certo molte più preoccupazioni di un adulto». Piuttosto che cercare di farsi prendere sul serio, si fa prima a dire le bugie che i grandi vogliono sentirsi raccontare: «Non mi credono mai, soprattutto quando dico la verità. È una cosa talmente strana e folle che mi metto a balbettare e mi si attorcigliano i pensieri e alla fine non so più com’è andata per davvero e intanto loro mi guardano con occhi cattivi e indagatori. A volte dico semplicemente: “Sì, sono stata io” solo perché la smettano con quegli sguardi appuntiti e con l’interrogatorio e poi in quei momenti proprio non lo so più se sono stata io oppure no».

«Quando sarò grande cambierò tutto, ma proprio tutto». Cambiare ogni cosa, domani. Ma oggi, intanto, aggrapparsi forte a quei piccoli rituali che funzionano bene quando c’è bisogno di tenere a bada la paura: «Se il marciapiede è di lastricato non devo toccare le righe ma mettere il piede solo al centro della pietra». E basta chiudere gli occhi per vedere cose che i grandi non sono più capaci di immaginare: «Se mi metto le mani o un cuscino sul viso e premo forte sugli occhi, vedo tutte stelle in fiamme, grandi e piccole, e soli variopinti che si trasformano in linee velocissime. Mi appaiono i colori più incredibili, come ce ne sono solo in cielo».

A quasi un secolo di distanza, è un bene che la lingua graziosamente affilata di Irmgard Keun sia tornata a parlarci. Oggi, più che mai, vale la pena di dare ascolto a una voce che è stata capace – con la stessa irriverenza della bambina uscita dalla sua penna – di scrivere a Goebbels, ministro della cultura e della propaganda del Reich, e di reclamare un indennizzo dallo Stato per aver messo al rogo le sue opere. Perché abbiamo ancora bisogno di ricordarci una cosa molto semplice: che la guerra è una grandissima stronzata.

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Cosa leggeva Italo Calvino / 3

I libri nei libri: dai personaggi lettori alla “biblioteca ideale”

Esiste un sentiero per esplorare la biblioteca di Italo Calvino che non passa per la materialità degli scaffali nelle case che ha abitato, ma attraversa le sue pagine scritte e – a dispetto della reticenza dell’autore a parlare di sé – rende possibile scoprire molto del lettore che è stato, ripercorrendo i suoi scritti di critica e d’invenzione letteraria.

Sin dai primi esperimenti di scrittura, l’opera narrativa di Calvino è costellata di personaggi intenti a fare ordine tra i propri libri, un’attività a cui lo stesso autore era solito dedicare molto tempo. Come Pietro, il protagonista del racconto I figli poltroni, di fronte alla sua modesta collezione: «Continuo a riordinare quei pochi libri che ho nello scaffale: italiani, francesi, inglesi, o per argomento: storia, filosofia, romanzi, oppure tutti quelli rilegati insieme, e le belle edizioni, e quelli malandati da una parte». Il lettore Calvino si riflette anche nei tratti del barone rampante, con i suoi scaffali sospesi che reggono i tomi dell’Enciclopedia di Diderot e D’Alembert insieme a «manuali d’arti e mestieri»: «Per tenere i libri, Cosimo costruì a più riprese delle specie di biblioteche pensili, riparate alla meglio dalla pioggia e dai roditori, ma cambiava loro continuamente di posto, secondo gli studi e i gusti del momento, perché egli considerava i libri un po’ come degli uccelli e non voleva vederli fermi o ingabbiati, se no diceva che intristivano».

Con l’idea che i libri non possano essere intrappolati, lo scrittore inizia a concepire i suoi «scaffali ideali» su cui i volumi non hanno il tempo di impolverarsi perché vengono spostati di continuo, descrivendo le orbite di un percorso in costante evoluzione. In un saggio del 1954, I capitani di Conrad, si legge: «Su questo mio scaffale ideale, Conrad ha il suo posto accanto all’aereo Stevenson, che è pure quasi il suo opposto, come vita e come stile. Eppure più di una volta sono stato tentato di spostarlo su un altro ripiano – meno sottomano per me – quello dei romanzieri analitici, psicologici, dei James, dei Proust, dei ricuperatori indefessi d’ogni briciola di sensazioni trascorse; o perfino su quello degli esteti più o meno maledetti, alla Poe, gravidi di amori trasposti; quand’anche le sue oscure inquietudini d’un universo assurdo non lo assegnino allo scaffale – non ancora ben ordinato e selezionato – degli “scrittori della crisi”. Invece l’ho tenuto sempre là, a portata di mano, con Stendhal che gli assomiglia così poco, con Nievo che non ci ha niente a che vedere».

Italo Calvino nella sua casa romana

Calvino concepisce la sua biblioteca per selezione e non per accumulo, come Amerigo Ormea in La giornata d’uno scrutatore: «Col passar degli anni, s’accorgeva che era meglio concentrarsi su pochi libri. In gioventù era stato di letture disordinate, mai sazio. Ora la maturità lo portava a riflettere e ad evitare il superfluo». E l’esigenza di liberarsi dell’eccesso diventa tanto più pressante nel momento di inscatolare i propri libri per trasferirsi in una nuova città, come accade nel 1967, quando lascia Torino per Parigi.

Dallo scaffale francese si allontanano i modelli letterari della gioventù, mentre cresce la sua passione per Leopardi e per Galileo e compaiono nuovi riferimenti contemporanei: Borges, Valéry, Queneau, Perec. Fino a che vive a Parigi, con i libri «sempre un po’ qua un po’ là», la biblioteca di Calvino è ancora una mappa interiore – «quasi identificassi me stesso con una biblioteca ideale», dichiara in un’intervista a Valerio Riva nel 1974. Allo stesso modo che in Se una notte d’inverno un viaggiatore: «Lo scrittore percorre con lo sguardo le costole dei volumi sugli scaffali, socchiude gli occhi, vede la letteratura universale rifrangersi indefinitamente, moltiplicarsi, dilatarsi». La letteratura gli appare come «un campo di vibrazioni, una galassia in espansione perpetua» e i suoi volumi sono raggruppati in un «insieme che non forma una biblioteca».

Italo Calvino nella sua casa di Parigi

Calvino ha l’abitudine di stilare liste e fermarsi di tanto in tanto per fare dei bilanci. Lo racconta in un breve scritto nella raccolta Collezione di sabbia: «Ogni tanto mi metto a fare un elenco degli ultimi libri che ho letto e di quelli che mi riprometto di leggere (la mia vita funziona a base di elenchi: rendiconti di cose lasciate in sospeso, progetti che non vengono realizzati)». E l’interesse per la ricerca di sistemi di pensiero sempre nuovi lo spinge verso i territori più disparati della conoscenza, come dimostra il gran numero di atlanti e mappe, libri di storia, etnologia, astronomia, fisica, che affollano le sue stanze di lettura. Sono testi che rispondono alla sua curiosità, ma sono anche funzionali a fornirgli modelli e spunti sempre originali per la scrittura letteraria, critica e teorica. Non la biblioteca di un bibliofilo o di un collezionista, dunque, ma quella di uno studioso e soprattutto di un appassionato lettore.

Man mano che si arricchisce il suo discorso critico e prende corpo una definizione di poetica, comincia a farsi largo l’idea di biblioteca come sistema. Scrive in un saggio del 1967 contenuto nella raccolta Una pietra sopra: «La letteratura non è fatta solo di opere singole ma di biblioteche, sistemi in cui le varie epoche e tradizioni organizzano i testi “canonici” e quelli “apocrifi”. […] Una biblioteca può avere un catalogo chiuso oppure può tendere a diventare la biblioteca universale ma sempre espandendosi attorno a un nucleo di libri “canonici”». E aggiunge: «La biblioteca ideale a cui tendo è quella che gravita verso il fuori, verso i libri “apocrifi”, nel senso etimologico della parola, cioè i libri “nascosti”. La letteratura è ricerca del libro nascosto lontano, che cambia il valore dei libri noti, è la tensione verso il nuovo testo apocrifo da ritrovare o da inventare».

Il centro di gravità della sua biblioteca – di ogni biblioteca – sono i classici, che per Calvino sono letture «formative nel senso che danno una forma alle esperienze future», come scrive in un articolo per L’Espresso del 1981 (Italiani, vi esorto ai classici). Lungi dall’operare «distinzioni d’antichità, di stile, d’autorità», «un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire» e ciascun lettore è tenuto a costruire la propria biblioteca senza imposizioni né percorsi prestabiliti perché «è solo nelle letture disinteressate che può accadere d’imbatterti nel libro che diventa il “tuo” libro». Per dirla ancora con le parole dell’autore: «Non resta che inventarci ognuno una biblioteca ideale dei nostri classici; e direi che essa dovrebbe comprendere per metà libri che abbiamo letto e che hanno contato per noi, e per metà libri che ci proponiamo di leggere e presupponiamo possano contare. Lasciando una sezione di posti vuoti per le sorprese, le scoperte occasionali».

È sempre il piacere per la scoperta che lo accompagna nel momento di radunare i suoi spiriti guida per varcare la soglia del nuovo millennio: nelle Lezioni americane una sorprendente immagine di levità orienta le sue scelte, dal volo di Perseo agli improvvisi di Samuel Beckett. Sorretto dai suoi numi, Calvino guarda al presente e si prepara per un futuro che è capace di prevedere – ma che non avrà il tempo di incontrare – come il più poetico e forse anche il più autobiografico dei suoi personaggi: con la stessa trasognata lucidità con cui Palomar guarda un’onda, conta i fili d’erba, cataloga formaggi francesi o fa visita allo zoo all’ultimo esemplare di gorilla albino, il suo sguardo si posa sul mondo come su uno straordinario libro da leggere, nello sforzo incessante di «raggiungere il senso ultimo a cui le parole non giungono».

Italo Calvino legge Palomar

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