La vita stretta tra le mani

Irmgard Keun, Gilgi, una di noi (L’orma editore, 2017)Colonia, 1931. Mentre la Repubblica di Weimar ha i giorni contati, Gilgi – al secolo Gisela – ha ventun anni e un’intera vita davanti. «La tiene stretta nelle mani, Gilgi, la sua piccola vita», o almeno così si ripete in maniera ossessiva, nelle sue giornate che scorrono tra il lavoro di dattilografa a cui si dedica con zelo, le amicizie e le ore di ritiro nella sua mansarda, dove legge, traduce e progetta il suo avvenire.

Nella sua vita non c’è spazio per sogni astratti, ma un irrinunciabile ottimismo la porta a non stare mai ferma. Gilgi incarna quello che negli anni Trenta è l’ideale della Neue Frau, la donna che rifiuta la morale dominante ed è pronta a difendere con ostinazione la sua indipendenza. L’idea del fallimento atterrisce Gilgi e al tempo stesso la fa entrare in empatia con i fallimenti degli altri. E come un ordigno meticolosamente congegnato, la sua vita minaccia di esplodere da un momento all’altro.

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Romanza senza parole

Quando ero bambina, l’8 marzo papà tornava a casa con un mazzolino di mimosa raccolto non lontano dal nostro giardino. Portava un ramoscello per ogni donna della famiglia, anche per me che prima di diventare una donna avrei dovuto aspettare ancora molto tempo. Era un piccolo rituale affettuoso, attraverso il quale imparavo senza accorgermene il senso di una ricorrenza che avrei capito solo qualche anno dopo, sui libri di storia.

Con la stessa dolcezza di quel gesto, oggi mi emoziono con le parole di Sof’ja Tolstaja in Romanza senza parole, che ho la fortuna di conoscere in anteprima per La Tartaruga / Baldini&Castoldi.

«Nuoto… vado… dove? …Sì, dove? Tanto, tanto tempo è passato da quando Ivan Ilič eseguiva la sonata, suggerendomi questa domanda: a cosa aspiro? È forse quell’aspirazione che ci trasporta nell’eternità appena la domanda sul “Dove?” è risolta per sempre? Poiché questa domanda è reale, deve anche esistere quel luogo misterioso. Qualcosa che cerchiamo di raggiungere con tutto il cuore e con tutta la forza, in quanto la domanda sul “Dove?” ci rende sempre felici.»

Romanza senza parole, Sof’ja Tolstaja

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Discorso di un albero sulla fragilità degli uomini

«Il futuro, come vedi, diventa difficile da coniugare per gli Zhang.»

Discorso di un albero sulla fragilità degli uomini, Olivier Bleys (Edizioni Clichy)

Una famiglia poverissima, dentro una catapecchia gelida nel mezzo di un inverno che non vuole finire, è riunita intorno a una scatola il cui contenuto potrebbe cambiare il destino, una volta per tutte. Arrivata a questa scena del Discorso di un albero sulla fragilità degli uomini di Olivier Bleys (Edizioni Clichy) non ho potuto fare a meno di pensare al piccolo Charlie Bucket e alla sua famiglia in La fabbrica di cioccolato.

L’atmosfera della favola è la stessa che si respira nel racconto di Roald Dahl, nonostante siamo nella periferia di Shenyang, una città industriale a nord-ovest della Cina, e la storia affondi le sue radici nella realtà contemporanea.

Come racconta l’autore, l’idea del libro è stata ispirata da un documentario televisivo in cui appare «una casa in mattoni rossi a un solo piano, piantata in mezzo al cantiere di un grattacielo in costruzione». È una di quelle che in Cina si chiamano “case chiodo”, e la famiglia Zhang che la abita continua a occuparla nonostante le sia stato intimato lo sfratto.

Simbolo di una resistenza ostinata allo sviluppo dell’ennesima megalopoli moderna, la casa degli Zhang si trova ai piedi dell’ultimo esemplare di sommacco, o albero della lacca, rimasto in città. Gli abitanti del quartiere lo chiamano «l’albero che piange», tanto tristi sono le condizioni in cui si trova «la creatura più miserabile del regno vegetale».

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